Non ha titolo

di fernirosso

Moki

Alcuni lo chiamano altri lo imprecano. Altri ancora lo negano. Sta di fatto che è sulla bocca di molti. Si parla con un dio, in quasi tutto il pianeta. Ognuno ne ha uno, o dice di averlo,  persino quelli che non l’hanno in fondo ne hanno uno. E come fosse nulla  l’infinita distanza che ci separa lo chiamano padre o madre senza averlo mai visto, senza averlo mai sentito lasciare una parola nell’incavo dell’orecchio, se non come un sibilo, un tuono o un’onda. Forse che, nella catena del dna qualcosa, oltre alla magnificenza della sua costruzione, porta scritto il carattere di un dio? Nel cavo del pensiero, nella cavità risonante della meditazione, in quel nome che è  precipizio alcuni dicono di averlo sentito. Eppure, è un altro dato di fatto,  non riusciamo a comunicare con un essere umano che sta solo a duemila chilometri di distanza o a due passi da noi. Chiediamo,  a volte ringraziamo, ma tutto si svolge in una bolla di assoluto silenzio e il miracolo è qualcosa che riguarda solo noi, che cadiamo dalle nuvole ogni giorno, immersi in questo immenso di cui non abbiamo esperienza e che per un niente, una assoluta frazione di forza tra quelle che potrebbero distruggerci ci sorregge. La nostra scienza è così insignificante che ciò che sappiamo di noi, dopo millenni qui, è un niente del tutto su cui pontifichiamo. Pure,  ci camuffiamo da re e predoni, noi ci accingiamo a padroni rispetto ad altri, come noi ignoranti in materia di dio di origine e di destinazione o estinzione. Mai che la terra cada, da qualche parte, stanca di starsene a gravitare in aria, in un’orbita ellittica, mantenendo accuratamente le distanze, lei cieca e sorda e senza cervello, senza carrello e senza computer o radar,  senza che nessuno prenda le misure, coordini la rotta, ci sia una base di controllo e una per l’eventuale atterraggio. E a noi sembra tutto normale questo stare accampati per aria, credendoci semplicemente in terra. –

Stava guardando oltre il limite della finestra aperta. C’era la luna nel piccolo riquadro di destra e non vedeva altro che quel pezzo di cielo, simile ad un pozzo. Tutto sembrava esserne inghiottito. Tutto sembrava attraversare quel filtro costituito da un  sottilissimo foglio di cellulosa trasparente e  luce.

Affonderà mai la luna? Si corromperà o si dissolverà nel vento del cosmo in una eterna caduta da quello schermo? E noi a guardare, attoniti, senza poterla ripescare. Sarà questa intuizione banale, nata in questo mercoledì pomeriggio a farla cadere? Può, solo per un pensiero, la frazione minuta in cui lo si pensa, accadere? Se solo guardare la luna è un atto mirabile allora anche pensare che la luna cada è possibile. – Parlava con due suoi amici, due ex compagni di scuola, come lei venuti dal paese di cui non pronunciavano mai il nome. Tutto era incapsulato nei loro ricordi e il paese si era fatto oggetto come altri: case, strade, campagna, fiumi, panchine, giardini, alberi, foglie, sassi.  Il paese erano loro. Le loro parole  la vicinanza.

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