Tutte le acque

di fernirosso

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nel disegno di un vuoto
in un recinto di organi
un cielo impudico declina l’universo che in(d)osso in suoni e odori
come vita ovunque nascosta nella morte
tra le piaghe di cattività segrete
e  follia in  circhi raccolti tra la storia che scrive con la mano retratta
una sempre uguale
fanatica persuasione di avere (s)chiavi
di volta
ogni volta che  un potere si ribalta e  si riproietta in schizzi
dal macellaio al macello
nei secoli come proiezione di una comune
umana assurdità che si bea in titoli
e in antitesi si perde i vincoli
in vicoli e cunei del tempo
ramificandosi in byte e bit
mordendo tempi che  non hanno tempo.
Quanto ancora l’approssimazione conta
e a chi o a cosa ci porta?
Tanta acqua dentro le viscere e un tuono questo lunghissimo
vicerè della nostra polvere
maestranza di altro discernimento in questa succulenta carne
incurante  di necrosi e nequizia
sevizie per ogni essere  che incauto  si arresta ad auscultarne il morbo
con cui si ripresenta
in natali di una specie inetta

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