le cose che non restano

di fernirosso

Roman Rivera

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sono queste nuvole sempre più dense
tra gli alberi sempre più radi
sempre più ombre nei miei occhi
orme di nebbia.

*

pesa tutto
questo buio sugli occhi
mentre tengo a fatica lo sguardo
puntato sul soffitto spalancato
mentre la notte preme tutto il suo silenzio
spesso  fatto di niente
una fossa aperta con dentro tutto il vuoto
che pesa sulle palpebre
e dentro si fa la tua oscurità matura.

*

forse è perché sono nata in maggio
che il mio nome si perde facilmente
tra soffi di verdi e foglie di siepi che sfarfallano la luce
tra i rami dell’olmo dove cantano gli uccelli. A maggio
le voci sono tante voragini aperte
così tante e da più fronti
riescono a farti naufragare dimenticando chi sei.

*

un albero di diluvi
sembra oggi il cielo
questo pomeriggio fissato ad una estremità del mio volto
mentre con la tazza del caffè me ne sto alla finestra
in cerca di un appiglio per tagliare la corda e
salpare  dentro la pioggia.

*

aspetto che il faggio si scateni e da quel groppo
nero nel fondo verso ovest tra i cedri
decapitati da chi non sa cosa sia bellezza
nasca dalla magnolia un precipizio di serpi a si avvinghino
alle mani dei falsi giardinieri che tutto deflorano come fosse
il corpo prodigioso di una verginità mai vista.
Aspetto che cada loro il cuore  dentro la nascita di un fiore.

*

da quando non ci sono più confini
gli uomini abitano la galera di stanze a precipizio
solitudini insormontabili
perché è se stessi
che non raggiungono più

il lusso la civiltà il progresso
solo un assordante rumore della vacuità
con cui sono costruite le città
luogo degli invisibili
meta dei vuoti
in cui tutto si perde.

*

la tua carezza leggera
terra
è un cirro nell’aria

*

f.f. – 22 aprile 2012- giornata della Terra per una ecologia della vita

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Roman Rivera

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SAFFO PICCOLA
(PER UN OMAGGIO ALLA TERRA)

Ed è di nuovo gravida la θάλασσα
s’allarga nel respiro
granisce di sole tornante ardito
arciere dagli spalti del meltemi.

La piccola dalla voce di miele
sente la pelle essere
materia medesima della stella,
dell’arenaria, del granchio, del legno
spiaggiato, della neve e della mandorla.

È il segno, scoccata come dall’arco
la voce, gli anni approntàti del fuoco
nella gola.
Un magico melo è il suo Chirone
maestro d’inabissate sapienze.
La piccola dalla voce di nuvola
gli s’inerpica tra i rami, lì sta
in ascolto:
spia il ritorno degli uccelli di passo,
è foglia permeabile al mondo.

Quando nasce necessità del canto?

Nel precoce svegliarsi alla bellezza
della terra
nel precipitare dentro la vertigine
del sangue
nel vedere il mare scavalcare
la finestra:
il letto trasmutarsi in vulcano.

Antonio Devicienti

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