anche le pareti

di fernirosso

old window in mirbat

Old window in Mirbat, Oman

hanno voci e le scritture
tutti i segni persi nottetempo
tra il corpo della casa e il sogno
in un vicolo stretto
sempre più angusto
dove di solito c’è lo sgabello del tuo tempo
quello che conta meno di tutto.

*
e quando ho finito di scrivere
non mi domando più cosa è rimasto
niente è rimasto
tutto si è spostato
si è perso
si è rivoltato contro se stesso
e s’è mangiato persino l’ultimo punto che avanzava
da qualche parte non ancora visto

*

pensa che si rischia anche la morte
qui dentro    uno stillicidio     il tempo
scrivere  una parola
cavarla dalla bocca scura    sporca     asfittica
e darle la tua
aria
darle il respiro fino a che non te ne resta
più     nemmeno una goccia
la vita   in tasca

*

fra le mie mani il nudo
questo corpo vecchio
esausto esautorato
che non si guarda più allo specchio
che si vede da dentro
dove la guerra devasta
persino chi sventurato
si mette di vedetta

per salvarlo.

*

non ha più posto questa casa
per seppellire i morti che si sollevano
ogni giorno dai sarcofaghi
e fanno così tanto rumore da stordirti
del loro vuoto
del loro niente
per dire un passato
che continua a farsi
oggi

essere

presente

*

e quando di nuovo
se ne esce l’alba
mi ritrovo in terra
sono caduta e non me ne sono accorta
ho il labbro che sanguina
e un terribile dolore alla spalla
forse l’ho rotta e mi rialzo
faticando sui piedi
mi sembrano bruciati
sì cadevo dentro il burrone nel sogno
e al fondo un falò
mi  cancellava
sparita dalla vita che ci facevo adesso
in questa ade logora  confusa
dentro il sogno d’essere sveglia?

*

per una lode canto anche la fatica
dei giorni rubati dei baci a mezzadria
per una falce di luna nel letto
mi spalanco e mi faccio in quattro
pezzetto per pezzetto
mi arrangio un quartetto di lusinghe
che sia perfetto questo gioco e l’illusione
d’essere.

*

manca il prezzo
il vestito questo corpo lo devo lasciare
perché non ha prezzo
la vita

*

ormai la mia follia è matura
al punto che non ricordo
quale sia  l’entrata e dove sia l’uscita

per un seme non è fatica
tutto si assottiglia alla terra che si radica.

*

mi guardai
la luna   per ore   mi specchiò
e un chiodo in fronte
mi sembrò la tua voce
cupa acuta lunghissima
era la luna che con due asole
annodavi alla mia vita
e non sarebbe più finita
nemmeno con la sparizione
della tua faccia
nemmeno con la lontananza
niente è mai troppo distante e tutto
si conficca dentro il tuo corpo
il lavoro sta nel dissodare dalle pietre quella terra di calcina
e farne un orto
dove crescere la quiete di un frutto rosso
il melograno  del dono e mangiando sei semi
dimenticare te stesso
all’inferno tutto il tempo
lasciando quell’altro  in abbandono
senza primavera  senza più semi
liberato  da te quel corpo è mondo.

*

sparse  rose
per il  suo sangue
ne fece brecce di poesia
sui muri della casa
diventarono stelle di sale
e  stele alte fino alla trave più alta del tetto
il cielo ricadde su se stesso  in basso
radicandosi di  quel rosso dentro ogni petto

voci oltre e altre cose storte-

*

abbozzi di “voci oltre e altre cose storte”

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