La vita è un esercizio- primo frammento

di fernirosso

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dove si compra e si vende sempre se stessi. Lo aveva capito subito, guardando i ritratti di famiglia. Quella casa un tempo lussuosa, ora era spoglia per la vendita di ogni cosa. La fame al primo posto, anche se  poteva ancora prendersi il lusso di digiunare, per scelta, non per necessità.
Sullo sfondo della storia c’è un  ritratto.
Il volto in chiaro di due famiglie. Entrambi lontanissime  per estrazione e storia, diventano lo stesso racconto. Qualcosa, distanziandole, ulteriormente le avvicina, spogliandole di quanto non è né vita nè storia  ma scrittura. Un racconto che oltrepassa il tempo.  Il racconto rivela tutte le tracce, espone i corpi delle cose, delle persone, con lucidità struggente e terribile, trasfigura quanto si vive in una perfezione di bellezza,
Eppure anche la scrittura è spoglia, sia perché in essa muore ciò che si crede vero, sia perché, per farsi reale, prodigiosamente  rende più intenso ogni gesto che con indifferenza è stato vissuto. Non un attimo esce dallo spartito del foglio. Le pagine rintracciano anche il minimo dettaglio. Si compie il gioco che la memoria, il desiderio, l’amore o l’odio ricalcano sulla trama della vita.
Quando parte la storia non ha bisogno di un tempo preciso. Un giorno, uno qualsiasi, in una terra qualsivoglia, fanno al caso del racconto. Dunque appoggia il piede,  sei davanti ad una donna.
Avanti negli anni è ferma sotto il portico di un albergo, quasi in riva alla spiaggia. Nella hall c’è un uomo. Uno soltanto. Giovane. Molto più giovane di lei.  Lei non lo vede, lo ha dietro, di spalle. Ma lo sente. Sente il suo odore arrivare da lei. Avvolgerla, quasi assediarla. Lei pensa ad un’immagine. La pensa ogni volta che un uomo l’avvicina e solo lei vede.  Sta immersa, il silenzio è il suo corpo e questo la meraviglia. Per questo la predilige fra tutte. E’ l’inizio, quello è l’inizio di ogni storia. La storia della sua vita inizia da quel silenzio a cui ogni volta accede, come l’unica soglia possibile.  In quell’immagine c’è un tempo che lei rivive ancora, anche adesso che è vecchia, che il suo corpo sembra costruirsi in un groviglio di segni e vene come rami che nessuno può tagliare. Non possono che continuare a crescere.
Eppure lei sa d’essere invecchiata prima. Molti anni prima, come se il tempo avesse voluto disegnarle addosso un recinto in cui stare per un lungo, lunghissimo tempo. Lasciandole il tempo di abituarvisi. Ci sono cose che ha fatto, luoghi in cui ha vissuto, che sono un luogo soltanto, se stessa. E c’è tra tutte quelle storie che la rivestono, l’esecuzione precisa del suo modo di essere.
Ma non si pente. Di niente si è pentita. Quella era la sua vita. Lo aveva scoperto subito, dopo il primo passo, in quella strada piena di gente. In quella strada assolutamente vuota. Lei lo considera il foglio in cui tutto è scritto, tutto il suo viaggio, dentro se stessa.

E come  un foglio di quell’inizio  si è avvolta, non esiste  perdono per quanto ha fatto, quello è un luogo, il luogo in cui ciascuno si racconta. E’ un gioco che ha giocato e le  regole le ha volute rompere, gli errori percorrere. Era quella la sua strada. Non poteva non percorrerla. Non poteva non leggerla sulla sua faccia, da subito, come qualcosa di reale, di concreto.
Dai suoi lineamenti ha compreso che così sarebbe stato sempre senza alterare il rapporto tra lo sguardo con cui guardava e aveva da subito guardato il mondo e la bocca, in silenzio ma più precisa e netta, come una riga scritta. E’ da quella bocca, da quello che quella bocca ha detto e non ha pronunciato che è cominciato il suo lungo viaggio.
Abitava in una casa lungo il fiume. Come altre case aveva un vasto terreno alle spalle e nelle stagioni di gran secco il fiume era l’unica scorta di vita.
Anche se a lei piace l’estate. Significa spogliarsi. Significa mettersi al sole e tuffarsi in acqua. Significa salire in soffitta e starci tutta la notte. A leggere, a scrivere la sua storia in tutte le altre , dentro la vita di tutti gli altri . Come una lunga monotona stagione  in cui la terra è fertile per quello che vi si pianta ma è in se stessi che si coltiva.

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