La casa

di fernirosso

terrecotte

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La casa era lungo il fiume. La vedevi se ti fermavi quel tanto che bastava per indirizzare lo sguardo oltre il boschetto di grandi alberi centenari che ne coprivano la vista.
Era stata la casa dei nonni e prima del fattore della villa di un uomo importante, un senatore degli inizi del novecento.La villa era comunque più vecchia e il suo parco cresciuto nel tempo.
Ora ci abitavano molte specie di uccelli, qualche lepre arrivata lì dalla scarpata verso l’argine, sciami di insetti, soprattutto api di cui si sentiva il ronzio leggero nelle calde giornate d’estate.
Qualche serpentello innocuo, qualche roditore e pipistrelli in numero cospicuo erano gli abitanti di quei luoghi di frescura durante il torrido delle estati. Il resto del refrigerio lo donavano i bagni e le nuotate nel fiume, fino a quando è stato possibile, perché ad un certo punto iniziarono gli annegamenti e fu fatto divieto di balneazione. Sta di fatto che la gente di quelle parti, soprattutto i più giovani che non andavano certo al mare o in montagna, d’estate si ritrovava sulle rive e sulle spiaggette affiorate lungo il fiume in secca, per qualche bagno e per fare festa in allegria fino al tramonto. D’inverno tutto apparteneva ad un altro pianeta. Il luogo, ogni suo angolo, appariva come una specie di fiaba in cui qualcosa sembrava arrivare da un futuro o da un passato entrambi carichi di presagi e mistero.
Era una specie di ritrovo delle anime e, pur sentendo che  vi appartenevi, non potevi impossessartene, potevi solo attraversarlo. Nitide le ombre morbide sull’erba creavano luoghi sugli altri di terra e foglie di brezza e occhi, in agguato, e orecchie, in ascolto, un humus di storie pronte al risveglio. Nell’aria annusavi solo la commozione e la passione, la condivisa voglia che quel luogo durasse oltre te stesso e raggiungesse attraverso il ricordo, o il sogno, altri dispersi in circoscrizioni di storie  senza la compassione che lì era terra, aria, cielo che premeva. Qui, dove il bordo del fiume è zeppo di impronte, pregno di inizi e di viaggi fatti di andate e ritorni, trovavi il trono delle albe, le regge dei tramonti, memorie tutte di quell’alba originale e originante ogni altra, seguente, e quel primo tramonto in cui l’oscurità iniziò dei suoi inchiostri la nostra storia, declinando sulle rive delle nostre vite le parole delle acque, nel ventre di ogni donna, di ogni madre gravida da allora di futuro come il primo istante e matura d’infinito per sempre.

 

a mia madre- 19 marzo 2016
da –Solo storie brevi per favore

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