eccoti di nuovo

di fernirosso

…e come acqua diventi la mia mano d’aria
sul corallo di un comune nostro embrione

mi domando cosa sia che ancora ti muove
se orgoglio o giudizio
se un’incolta avidità d’essere
prima e dopo oltre le cose che si spengono
e tu lo senti
senti perché
è come mordere una serpe e spezzarle il collo
questo tuo cedere ad un veleno che da solo
consumi consumandoti
giorno dopo giorno
attimo per attimo
fino alla polvere
fino ad eluderti.

*

ti ho scritto questa fitta nevicata
ogni fiocco è il mio corpo e le tue parole
un legno verde o un batuffolo di cotone
imbevuto del mio sangue
una strada e un prato
senza altro segno
che il parlottare fitto
alla misura del mio battito serrato e netto
e il sole non estinguerà
questa scrittura
la caduta della freccia di amore
altissima dentro la mia vita
e
come stanze
aperte tutte le parole
si faranno case
contigue e prossime
sole al tuo nome

*

tagliavamo con un dito
la misura della notte
ciascuno la sua pietra
bagnava del suo sogno
ciascuno il pane impastava
del suo fiato e alto
saliva più in alto
in nuvole di fumo
il fuoco acceso palmo a palmo
nell’ostia di un incontro
dove custodito è solo
questo nostro
comune silenzio

*

era già notte e sentii
i piedi come macigni
posarsi sui gradini
farli
uno per uno
una fatica immane il peso del corpo
reciso
in una smorfia di dolore
dissimulata
appena visibile un’espressione sul viso
poi dietro la porta

l’albero
era notte

poesia portata lì
dal cuore di paglia dall’umido del bosco

la neve liquefatta in terra
la mia tristezza liberata
il sangue finalmente sciolto
era quasi natale quella gioia
meno disumana mi sentivo
pareggiata agli aghi
sulle braccia aperte dell’albero
pure all’estremo delle forze c’era qualcosa
che somigliava ad un sorriso profondo
un cane quietatosi sul fondo
della rabbia un segno labile
uscito all’improvviso
un guizzo di festa.

*

dentro questa notte
brucia
tutto il tempo e il silenzio
non si dà pace l’attesa
un groviglio di strade l’albume della luna
rovesciato sulle case
mentre più rade le ombre
vagano tra distanze incuneate
dietro le porte
socchiuse in stanze abbandonate
tra corpi di legno e altri di marmo
tra infiniti gocciolii di linfe e sangue
dove abitiamo tutti nelle resine
e nelle arenarie degli istanti
noi abiti adibiti a segnacoli
abitanti di luoghi impossibili
irreali passati sostanze di ogni futuro
tempo trattenuto
in questo guscio di calcare
luogo di passi senza più peso e
cavalcatura di un cielo sfuggito

.

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