quanti sono venuti

di fernirosso

alexandra levasseur

alexandra levasseur2
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a trovarmi dalla finestra
aperta in questo letargico giugno
e nelle ore precedenti soltanto
agghindando righe
travasi di bouquet floreali
in profumi appena percepiti
come da una soglia
socchiusa in una particella di essenza
da altri giorni  raccolta e trasferita alle narici
in questa crisi odierna di colori in questi polmoni malati
da fetidi odori da scarichi di veleni e tossici invisibili

non ha pareti repellenti la stanza è un corpo solo
non è limite
o recluso non è ogni organo
che in concerto suona le fughe e i  viaggi
del vento   dei pollini    gli umori della terra
gli effluvi di un seminativo più vasto
del giardino steso in rotolo
in un modesto domicilio in affitto
e pur col cuore rotto quel corpo reciso riscrive
e ridisegna parchi e giardini
gli orti dai beni nomi coniati dalle sillabe
giardiniere prolifiche paesaggiste di quanto l’anima
per colli e pianure declina
su spalle di fioriture e onde di aiuole
guarnite di lucciole e api
musiche di altri territori lontani
nella bacheca di una memoria
che non si sradica dalla mia casa

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