erano giorni

di fernirosso

noemie goudal

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ormai ignorava quella voce
le aveva martellato la testa per mesi o forse erano  anni
ora  finalmente le sembrava  si fosse affievolita
quasi allontanarla dalla percezione invecchiando anche la voce
con lei con il suo corpo
le sembrava  di essere riuscita a tenerla a bada
come si fa con un fastidio che non puoi del tutto eliminare
di lei scaricava i segni le impronte lasciate
dove gli altri non potevano vederle
ma dovunque nelle sue stanze c’erano tracce
ogni volta fresche del suo abitarla
del suo viverle così strettamente accanto da confondersi dentro
a volte la musica l’aveva aiutata a disegnare trappole
fino a perderla o a perdersi
tanto che spesso non sapeva più dove fosse
non riusciva mai a fare piazza pulita restavano sempre fili
così trasparenti da risultare invisibili
ad occhio nudo era impossibile
non si trattava di trovare oggetti qui e là come succede nelle stanze di casa
sciarpe guanti scarpe o maglie
lei aveva cercato di levarle
quelle impronte scure restavano dentro  incuneate nella carne
sotto nella pelle si agitavano come radici o rami di alberi
che fremono e si ghiacciano e lei non poteva più fare nulla
quella patina di freddo la gelava tutta e quella voce dura
scura incrinava il suo corpo come un legnetto senza energia
quella voce insisteva a incrinare la lastra del suo occhio e l’orecchio
si faceva sordo  e lei
lei non poteva più alzare gli occhi da quel bianco dentro il foglio
inchiodata alla sua sagoma vuota caduta dal muro della sua fronte
mentre la luce del sole la infilzava come una sciabola affilata
e pesante di netto le amputava la memoria come grossi pesanti teli rossi
appesi  alle finestre del suo sangue come un lungo onnivoro tramonto
e tutto intorno lei era la eco impronunciabile in qualsiasi altra lingua
del suo destino della sua vita
caduta riga per riga in un tempo provvisorio
una specie di macchina da laboratorio che incideva i suoi piedi e le mani
con unghioli affilati una scrittura vorace
un dispensario di profitto e speculazione
l’abortita declinazione di un passato mai maturo per nascere davvero
per essere intero un oggi e domani un occhiello
a cui appendere lo sguardo
sicuro di trovarci un mondo ancora integro
intero se non ancora e di nuovo intatto
facendo maturare quel qualcosa che nutre persino la storia del racconto
e fin dall’inizio sa portarti  fino al punto fino a dove
là e solo là trovi
nell’impresa più ardua
te stesso.

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