alla fine ci sono riuscita

di fernirosso

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Uccidere il sogno è uccidere noi stessi.
È mutilare la nostra anima.
Il sogno è ciò che abbiamo di realmente nostro,
di impenetrabilmente e inespugnabilmente nostro.

Fernando Pessoa

alla fine della strada tutta in salita
come  sprofondando in discesa una primavera dopo l’altra
poi l’estate e l’autunno
persino l’inverno avevano la loro casa
un segnale ciascuno per dire
le spine e  le rose le foglie rosse nel liquido
tramonto dei liquidambar
e chiudendo gli occchi
mettendomi in ascolto
l’ho sentito
profondo il lavorio degli insetti
il deposito dei pollini il nettare

io avevo più di sessant’anni anni e vivevo da sola
dopo più di vent’anni trascorsi lontano da casa
ogni mattina andata e poi il rientro la sera come mai fosse stata casa mia
quella casa quella strada quella città solo un involucro
di bianco o di grigio senza mai sapere che ora fosse per davvero
perché non uscivo mai se non per andare al lavoro
e la notte calava prestissimo e l’alba era subito sulla porta
il sonno si dileguava in fretta dentro la mia faccia
ma
accadde all’improvviso un giorno di giugno
mi dissero che quel viaggio era finito
che non mi sarei mai più spostata
che quella era l’ultima volta che lasciavo la mia casa
e  fu così per davvero
otto lunghi anni a non vedere che un cimitero
non c’era più
più niente a dirmi le stagioni che crescevano imbustate
come nei sacchetti del supermercato
tra le case come loculi impilati gli uni sugli altri
tre metri quadri di giardino in convenzione con il vicino
e il sole a mezzadria tra l’una e le cinque nella buona stagione
poi solo un magone grigio piombo che oscura la casa e tu tieni il cappotto
perché nevica fortissimo e il tuo cuore s’è gelato
in quel ghiacciaio di case chiuse sprangate coi catenacci
e un odore di muffa che ha ali scure in tutte le pareti delle stanze
in volo solo il cuore  come uno sbuffo di colore
perché non vuole rapprendersi e preferisce seminarsi
lungo un tragitto più lungo in una corsa di distanze

 

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