frammenti d’ inventario

di fernirosso

gabriella barouch

gabriella barouch

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hanno distrutto foreste
e al loro posto hanno messo parole senza suoni
commerci un vuoto a perdere di traffici
la vita degli uomini e delle bestie
hanno disossato montagne
scavato le cancrene putrescenti della madre
per trarne gas e cunicoli frananti
hanno ammazzato popoli e schiere di futuri uomini
forse temendo di potere vedere con chiarezza
ogni giorno da adesso quali criminali sono
e quali galere vivranno domani

*

oggi è uno scheletro
dietro l’anta di un armadio aperto
e tra poco esce per fare anch’esso compere
non ha una lira in tasca
non ha nemmeno una tasca né una veste
ma esce va a fare compere
vuole pagare coi debiti la mancanza che lo incarna

concittadino di tutte le terre del mondo
vive tutte le vite di chi questo globo abita da tempo
senza vivere davvero il suo
di commiato in commiato
cammina calcolando il prezzo e stima il suo vuoto
preferendo l’irrealtà di un corpo che non ha spazio

*

eppure lieve
come brina è cresciuta
dentro la mattina
una luce traslata
da stelle già disperse
atomi di bellezza per rinsaldare
altri atomi di cui si ciba il cosmo
e noi là dentro in quella pentola che bolle
anime sole catini di lacrime
gioie avvolte in abiti di orrore
ore minuti o mesi anni di clangore
discutendo cose che abbiamo in cuore
niente cure per il dolore
niente magie nelle parole
solo tremanti o ferme
piccole lanterne di sillabe
lasciano i loro fumi nelle nostre celle.

*

sto arrivando in fondo
e ciò che sento è che non ho
pensieri conclusivi
non posso fare un rendiconto
esatto è l’istante in cui senza comprendere
proprio di quell’incapacità mi fa continuo prestito
e solo allora mi capacito di un cosmo
incipiente in me costellazione dell’attimo

*

non è la ragione
a farci felici nessuna logica ci sostiene
una voce di uccelli leggera
una piuma che cade
una nuvola intera
una pioggia che annega
un mare che la terra corteggia
un’onda poi un’altra
mentre il cielo più alto di stelle
si leva

*

mi sveglio sempre più presto
non so più il calendario
ho solo lune dentro un occhio
che si fa sempre più lento
e ancora
mi domando
cosa sia questo o quello
dimenticando che tutto
ha un nome comune
ripetuto in miliardi di esseri
uno soltanto

*

mai fu più grande la perfezione
un seme e la sua mutazione
la vita in-terra
sorretta da un bagliore

 

L’inventario– Natale 2016

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