e se dovessi direi addio

di fernirosso

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a tutti quelli che non ho amato
per amore dell’altra che ho messo prima di me
e del mio desiderio    lascerei un segno col gesso
lo farei in terra per ricordarmi l’amore
perduto in tutti quelli che non ho baciato
che non ho trattenuto tra le braccia
eppure ho visto e rivisto un giorno dopo l’altro
come in un giorno qualsiasi guardando un estraneo
e di rosso traccerei un segno d’infinito
per dire ciò che non ho mai scritto
tutte le poesie che nessuno ha letto

e ancora se dovessi dire addio
lo direi agli sconosciuti
che non hanno avuto un nome nella mia memoria
ma tutti i giorni mattino e sera
come orologi hanno marcato la sveglia
del mio andare e tornare dall’ombra della mia stanza
lungo i muri di una città amata e perduta
scritta e cancellata su tutti i muri
dove i ragazzi si sono installati con scritte irriconoscibili
tra spray e griffe anonime
a ogni uomo e  donna che mi ha guardato un attimo
e ha visto in me qualcosa di cui non so nulla
e non incontrerò un’altra volta anche se saranno
tutti gli uomini che nasceranno domani e sono già
nati ieri e prima ancora

e piano come un sussuro di silenzio lascerei un rigo di nero avorio
a tutti quelli che piangono senza mostrarsi
a tutti quelli che gridano per soffocare l’amaro del loro dolore
alle donne che in questo preciso istante
decidono di mettere al mondo un figlio
e anche a quelle che decidono di non averlo
ai ragazzi che si bruciano dentro
provando tutto quanto credono sia libertà e quasi sempre è prigione
e a tutti quelli  che crollano nello spavento  dell’orrendo
braccati e svenduti come carne da macello

una riga bianca e trasparente la lascerei agli scrittori
che s’inventano storie per alleggerire i pesi
di tutto quanto ci cavalca e scavalca
dimenticandoci che siamo uguali
e tutti intoccabili
dal capo di gabinetto a quello che lava i morti e li imbelletta
le prostitute  maschio e femmina
perché il corpo è l’insieme di ogni orrore e  ricchezza
così che se solo vivi hai mille pianeti che ti abitano nel sonno
e mai ti trasformano in una pietra  vivi di quel quasi niente
con cui sai riconoscere cielo e terra

e ancora come di nuovo fosse l’inizio dei saluti
per intero e una per una salutarei le stelle che mi hanno incendiato gli occhi
con tutti i loro riflessi  il canto del fuoco di tutte le braci e il tepore delle ceneri
gli insetti e le api girovaghe che di miele traducono una lingua che tutti parlano
le gocce di pioggia quando scroscia sui verdi della strada e la lumaca
che non s’impaura se le schiacciano la casa
le lucciole che vivono per strada
dedico un addio particolare
a quelli che in questo sfacelo impareggiabile cercano in cielo l’arcobaleno
e in terra raccolgono gli schizzi di una parola fatta del silenzio di tutti i mattini
e al secchio dell’acqua che spesso è diventata ghiaccio
a quelli che al mattino presto incontro lungo l’argine con il cane per compagno
ai vogatori della rarinantes che mi fanno sognare un mondo galleggiante
che inventano il canto con la voga delle braccia
ai contadini  che lavorano anche la notte il loro campo
alle donne di tutti i paesi della terra che faticano e nessuno nemmeno le guarda
a tutti tutti quelli che non hanno casa e s’inginocchiano davanti a un fiore
al venditore di pesce che arriva alle cinque e occupa la piazza gridando la voce del mare
al cercatore di rottami che porta via le cose di nessun conto
e in mani d’altri si fanno un nuovo mondo
ai pescatori di perle e di coralli
che si avvelenano pur di trovare tanta bellezza
ai venditori di semi presi dall’ovario dei frutti e dei fiori
ai ragionieri che contano le comete
e anche agli angeli che mi hanno accompagnato e non ho mai visto
ai miei demoni che ridono sopra le mie spalle e mi solleticano per farmi sentire leggera
quando intorno vedo macerie e gente che cade
perdendo il meglio di questa vita di nessuno e di tutti
questa vita che non ha porta e l’ingresso e l’uscita non ha una un codice di lettura

 

Da di alcune orme sulla neve- inedito- f.f.

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