mi chiedo ogni tanto come

di fernirosso

levon baghramyan

.

come mai sento i pesi solo sul cuore
le ansie di cose previste come scariche di pietre addosso
o la sassaiola della grandine diritta sugli occhi
dentro la bocca tutto uno stagno che blocca il travaso della memoria
in qualche sbocco
non c’è corallo
e  non ho appiglio
dentro di me solo sabbia
solo nebbia
senza rifugio la mia strada
se non lo sguardo a me stessa
ma subito cede
anche l’altra al generarsi dell’ombra
come pietra che rotola sopra il mio corpo
senza più vie d’aria
eppure vivo
e non so spiegarmi non so ragguagliarmi
sul fatto che ogni mattino riesco
ad alzarmi da quel cumulo d’ossa come sassi
malgrado tutto da qualche parte pur vacillante e in stato di vertigine
appoggio il mio piede uno dopo  l’altro e a volte arranco
in ginocchio sbucciandomi la pelle dell’anima
trafugando da me stessa qualcosa di impercettibile che dalla bocca
scende come saliva  calda  senza paura o menzogna
ed è per quel niente che mi bagna il viso che nel giorno entro ed esco
ancora ritrovando la mia cella
il breve chiarore che mi brilla dentro tra una paura e l’altra esercitandomi
a dichiarare a me   me stessa    prima che agli altri
quel po’ d’amore
necessario per non perdersi    affogare o
per non bruciarsi dentro l’eccentrica voracità di amore
nel tempo di un attimo
senza domandarmi oltre senza indagare ancora
se la mia pietra rubra batte e batte    ribatte in me un altro ora.

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