questo infinito desiderio

di fernirosso

 

 

che ci accende come braci e ci spegne
in un soffio è l’inevitabile nostra condizione
di illusi che guardano dentro le parole
senza accorgersi che sono solo vuoti
contenitori di sogni pubblicistica che si illumina
delle proprie insegne inventari già catalogati migliaia e migliaia di volte
in tutte le lingue travasate e ridipinte in un fresco invariabile affresco
che cede invariabilmente le sue tinte al grigio monotono in cui decadono
parole di sfondo che vanno a fondo e mettono in evidenza il nostro essere
dorso di un cosmo in cui siamo invisibili e insondabili echi del suo silenzio
un minuscolo niente ed è di questo niente che siamo immensi
perché nel grande frantoio l’io non ha spazio altro che essere tutto
formica polvere albero granchio ape cinghiale lepre foglia sasso goccia

una sequela di travasi e svuotamenti fino a galleggiare come questa pallina di terra
nel cosmo senza orologerie e congegni ma in calibri di misteri e ignoto
in cui per un tratto come ora illudersi e mostrarci in questo e quello il desiderio di un corpo
toccare in qualche modo ciò che non è ed è tutto

infinito corpo del desiderio che ci nutre di se stesso
e di sé provoca mancanza sfuggendoci di mano
e dalla bocca ci sfila la vita dalla sua stessa forma
sempre    senza tempo senza fermo
senza un attimo di tregua

 

 

 

 

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