per sottrazione

di fernirosso

helene pavlopoulou

.

scrivo  i sogni
esche di parole secche
una chioma di foglie
senza un alito di vento
una carta stracciata lasciata per via
lascio in trappole tra le righe
l’imitazione delle cose
che mai mi sono appartenute

tutto è
illusorio
tutto
sfugge
alla presa di un attimo

nel sogno nell’irrealtà di quello sguardo
in cui abbiamo creduto di appoggiare il piede
in questa terra navigata scalata sorvolata
e mai abbiamo conosciuto
se non disciplinandola per segni e disegni
fondamenta di architetture con le porte chiuse
allegoria di un desiderio
in cui il mondo ai nostri occhi
fosse intero
non avesse voragini
non avesse giorni indescrivibili
e
ci siamo ritrovati
oggi    in ogni millennio
dentro la stessa fossa
con le gambe e le braccia amputate
la testa mozzata
e i sogni come schizzi del nostro sangue
avariato di bisogni e cantieri di cementate ideologie
fittizi noi e  tutto fittizio
falsa l’armatura con cui ci eravamo sorretti
senza un dialogo con noi stessi
in un tronco guasto
di miseria umana senza economia
non più vera la vita ma impostura e imposizione
di un comando che stacca ad uno ad uno
le vertebre dal collo e del sacro
fa una seduta per i suoi piaceri
in una notte di nettari un rosso porpora
si beve la vita e l’amore si prostra
amaro di fiele e veleno di memorie incarcerate
azzerate nel fumo e nel fuoco nella viltà di un coraggio
prepotente e ruffiano venduto per quei soliti denari
dove impiccare la propria vita e spargere bombe
orologeria di morte per tutti
non solo gli altri

nemmeno il dolore ci solleva più
da questa prona postura di cadaveri
ogni parola declina solo rovina
tra dare e avere il conto
è un liquido scorrere
esche  di favole antiche disseccate

 

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