il sogno che la vita mi disegna dentro

di fernirosso

tutte le strade che ho intrapreso lungo questo disegno, mi hanno condotto a chiedermi dove “io” fossi realmente, quale fosse il corpo abitato, quale la possibilità di interagire in quell’uomo-continuo che continuamente “passando (si) amplia” e de-genera quel corpo-comune parimenti con una colonia di granchi, una gerarchia di insetti, un attimo di vento tra le foglie e i rami di una foresta, dagli esoscheletri dei radiolari una fitta rete di pseudopodi protoplasmatici, una catena montuosa sommersa nell’aria o nelle profondità oceaniche, e crede con le sue parole, antropomorfizzando ciò che sente sfuggirgli, di essere il detentore di qualcosa. Errori, erranze, imprecisioni, labilità, vacuità,impermanenza, desiderio ogni suo pen-siero luttuoso in cui goffamente elabora la complessità con cui il suo corpo si (s)tempera in ogni altra connessione. L’interezza è comunque il suo corpo, la ricerca del bene comune un momento di crisi del corposistema, ma comunque un istante, frammento. Comprendere questo rallenta il metronomo dell’errore su cui comunque si fonda quel continuo, che necessita dell’iter tra ogni estremità per formularsi.Non ho smesso di sognare, perché è il processo con cui la vita mi disegna. L’essere piccola, aperta, disposta a guardare dentro l’errore, credo sia questo che mi aiuta, come passante nel continuo, in una economia che non ha nulla a che fare con il calcolo ma con un calco che si modella in ogni differenza

 

f.f.- oltre il con(non c’è )fine

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