capitò di notte

di fernirosso

aron wiesenfeld

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vidi un passante sotto le mie finestre
una forma incerta forse una donna
mi chiese perché non dormivo
senza proferire parola
eppure la sentivo
sentivo ogni sua parola
come se fosse la prima volta che le parole
si facevano direttamente la mia carne
non un fiato nella gola
o un alito di pensiero una traccia che ti sfiora

mi chiese perché
continuavo a ripetermi
come era possibile che non fossi stanca
di macinare  atomi di vuote sillabe credendo
come un bambino di creare oggetti e luoghi
ferma in una culla senza risveglio

ora che la sera si fa più scura
e in me nulla è visibile
rischiarata da una pallida luna
scendo senza tregua a cercare l’acqua del pozzo
perché tutto intorno a me si è fatto arido
orfano di tutto mi disegno un corpo
materno quanto posso e un figlio incolume
di un sogno che ancora coltivo nel mio piccolo orto

scendeva lungo la mia schiena la sera
aveva campi  azzurri cammini di luppolo
cere grondava da lattee palpebre su scoscesi dirupi
di addii come frantoi d’oli essenziali

il pozzo dentro di me apriva la profondità di un’acqua sconosciuta
lunghissima una strada da bere una luce
mi lambiva le caviglie
si avviluppava al tronco
dondolavo intorno ad un asse invisibile

con un mestolo d’aria profumò il mio risveglio
di tiglio e caddi in terra come un suono di piantaggine
che da antenne brevissime la pioggia filtrava sulle mie labbra
arse da una sete senza fine

 

 

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