come riccioli del legno

di fernirosso

camilla engam

.
profonda superficie vive in me un’ inquietudine
di giorno e di notte risuona l’eco di così tante stanze
il vuoto delle impronte abbandonate da anni
i segni alle pareti gli aloni le ombre dei tessuti
smarrito un viavai di voci in un coro a bocca chiusa degli stipiti
dove le porte  ancorano i miei occhi

una tempesta che fiorisce e poi rimbomba
senza  placarsi mai o solo per tratti
tra cumuli di errori ereditati
dove i miei giorni mi assediano impietosi

una vita di assenze mi sta accanto
e come un abito mi riveste di quel suo incombente
estraneo silenzio un devastante  sguardo
dalla convessità di uno specchio
che incurva la lente del mio occhio

così non vedo e bugiardo e fesso
ogni oggetto si aggrappa al mio pensiero come fossero
mani che tentano vanamente di sciogliere i nodi

tutto è un unico corpo di medusa
che scintilla un mare di braccia come radici
s’infossano ma non rianimano il mio piccolo chiostro di terra
l’inchiostro propone la balbuzie delle mie inconcludenti sillabe

nessuna eredità mi fa misericordia di memoria
nessuna luce apre le stanze di tutto quanto è ombra

 

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