(s)GUA(r)DI DI POESIA

di fernirosso

norma bessouet

 

.

testi tratti da DALL’OCCHIO ALL’ORECCHIO UN GRADINO E UN LABIRINTO

 

se riguardo dentro
quel foro sul muro
negli anni  ti vedo
ancora chiara
aperta  luminosa
sento i richiami
le eco  le voci
annuso i profumi
le cere le essenze
sento l’acqua
che scorre e
il verde penetrarmi
fino alle radici
scordate

*

i miei due lati
sono la faccia di queste pareti
dove la voce rimbalza
e solo per una eco si riconosce

non ha alcuna memoria
non ha traccia o impronta

è una città svuotata
una corsia devastata
cadono a pezzi i corpi delle cose
ci sono drappeggi a ricoprire statue

nascono dagli sguardi inquieti
dalle nude cosce di una lussuria senza più eros

spogliata da ogni emozione
langue la mente e tutte le sue sfere
fanno più sordo un rumore di ottone
un basso che sfocia

da un intestino crasso
un intimo odore di corpo

aperto un topazio salmastro
e più lontano sotto i fili di altri fantasmi
una lunga scia è la vena del cielo che sogna
e stende la sua linfa sopra uno specchio chiaro

l’alba o l’albatros sfibrato dal suo volo
inceppato il suo occhio è una radice di pianto


una città senza più nome una pianura
senza chiasso nella mia bocca
persa dentro
il tuo cupo orecchio

*

per un grano di terra
un esercizio di stelle
tutto il giorno allargato
per un nubifragio di onde

luce un precipizio di semi
segni di un celeste pellegrino
infinito chiuso occhio del cosmo
caduto dentro il chiostro
nel terremoto di un tralcio

in un crocchio di spine
difendono il raccolto
un sol giorno
atomo e nucleo
rivoluzione della spiga
contro il germe della fame

e ogni bocca ogni corpo
ogni donna ogni uomo
ogni singolare pianeta
seminato da quel giallo
è una linfa senza resa
una spiga di pane esplosa

*

dentro le carte
i m m a t e r i a l i
che imbrattiamo
le poesie navigano
da milioni di anni
l’intero universo
il tempo è
solo una tra le tante
intricate tessiture
riversate
tra riva e rima
senza seguire una riga
in una scena d’inchiostri
fluidi e linfe che si mescolano
china resta la vita
la più segreta e immortale
tra tutte
la parola mai scritta per esteso

*

bassa
ho camminato nella foschia
ero
un numero infinito di onde
sporche di sabbia case ingombre
stavano distese
come corpi spogli di donne
a perdita d’occhio l’aria
non più chiara
come una bugia si era lentamente
trasformata in roccia e nera
una gabbia chiudeva il litorale dentro una vasca
l’estate era un pesce rosso dentro una boccia d’acqua gelata
orrore ovunque
la terra era un fuoco di ceppaie
persino il mare brulicava di fiamme
tutto e dovunque solo morte fumo polvere
di ruggine un rumore di ruote metalliche
un sordo correre di carri che rompono l’asfalto
e dal catrame qualcosa simile al germoglio schiude il suo occhio
nasce tenero un verde che l’aria ripulisce
e una furia d’insetti è la mia testa
una furia di suoni dentro il mio letto
io sono il fantasma nella parte posteriore della stanza
sono la furia dentro la tua testa
nel tuo petto esplodo milioni di sillabe
tutte in una volta
sono il coro dentro la memoria
sono
la sventura che senza fine ti cancella e poi
ti rinasce ancora
e ancora
ancora una volta

.

christian schloe 

.

testi tratti da IL GRANDE GIOCO DELL’OMBRA E DELLO SCARTO

 

imparare  a sillabare la creazione del mondo
rivoltare il limite da superare con un folle volo
e un gesto d’amore
non più ignorare l’altro
vivere disobbedendo a ogni crimine
rifiutare i pedaggi d’inciviltà
accanto al nero di ogni sofferenza accendere
il bianco di una resistenza attiva affetta di bene
mettere un colore accanto al cuore
con arte  disegnare una porta
e attraverso quella avventurarsi
dentro una vita che è sogno e bisogno
magia e mistero
attonito  momento e urgenza di presenza
all’insegna di un coraggio fatto di gesti concreti
essere vicini gratuitamente portare un risveglio
come il sole che mai annichilisce nel suo ardere
costante  scavando ognuno fianco a fianco
ognuno nel fianco di se stesso per arrivare
fino all’altro.

 

*

La metafora è un procedimento intellettuale
mediante il quale riusciamo a cogliere ciò che si trova
oltre la nostra capacità concettuale.

J.Ortega y Gasset

 

.

una
sola
oscura   provincia
un’ombra sul muro
la vita


mi attraversa
in un brivido
notturno un corso
di spoglie


miei nati
antenati
di ogni futuro
in un giorno


senza giudizio
solo
un sogno

 

*

nelle profondità di questa quiete
verde  un racconto di foglie  cede
in terra tutte le mie ombre
e gli aghi degli abeti
non ancora imbiancati accendono
i soli di tutti i miraggi in mille gocce
la linea ricurva del mondo  accoglie
perso il mio tramonto là
in fondo anche la mia solitudine  aspetta
in una nuova piccola sorgente un quadrante d’acqua  ci scioglie
dalla bocca l’ultima inutile parola l’ultimo segno della mano incauta
che ha rubato ciò che l’amore illuminava
nel suo centro vuote corrono
le nuvole e il freddo del mio gelo le rincorre
per bloccarle nel grigio delle rocce
tra ferrate e vie maestre tra vicoli e strade dismesse
in me dove non sento
il profumo degli orti la frutta  cantare nei broli
e i fiori  dirigere
i cori delle aiuole le fiammate di rosso nelle bacche accese
di dicembre le lucerne  le bianche perle del vischio
sotto cui deporre i baci

tutto dorme o sembra moribondo o morto
c’è quaggiù solo un concerto sordo di metalli
che sempre più atterrito rende l’ uomo di oggi
e per attrito sfregia il volto del mondo
il chiaro di luna esposto nell’alta bacheca della notte
non rima sul ramo degli innamorati
intenti a tiranneggiarsi con le solite vuote battute
mentre altri poco lontano da loro
già cadono sotto il lancio delle bombe
e i più dormono ritenendosi lontani
di tutto quel frastuono ignari non comprendono
le lacrime con cui si svegliano ogni giorno
perché c’è un filo che lega stretto e sicuro
ogni nostro abecedario
la merce più innocente con lo stolto  l’avido  e lo schiavo
sapiente la morte la sua scienza non disperde
ma agli uccelli che del fluido suo scorrere si nutrono
sostiene  ali e corpo e terso rende lo sguardo

ascolto  attento ascolto
il più lontano dei luoghi canta
la sua brezza è il suo nome
chiama i nostri passi nella sua oscurità
salmi e notturni disegna in codici e canti
il mio corpo ascolta tutto il fluire di amore
miniato in me ha luce e fiore  acqua e nuvola
viola e primavera neve
e scura montagna  bordo di questa piccola tazza
dove il vento depone i suoi semi
dove succoso è il grappolo della vita
e i fiori del cortile sono nubifragi di tempo
dall’alto muro di questo inconsueto cosmo
che al mattino mi sveglia e apre in me la porta del mio labirinto
mentre tutto resta segreto e nascosto ed io verso me stesso
ancora da un sorriso illuminato corro e corro
lontano dal tempo giù a più non posso
dentro un filo d’erba nel prato fino a sentirmi saziato
di luce di alberi di tenebre a fiumi
dell’intimo chiarore di una stella issata ad un bagliore
nell’ultimo singhiozzo dell’acqua con cui ho bevuto la mia vita
e adesso è caduta nel chiuso rigore di un verso  da

ancora non so dove

.

aneta ivanova

.

testi tratti da NEL VANO DELLE P A R O L E

 .

per strade lunghe e un lungo silenzio
faccio ritorno a casa
dove non sto dove non vivo e non ho più
cose con lo spazio dentro
né abiti  nell’armadio     del ricordo il viaggio
la passione     tutto arriva  e lignifica
una corteccia folgorata la mia scorza
come una buccia la vita  staccatasi dalla mia pianta

e persino le parole che mi scheggiano da dentro l’osso
altro non sono che il mio vuoto corpo
espostosi al vento

F.F.


.

 

L’uomo si lascia alle spalle la sua infanzia, la fanciullezza, la maturità, la vita e le sue opere, ma questo non è morire, è vivere.

Maria Lai

 

.

due tempi e un solo occhio
si è barricato in un mistero
lo spazio     scordato     si è fatto
percezione
prossima una continua  istantanea
un’immagine  imma(r)ginata

 

fatti pochi passi     verso una finestra
ancora cola il tempo
liquida     una carta da parati
tappezza questa alta stanza magazzino di esperienza
e tutto azzurro il prima mescola il suo pigmento in questo vano     adesso

esco
mi precipito
in tutto quanto vado visionando
ed è stato
un tempo preciso
è già stato
dentro il mio occhio
nelle mani nei piedi nel respiro nel cuore ha battuto
quel giorno quell’incontro quel niente é ora
e ancora ribatte il mio metallo
lungo     sonoro     un monologo
s e r b a t o i o  di tutte
tutte le voci mai inquinate
che sono polvere
di questi arredi che ora vengo a cercare
in coriandoli di luce
spezzata dal mio specchio
in un cassetto dentro un comò socchiuso
cianfrusaglie emergono alla rinfusa in un cielo cianotico

lontana la casa     lontano il tempo della quiete     affiora
fioriscono erbe profumate e ho fame come di bestia randagia
che per anni nei secoli da se stessa si è allontanata
e nella parola ha fatto uno slargo minuscolo
un pertugio di sole dentro la sua tana

ho sete sempre più sete
cerco depositi d’amore come acqua
come un animale anch’io tra le radici bevo
e chiara vedo la fine tra quelle muffe
la sottile scrittura della morte

un filo di terra appena
mi scrive tra le labbra scende diretto
all’alveo del respiro e ghiaccia il battito
spegne il cuore
la testa piega
cedendo un poco per volta un istante perfetto
anni secoli memorie oltre le mie storie minute
solo un alito
l’ultimo
quel filo di solitudine fattosi più sottile e stretto

intorno al polso e al collo fa saltare un nervo e
posso finalmente morire
sparire dalla cella da quell’abito
celato a me stessa
non dire

non dire più nulla per sfuggire
ancora una volta andare
distante     distante     distante     tante e tante
tante volte più lontano
nella lacrima che non mostro

il vuoto di tutto quanto (è) aspetto
in terra il segno di uno scavo aperto
il corpo dentro più dentro fin dove non lo vedi
e
altro si fa
una gradazione di bruno macinato dagli insetti
un rettangolo dentro cui svanisce tutto

 

per questo hai scritto?

ho cominciato a scrivere
per non perdere i luoghi
dentro di me così fragili
e distanti
le scarpate delle strade i fossi e gli argini
come montagne invalicabili quando il tempo frana
quando i giorni si ammucchiano
infoltendo i loro rami di alt(r)i segni
una mobile scrittura un’intricata foresta
i mesi gli anni
che mi scendevano il corpo
in continui naufragi e perdite
dei miei primi attimi
l’amicizia con la terra
che in gola mi metteva nidi
e ora senza più uova e
voli alti sopra le corti di sole
è solo crepe sulle facciate di case straniere
quasi una forca la memoria divaricando la forcella
innesca la sua fionda penetra la sua piccola granata
affonda dentro l’angusto territorio della mia vecchiaia
dalle spalle dei miei anni trae i pesi dei luoghi le cimature degli alberi
le siepi gli orti incolti un sentiero interrotto
sui cui più volte mi è crollato addosso il tempo
e la vita si è allargata in un cupo lago
recintato da pietraie aguzze
ruderi i ricordi in un continuo restauro di strutture inutili
perché non serve un tetto una lamiera basta
per passare la notte se la vita è un temporale e nemmeno la luna
ti accoglie e niente niente riaffiora da quell’antro che è l’androne di casa
perché dove abiti ora tutto è stipato
un ripostiglio senza aria senza luce
un luogo senza sentieri da percorrere
dove non sei affatto contento di esserci
e i ricordi di ieri ti mangiano e i ricordi di oggi si frantumano in un niente
così che a te non resta altro
che un vuoto deposito di polvere

(…)

.

.

RIFERIMENTO IN RETE:

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2017/07/30/fernanda-ferraresso-2/

RINGRAZIANDO CRISTINA BOVE CHE OSPITA QUESTI SCRITTI “IN/SATURI”NEL SUO SPLENDIDO GIARDINO!
Di cuore f.f.

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