Tutto cominciò per caso

di fernirosso

andrea kowc

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Tutto cominciò per caso. Avevo l’abitudine di infilarmi tra i vasi di mio padre, ogni pomeriggio andavo nel suo laboratorio attratta dal fresco dell’ombra di quell’area della casa e dall’odore degli oggetti. L’argilla ha un profumo di terra diverso da quella dell’orto dove tutto compone in divenire un quadro vivente di animali ed erbe. L’argilla è come un’ambra e racchiude in sé un tempo fossile, creature bloccate sedimentate e diluite dalle piogge. Entrare in quel mondo significava sprofondare in viaggi agli antipodi di quei luoghi, significava cacciare le origini ma anche navigare senza bussole fino a domani, tutti i futuri possibili che da quelle impronte fresche potevano nascere. L’argilla è l’interminabile scrittura della nostra terra, il manifesto racconto di un travaglio continuo per cui ogni segno è un corpo che nasce e un altro che scompare per rimontare altrove quel foglio, plastico duttile e completo di quella perfetta imperfezione che governa la sua continua rigenerazione. Da piccola ero semplicemente attratta dalle forme, le impronte che mio padre nascondeva a volte incideva velandole in disegni che subito ai miei occhi vivevano direttamente da quel contatto tra il suo corpo e il soggetto realizzato. Mi attiravano là anche gli insetti che prendevano casa tra i vasi più vecchi che mio padre lasciava lungo il lato più oscuro e in ombra della stanza. Mi ricordo le scalate su Everest di argilla cotta e fresca, spontanee le mie declamazioni, ancora poco poetiche ma ricche di fantasmagoriche piroette di senso, su quei troni. Mi concedevo silenzi di ore in attesa delle farfalle che puntualmente venivano a passeggiare in quelle reti di attesa, dove le raccolte di mio padre aspettavano di asciugarsi prima d’essere cotte. Coltissime numismatiche tutte le dita che mio padre produceva sulla materia grezza, una speciale ripetuta missiva in cui chiedeva alla materia di mostrare da sotto la superficie la sua forma. All’interno di un vaso, a causa di una fessurazione che apri in due il pezzo, trovai a distanza di moltissimi anni l’impronta acerba del mio piede. Meno di dieci centimetri: la misura di un passo dentro l’infanzia che avevo scordato e ora riappariva dall’ambra dell’argilla, forte del tempo del fuoco che la rese certa, nel tempo sicura.

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