ma cosa ci serve ancora?

di fernirosso

cynthia lund torroll

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serve una scure e una cesoia
serve abbattere l’oscurità e aprire l’alba
la notte masticare in bocca tutte le ore
incendiare i respiri
preparare con sabbie di stelle
una razione nuova di cibo che sfama
affilare l’olfatto per sentire il nostro guasto
serve testimoniare la nostra presenza ciascuno in un gesto
officiare in terra ciò che ci hanno raccontato essere alto
abbiamo questo
questo soltanto come grazia in corpo
e nessuna cancellazione produrrà la morte
se di noi in sé ciascuno per l’altro
custodirà le mappe

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cynthia lund torroll

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fino ad oggi che è come ieri
non è bastato tutto il tempo
per cambiare di posto a una pulce o una meteora
mai cura è stata davvero gelosa della vita
non ancora pronunciata per intero
se non nei giochi dell’infanzia ora è chiacchiera e
se anche il giorno trova comunque la sua voce
niente di noi si è fatto luce

così perché davvero si faccia giorno
dovremmo noi costruire una grazia
e dentro l’oggi non nel domani procrastinandolo all’infinito
costruire mani e braccia che le nostre di adesso sono cadute o monche
non raggiungono se stessi
serve ripassarsi il respiro di bocca in bocca
serve ripassare di casa in casa
quella che noi siamo l’uno per l’altro
e non dire non dire mai questo non mi riguarda
non c’è pena più grande che alla fine sentirsi vuote scorze
avvizzite inutilità che presto si degradano
dentro il degrado costruito per una vita inte(r)ra 

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cynthia lund torroll

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quale offerta ancora dovrebbe volere un dio
se i sacrificati in terra sono più degli officianti
quanti agnelli per uno scannatoio che ha solo due mani
le stesse dai tempi dei templi
e una lama antica fatta di ruggine questo umano tetano
che riveste la pelle degli uomini in qualsiasi regione della terra
e s’infiltra negli occhi disarma il cuore vive nel ventre e come nutriente
vuole sangue e vita da secoli nei secoli senza carità senza altra prossimità
che una cecità inaudita.

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cynthia lund torroll

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buoni per i lombrichi
per la terra
noi mai vicini
a noi stessi
sempre distanti affacciati al futuro
non vediamo l’ape che ci punge
questo presente così frettoloso e acuto
e sarebbe facile vederlo
il suo sentiero sono i nostri piedi
e il suo segno la mappa delle nostre mani
non servono vaticini o tabernacoli
brucia la sua fiammetta piccola e svelta c’incendia
l’attimo in cui la vita ci scorre

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