vertebre di follia

di fernirosso

gabriel pacheco

 

 

su questo si regge l’uomo
la spina della vita che in lui smuove
ogni cellula per farne attrezzo
di pensiero linguaggio
e  ogni oscuro dentro di noi scava
la terra su cui camminiamo il piede sconnette
la mano il gesto che interroga e afferrare vorrebbe
se stesso e l’altro la distanza e la penetrazione di una misura
che non è mai pratica
traendone casa in uno spazio dove alloggia il guardiano
tempo del nostro starcene all’aperto in questo congresso
di azzardi e sogni e desideri e disegni in cui l’esercizio
è sempre praticare la stessa acrobazia
vivere
senza sapere niente di ogni cosa
e solo gettando avanti a noi schegge di follia
proviamo a muoverci in tutto quando radica
nel nostro corpo evadendone la cella di reclusione
ramificando ovunque l’azzardo dello stare in bilico
sulla linea di demarcazione razione di ragione
che sconfina e sfuma senza mostrarci il dove
ma solo un come che non si può tradurre se non per balzi sbalzandoci di sella
aprendo quel palazzo dove  abita pazzia
senza rete e connessione solo con quell’area interamente d’ombra
che spazza via misericordia e compassione e guarda
dritto dentro l’occhio il chiodo che ci crocifigge

 

 

 

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