il mosquito

di fernirosso

garelli mosquito – 38-A del 1946

 

Avevo appena visto un film e le scene, appena godute sullo schermo, mi erano letteralmente entrate in corpo aprendo varchi nel ricordo.
Era caduta molta neve quell’inverno. Quello stesso che adesso scorreva dentro di me, rivivendolo. A dicembre le strade avevano pareti alte almeno mezzo metro e la neve continuava a depositarsi, lenta, fitta, senza tregua. In pianura non era così frequente, anche se una volta le stagioni avevano svolgimenti regolari, non come adesso che non sai mai cosa accadrà e sembra tutto piuttosto una vetrina dei diversi siti meteo, che si disputano la previsione del tempo e del clima, come in precedenza facevano i veggenti.
Era freddo, quell’inverno, e non avevamo comunque niente di particolare per affrontarlo. La guerra era finita da poco e, si sa,ieri come oggi, ci vogliono molti anni per ricostruire ciò che follemente gli uomini distruggono per sopraffarsi, letteralmente per sopraffare se stessi, in ogni caso, perché la guerra non risparmia nessuno. Alla fine,alla fine ci si rende conto di come tutto sia vincolato, all’altro, e tessuto in una rete di cui tutti fanno parte e non si scappa da questa regola feroce e giusta, che natura ha approntato prima che noi apparissimo in questo scenario.
Di allora non ricordo moltissimo, ho solo alcune finestre che si aprono e posso vedere dei tratti della mia vita che, a quanto pare, sono rimasti ad abitarmi, anche dopo così tanti tanti anni.
Cammino anche ora, ora che guardo dalla finestra che si è aperta su quell’allora, tra cumuli di neve e la mamma mi tiene per mano. Camminiamo adagio, per non cadere.La neve è in molti punti ghiaccio, spesso, duro, e poi dobbiamo cercare i varchi dove attraversare la strada. Non ci sono auto in giro per strada, solo acuni carretti e qualche furgone per il trasporto dei generi alimentari. La gente non lavora lontano da casa, per cui va a piedi o si sposta con la bicicletta. Ci sono anche dei “mosquito”, li produceva una ditta italiana, la Garelli, ed erano delle biciclette in cui avevano letteralmente impiantato un cuore a motore. Scoppiettavano, all’accensione, e di certo non raggiungevano le velocità di oggi, ma ci si spostava fin dove si doveva senza troppa fatica. Li usavano per lo più gli uomini, perché le biciclette usate a questo scopo, avevano la bacchetta tipica delle bici da uomo tra la sella e il manubrio. Mio padre se l’era costruito da solo, era un genio! Aveva una maestria particolare nell’inventare e nel montare le cose, che oggi rivedo nei miei figli, soprattutto il più piccolo e anche io me la cavo devo dire. Passa nel sangue? Penso di sì, passa, passa una linfa segreta che poi all’occorrenza ti esce dal cuore dalla testa e dalle mani, fino a fare ciò che volevi fare.
Anche allora, quell’inverno, volevo fare l’albero di Natale, ma non avevo addobbi, tranne quelli creati da mio padre. Allora usava mettere dei dolcetti legati ai rami dell’albero, e avevano forme diverse: uccellino, ghianda, babbo natale, le monete d’oro, che usano ancora oggi, e altre piccole decorazioni che i bambini mangiavano, senza abbuffarsi, durante il tempo delle feste. Io non ne avevo e in casa, all’epoca, non c’erano nemmeno molti denari. Quelli utili per le cose indispensabili, per vivere insomma e mia madre rinunciava spesso a cose per sé pur di far quadrare i conti e lasciare a noi la gioia di qualche sorpresa.
Quel Natale toccò a me fargliela, anche se tutto era iniziato per soddisfare una mia richiesta.
Camminiamo lungo la strada, dobbiamo raggiungere un negozio di dolciumi che si trova nella piazza del paese. Mia madre conosce la proprietaria, sono amiche da molti anni e si sono aiutate durante la guerra.
Io ho quattro o cinque anni. Frequento l’asilo del paese e sono spesso al centro delle recite della scuola. Ci facevano fare molti saggi le suore, per mostrare quanto avevamo imparato durante tutto l’anno e questo comprendeva il lavoro manuale ma anche lo studio. Imparavamo della parti tratte da racconti brevi, e tante tante poesie. Spesso ci facevano preparare gli abiti per la recita utilizzando la carta crespa. Ne uscivano dei veri capolavori. Ho ancora delle foto in cui si vedono con chiarezza anche se l’immagine è ingiallita nel tempo.
Entravo molte volte in scena perché la mia passione erano le poesie e le imparavo a memoria costringendo la mamma a dirmele e dirmele finché ne ero padrona e poi le interpretavo così come le sentivo. Andavo fiera di quella mia capacità di tradurre parole in senso, nei sensi che prima di tutto prendevano me, mi rapivano trasportandomi in una terra che ancora oggi è mia, pur non avendo né segni precisi né confini se non la voglia di raggiungerla.
….
(parte prima- continua)
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f.f- da  L’inventario– il mosquito

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