a questi alberi

di fernirosso

su blackwell 

.

guardo ogni giorno imparando
a questi alberi stretti come me
in un fascicolo di case
di voci e umori
rumori e grida
a questi alberi che piangono canti di uccelli
quando la sera congeda gli uomini
in serre di silenzio al chiuso delle loro stanze
questi alberi che si aggrappano alla terra
e dal cielo succhiano un solo suono
d’aria e pioggia che assorda lo schianto delle strade
lo stridio che s’infila  sottopelle e scorre disordinando
i legami tra noi e il mondo avvizzendo  gli organi
che non più la vita cantano ma sofferenza e  crimine compiuto da un ignoto altro
noi che ci siamo scordati
e non partecipiamo più al coro della terra
in miseria noi
terra cava senza un centro
noi moribondi che balbettiamo parole azzoppate
e accettiamo un mondo di colla collassandoci
nel masticare alfabeti senza linfa
noi senza dispensa e figli  senza sogni con cui scalare le montagne
farci casa noi l’uno per l’altra
noi senza testa in cui stiamo in tana finché si  frantuma lo spazio della vita
noi ammorbati di assenza  la più sorda e iniqua
abbattendo un giorno dopo l’altro solo noi stessi
dietro una parete insormontabile di nullità
aspettando il miracolo o che il giorno parli
scorrendo attraverso il tempo che inarca la schiena
in una conta delle ore inutile
dove la mancanza è l’unico ammontare di ogni cassa

 

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