I CALENDARI DEL CARBONE- quinto giorno- quello che pensavo

di fernirosso

memorabilia

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Non so nemmeno io quello che penso in questi giorni. Non ho certo illuminazioni, piuttosto sono irascibile, mi arrabbio per tutto e con tutti, tranne nonna. Lei li chiama i miei dissensi.  I grandi dicono che sto attraversando l’età della ribellione ma io sento che ho solo paura. Tanta paura che mi monta dentro come le chiare d’uovo.  Non so perché né che cos’è. Sento solo che mi angoscia. E’ come se si dovesse rovesciare dall’alto qualcosa  che non si può fermare e noi tutti sotto, tutti giù, per terra. Ma non c’è il bel castello di marcondiro ndiro ndello. C’è un turbine che mi scoppia dentro e non riesco a trattenerlo. Vorrei essere anche io in clandestinità. Ora. Adesso, sì adesso, vorrei sparire dalla faccia della terra. Non c’è altro che scompiglio! Le lettere non arrivano. La gente che conosciamo sembra sparita dalla faccia della terra. Stiamo perdendo tutte le abitudini. E ogni giorno sono code di persone in cammino, con poche cose. Borse ,valigie, qualcuno col carro, chi una carriola. Camminano, scappano dalla città.

Quelle maledette sirene- grida mamma- mi fanno saltare la testa. Di notte e di giorno non si riesce a stare un attimo tranquilli. Boom e boom e riboom! Non ci sono altro che voragini! La gente salta per aria, smaciullata! Trovi solo terra frantumata sangue e macerie. E non si possono recuperare, non si possono cercare gli scomparsi. Potresti saltare anche tu. L’allarme suona e poi risuona, e ancora e ancora. Questo non è un conflitto! Questo è il deserto! –

Ci sto ancora pensando a quello che raccontava mamma ieri sera di ritorno da casa nostra. Mi ha molto impressionato. La guerra non è il gioco da tavolo che fanno i comandanti o i politici. La guerra è un assassinio!
Lo so che se solo lo dicessi ai mie compagni o anche a certi adulti ce ne sarebbero tanti, tanti che mi segnerebbero a dito e magari mi denuncerebbero. Ma è questo, decisamente questo che sento e che penso.
Il mio lavoro adesso è andare per i campi a raccogliere tutto quello che trovo. Senza pensarci, in fretta riempio lo zaino o la borsa. Sto attenta a chi incontro, sapendo dove è il più vicino nascondiglio sicuro. La nonna me ne ha insegnanti un certo numero, lungo tutto il percorso.
– Ricordati, meglio delle lezioni di scuola. Ne va della tua vita! Ricordati! Ricordati! Hai capito?-
E dicendolo alza un po’ di più la voce, cosa che lei non fa mai. Non l’ho mai sentita gridare con nessuno, nemmeno con le bestie. Mai.
Quando m’incammino ogni volta mi ripeto le parole di nonna. Quando cerco è come se cercassi pezzetti di me, là per terra. Accade ogni volta che non penso. Accade quando sfioro qualcosa, qualcosa che è un corpo, ma non vedo. Mi domando se anche io ho il dono della zia. Lei ha visto cose che riguardavano al vita di un altro e poi, poi è successo qualcosa di tragico.
Era un ufficiale dell’esercito, si erano piazzati nella casa del nonno. Zia Anna faceva delle sedute, così le chiamano, e dicono che ci azzeccava parecchio. Diceva cose che riguardavano persone. Gente che non conosceva affatto. L’ufficiale, un meridionale di Manfredonia, dall’aspetto signorile, si vantava della casa, della moglie, della sua vita. Era anche lui lì al pascolo a casa del nonno. Zia gli lesse la mano. Gliela lesse con gli occhi chiusi, come sempre. Gli disse che a casa sua moglie stava con un altro. Erano in casa sua. E non aggiunse altro, come se non volesse più dire niente e niente disse più. Gli altri iniziarono a deriderlo:

Ti mette le corna la tua signora, altro che virtuosa! Tu qui che salti per aria e lei si diverte, cara, dolce, innamorata! Che amore di sposina sciagurata!-

Lui chiese alla zia di dirgli meglio, di dirgli cosa aveva visto. Era chiaro che le credeva, che non pensava che stesse prendendolo in giro.  Non ci fu verso di farle dire niente di più.

Così mi ha raccontato la mamma e nonna ha confermato.
Ma non è stato questo il problema più grosso. Il tizio, l’ufficiale, chiese un congedo di pochi giorni, per andare a casa. Forse pagò qualcuno forse andò senza chiedere a nessuno. Fatto sta che non si vide più. Si seppe dopo che era riuscito a ritornare a casa. Lei aveva davvero un altro. Un tizio facoltoso del posto, un nobile,  un imboscato che non avevano mandato al fronte, per questioni di salute. Sì, salute! – aggiunge mamma che non ha nessuna simpatia per la gente che imbroglia, che froda, che non ci mette la sua vita, che non rischia di persona. Un vile insomma.

Senza preavviso era tornato e, come capita, li aveva beccati a letto. Non ha impiegato molto a sistemare i conti. Un colpo a lui e poi uno a lei. Il terzo per sé. La storia ci è stata raccontata dai suoi compagni, quelli che ancora soggiornavano a casa del nonno. – Mamma lo racconta rabbrividendo.
Zia Anna rimase chiusa in camera per cinque giorni, senza mangiare, senza bere. Non voleva vedere nessuno. Nessuno. Nessuno. La tirò fuori il nonno, dicendo che aveva assolutamente bisogno di lei, altrimenti sarebbe morto. –
Io non ho mai provato ma zia dice che anche io ho la stessa cosa che ha lei e lo dice come fosse una malattia pericolosa. Qualcosa che ti può dare tanto, tanto dispiacere. Ma che può anche aiutare, gli altri, mai te in prima persona.
I periodi della sua vita durante questa guerra, perché è stato in questi anni che è successo, pare che lo dimostrino con certezza. Lei è una che legge dentro le persone. Le vede come erano e come sono e sente anche quelli che sono legati, in qualche modo, a loro.
E’ come se avesse un filo, il nostro corpo, la nostra memoria e ci annoda l’uno con l’altro. Ci mette in contatto, molto meglio delle lettere o delle parole.
Il silenzio, un profondo silenzio è la guida che porta all’interno, per vie imprecise, per spazi segreti, fino alle stanze dove sono raccolte le persone che amiamo. No, anche quelle che odiamo.Tutto è legato insieme, intimamente. E tutto esplode, al tatto, quando lo raggiungi, lasciando te stesso, che guadi come in un fiume senza rive quei sentieri liquidi, da un’altra parte, lontano.
Chissà cos’è la sostanza con cui siamo fatti? Cos’è davvero la materia che chiamiamo corpo? Con quali e di quali composti essenziali è impastata, tessuta o modellata la vita?
Se solo riuscissimo a vederla, coi nostri occhi! Se potessimo entrare ognuno nell’altro, forse ci mostrerebbe delle enormi sorprese rispetto a quella che è la percezione ordinaria.
Ho pensato di fare le prove con mio cugino Alfredo, ma lui ha detto che so troppe cose di lui e sarebbe troppo facile.

Devi cercare di andare dentro la vita  di qualcuno di cui non sai nulla. Devi tentare di vedere, nel suo infinito nascosto, quale è il suo universo, il suo mondo o la visione che ha del mondo. Oppure non lo so nemmeno io. Non ho mai provato, non so come si fa sul serio. Se devi stare immobile, fermo fermo, quasi senza respirare e. E poi? Poi cosa si fa, io non lo so. Chiedilo a zia Anna!-

Come faccio a descrivere i ricordi di qualcuno, mi domando. Come e dove li scovo i suoi giorni, i suoi gesti, i suoi pensieri? Con quali occhi guardo, al buio? Quando è scuro è buio pesto, non ci vedi niente , non vedi da nessuna parte.
Mi sento spaccata tra questi due desideri. Sparire o spiare. Eppure mi cattura davvero poter entrare dentro la vita degli altri. Capire cosa ci fa così, così come siamo. Entusiasti, ostili, stupidi o molesti, assassini o santi, vecchi, giovani, bambini, zingari, artisti, contadini.  Cosa c’è che ci lavora dentro?  Sono cose, queste, che non puoi capire. E quando ti capitano, quando ti capitano credo che ti vengano addosso. Ha scritto così la zia nel suo quaderno.
O forse è perché siamo tutti visionari, sogniamo, come zia Anna quando canta le opere teatrali, perché lei si è presa una passione molto forte per il
teatro e per la lirica. Conosce alcune compagnie teatrali che girano per le città del nostro paese e, strada facendo, prendono anche nota di tutto quando accade. Anche loro sono partigiani. Ma non sparano col fucile o la mitraglia, loro mettono a segno gli occhi e ricordano informazioni utili.
Mi sono molto stupita quando me lo ha raccontato.

– Credi che siano persone frivole, sempre pronte a ridere, invece indossano una maschera, perché nessuno possa scoprire tutto quanto raccolgono, a favore di tutti.– Così ha detto, testuali parole.
In questo periodo leggo molto, moltissimo. Tutti i libri di nonna, li ho già letti almeno tre volte. Mamma ne ha portati da casa nostra di nuovi. E’ come se pensasse che ci trasferiremo qui, in campagna.

– C’è una grande opacità nel mondo ormai- dice– leggi, leggi tutto e scopri quello che davvero ti aiuterà a superare questo tempo senza misericordia. Questo tempo senza pace. Questo tempo di carbone che ti soffoca se lo respiri.

Oggi sono passate oltre la siepe un gran numero di persone, sfollati dice la mamma. Vedevamo le loro teste scorrere, dietro la siepe. Di tanto in tanto dov’è più rada li vedevamo interi. Hanno perso la loro casa e quasi di sicuro qualcuno di famiglia. Lo vedi che sono spaiati. Uno è arrivato davanti alla nostra porta. Ha scavalcato tutto quello che sta nel mezzo. Mamma ha costruito una specie di staccionata di legno, oltre il cancello di ferro che non chiudeva più. Abbiamo perso anche il lucchetto. Ma nemmeno questo nuovo sbarramento è servito.
E’ un ragazzo sui ventiquattro, forse ventisei anni. E’ biondo, ha gli occhi azzurri. Mi sembra quasi che sia di famiglia, ha un aspetto familiare ma non l’ho mai visto prima.
Quando è stato sulla porta tutte le zie e la nonna  a bocca aperta. Non credevano ai loro occhi!
E’ mio cugino anche lui! Il figlio di un fratello di papà, Romeo,  e di una zia che non ho mai sentito nominare, zia Afra. Sarebbe la seconda moglie dello zio. In casa mia-  casa di senza dio, di anarchici, comunisti e artisti – così li chiama nonna e mamma ride- persino il nonno, oltre due figli, si sono separati dalle prime mogli e si sono accompagnati ad altre. Per questo zia Afra non la si vede e non se ne parla mai. Vivono a Milano. Lui, che ora chiacchiera con tutta la famiglia, si chiama Paolo, studia per diventare avvocato.
Ma adesso– dice alla nonna- davanti all’università c’è sempre qualcuno delle SS e non è aria frequentare le aule delle lezioni. Hanno preso molti studenti e anche i professori. A Milano è un disastro muoversi dappertutto. Io ho impiegato cinque giorni per arrivare qui. Ti rendi conto? 

Sono seduti attorno al tavolo della cucina.  Mamma gli ha dato un po’ di latte con un po’ di marmellata di more su due gallette. L’abbiamo centellinata per zuccherare il latte. Lo zucchero è finito da tempo. Lo osservo dalla sedia davanti alla sua, di là dal tavolo. Ha una piccola macchia sulla tempia destra, proprio come me.
Forse le prove, penso, le posso fare con lui.

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