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(ap)punti dall'arte

sarà

isabelle cochereau

.

sarà che ogni giorno e ogni notte
non mi basta più ogni stanza la finestra
l’aprire e chiudere una porta
è sempre una parte di me che si abbassa
e lo sguardo non fa luce
ogni quanto
è l’aspetto che non ho visto
ognuno è la notte incompleta
delle stelle che non ho guardato
a lungo un fiume in cui non mi sono tuffato
mi bruciano le mani ad ogni tocco
ogni volta che sfioro
sfiorisco le mie braccia si fanno di legno
e i pensieri sono chiome di foglie
quest’estate mi consola solo un poco
è la notte che trascorro
tra stanze di distanza pregne
e io sempre più piccola mi muovo
con passi di formica
mi arrampico su specchi che riflettono
tutto l’universo in questo angusto mondo
dove i volti sono cere che si consumano
e le nostre case piccoli ammassi di detriti celesti
incerti i ricordi galleggiano
in un oceano senza pace di amore
dove la voce non dice mai
cuore cuore
e ogni battito si fa lento
sempre più lento
un armistizio mai firmato
un trattato
tra lance di un invincibile dolore
e un inarrestabile stupore

a tradimento

.

a tradimento
cresce nella brace della notte
la luce
e dalla cenere di stelle lontanissime
disperde fino a qui
le sue storie di catastrofi atomiche
facendone attimi
molecole di vita
per chi nemmeno si accorge
di essere appunti a margine
brevissime note di calendari misteriosi

per lo scarto di un secondo

.

 

ci svegliammo all’improvviso
qualcosa ci aveva sfiorato il corpo
da dentro
e una perdita come fosse stata la vita intera
ci aveva lasciati un’oscurità profonda
pur vicini i nostri corpi erano
l’uno un luogo l’altro il suo nascosto opposto
nonavevamo più parole
per dire il nostro risveglio
in gola solo un profondo afono silenzio
un vento leggero
un alito entrò nelle nostre narici ormai aride
incapaci di respirarlo
sprofondò la luce
come un getto
d’acqua o un fiotto di sangue
caldo lunghissimo
in cui ci perdemmo.

 

da Il gioco dell’ombra e dello scarto

 

 

 

bruciava

 

.

dentro la notte
bruciava
tutto il tempo e il nostro silenzio
non si dava pace l’attesa
un groviglio di strade l’albume della luna
rovesciato sulle case
mentre più rade le nostre ombre
vagavano tra distanze sconosciute
incuneate dietro le porte
socchiuse in stanze abbandonate
tra corpi di legno e altri di marmo
tra infiniti gocciolii di linfe e sangue
dove abitavamo nelle resine
e nelle arenarie degli istanti
noi abiti adibiti a segnacoli
abitanti di luoghi impossibili
irreali     passati       sostanze di ogni futuro
tempo trattenuto
in un guscio di calcare nostro corpo luogo
di passi senza più peso e
cavalcatura di un cielo sfuggito
un cielo leggero

ricordi?

.

tagliavamo con un dito la notte
ciascuno la sua pietra
bagnava del  sogno dell’altro
ciascuno il pane
che l’altro mangiava
impastava del suo fiato e alto
saliva più in alto
in nuvole bianchissime
il fuoco acceso palmo a palmo
nell’ostia di un incontro
dove custodito
era solo
questo nostro
comune silenzio

di quale materia

anne ten donkelaar


.

è fa(t)ta la psiche  quale labirinto
costruisce e in essa si propaga
quanto è difficile avventurarsi nel libro
delle sue radici nel segno alchemico o
nella storia dell’analisi
delle domande che tra loro dialogano nel tempo
dentro ai sogni disegnando intorno forme
corpi che sono arche ed archeologie dello spazio
viaggio in cui ci troviamo
bassi profondi e celati in calate  di geroglifici
come ne  cava  il corpo materia per ogni suo vitale
esercizio per ogni unione relazione con il mondo
che la mente osserva facendosene tela e ombra
realtà (s)velata in cui mai si ferma e pur  si specchia
svolgendo da sé stessa
domanda e risposta    posa
in opera  la sua pietra
sigilla i regoli i parelleli equinozi
fa dei misteri i nodi delle mani
dell’essere àncora
noi tutti segreti
chiusi  simboli
noi lapis  del silenzio.

 

 

 

 

spazio spazio

barbara baldi


 

 

farsi spazio
spingere strattonare urtare
capovolgere senza mai guardare
dietro dentro
in uno spazio interiore
un puntale di luce o un faro tra le viscere
diagonali   attraversare l’ombra
versare in sé  luminosa ogni forma
trovare  istantanea l’impronta
che accese l’origine ritraendosi immediata
nell’ attimo che segue
ancorare tornare in quel liquido seminale
essenziale procedere senza sbavature o parole
scrivere in sé di quel sé magistrale
nostra infanzia nell’atomico gesto del nascere
e del respiro che brucia netto e corrente
dissipare l’ingombro   quanto non è
il nutriente
creare piano un pavimento mobile
un inquieto prontuario dell’oscuro
dove ogni passo è salto
e  labile la misura di ogni gesto
svolta la celeste lenta trascrizione dei luoghi
nella piccola provetta della mente
senza chiave senza riparo mangiare l’oro di ogni ora
disseminarsi straripando
la stanza  distanza della lingua
un vuoto instancabile
ponderabile accoglienza
nevralgica postura
piena carena di ogni vertebra
espressiva lucida sottrazione della carne
che brucia senza rumore altro
che un battito
orientato allo svincolo
passando in se stesso la spola  nella polpa della vita
e il filo sottilissimo riannodare
senza abito d’abitudine
incontro al rito in un tiro di fune leggerissimo
farsi
spazio
un fiato nel magma
che coincide col divino
grande gioco
dell’ombra e dello scarto

vivo in me

jules julien

 

.

ogni luogo deserto
deposto in terra
scoperchia tutte le sue ere
fondale io a suo fondamento
non lingua ma  basto del viaggio

entro in casa
e sono clandestina
apro finestre spalanco porte
scardino l’intimo  tuo corpo
in un battito stretto al polso
misuro governo e
non ho alcun diritto
sono il rovescio
oscuro imperdonabile
il guastatore d’opera magnifica
sono la scrittura sovrapposta
la tentazione mai ultima

e tu bassissima
pavimento senza palcoscenico
sei il campo di grano
in cui mi nutro senza diritto
io esule come te in questo immenso vasto
verticale mai a piombo ingenuo graffio
sul foglio  del tuo petto cerco e guardo   dentro
il tuo aureo tetto le costellazioni improvvise
credendoli miei attimi in fosfori calati nelle ali del lampo
pensiero in cui mi acconcio addestrando il desiderio
sotto una pelle d’uovo lieve impalpabile
velatura del cielo di un’anima
mia cerimonia e lettura
inchiostro invisibile
tenero e schivo duro e preciso
dove per poco appaio
senza identità precisa
una curva o una duna
una cruna sottile dove incolume passare
trasmigrare finalmente nuda
squarciando quell’interno friabile
spazio interiore e atomico ascolto
orecchio di un respiro profondo

signora

barbara baldi

.

signora
dal cuore incandescente
terra animata
dal canto e dal volo
miriadi di uccelli tessono il tuo occhio
festosa l’aria ti bacia
ti abbracciano gli  alberi e le erbe
radici d’acqua sotterranee ti sostengono
tu di lava  semini il tuo corpo
in piume di lapilli e ceneri
fossili  i tuoi corpi non trattieni
e ovunque predichi
con parole penetranti
foreste e boschetti
il sole viene a visitarti e la luna
in solitari eremitaggi scie di infiniti sussurri
disegna sul tuo volto
radici in forme d’ombra
adempiendo il silenzio delle tue leggi

mentre ti ascolto tu sei

.

una
sola
oscura provincia
la vita
che mi attraversa
in un brivido
notturno un corso
di spoglie
miei nati
antenati
di ogni futuro
in un giorno
senza giudizio
solo
un sogno

sia bene detto

 

il silenzio
quando scintilla
benedetto sia
il suono del suo passo
lento vuoto di parola e verbo
granulo ed eco
tra l’ombra e la luce
passa la soglia e come sentinella
ci presenzia
spina dell’arco
che ogni tempo attraversa
nella notte fonda
la misura di un segnale
e interiormente adagio
ci assale sale le nostre stanze
in mutevoli fraseggi dipinti come valichi
soste di pioggia e punte precise acumina ere
interra nei venti gli esercizi tra spartiti dei
viventi

per tutta la durata della notte la luna

.

premeva alle nostre finestre
un ordine inesauribile di stelle e
profumo di ginestre  dalie zinie
ad ogni attimo del mattino
ordinario completava il nostro risveglio
e tutto sembrava la continuazione
di un unico sogno
da cui trasferivamo il corpo
casa era quell’attimo
eterno

 

da una riva sconosciuta

in-volo


 

.

mediterranea   mirabilia  la vita  infiltra
ingrotta e cava    finitudine esalta
salta di palo in frasca  tra tempo e infinito
terra e legante
elegante stuoia di stelle
stanza distanza istanza del microbo
io che s’infiamma
tesa tenta
sorveglia quel piccolo in-
fame e ogni attimo attenta
in polline si sperde
nell’aria feconda
nomade e monade
sorella di grazia
disgrazia  del tempo
che affascina e fascia
per strati di ere come ninnoli celesti
disegno di carbone me-te-ora universale
e nera sul nero del cosmo alfabeto e lavagna
lusso del fondaco semina lingue nel sangue del basto

canta l’argilla

abbey theatre

 

Nel passato cerchiamo sempre le origini del nuovo
e vogliamo sapere in che modo sorsero i
 pensieri
e le espressioni di una vita che si af-
fer
mò pienamente in tempi successivi.

Johan Huizinga

.

nel cuore         della terra
mia dentro     un suono d’acqua
e salta              sdruciola scivola
nel corpo di tutti
né primi né ultimi
l’essere è
un suolo di soli
un aereo spazio    senza nomi
e potente e leggera
disarma
la mia fede vertigine
nuda radice  dismisura
una (so)stanza luminosa
radiante e grado dell’immenso
splendido    petto del cosmo
in me come (in) te
e retto intimo corpo dell’ascolto
dove tutto gira e riga un vuoto
volto di un voto a diga
e letto a  balocco
essere questo o quello
ma non essere
senza credere     essere
in finito tutto lo spazio
tutto il silenzio dello spazio
quotidiano evo e volversi di un unico
corpo  continuo
tacito accordo del tessere
insieme un seme
auscultando l’attimo
dell’attesa
nel canto mentre apre l’antro
questo globo occhio mondo
quel quanto di luce attento
gioia paziente
che abita il buio di un foglio
cosmico.

l’attesa è questo tuorlo

gf biju-sailing in the ocean of my mind

non ancora pulcino
è questa trascrizione
di un oscuro linguaggio
che brilla il suo arancio
densissimo e vivo
poesia senza osso   polpa
fiorita d’infinito

il grande gioco dell’ombra e dello scarto

natalia drepina

.

al primo istante abbaglia
poi si oscura e ti stordisce
ti raggiunge un tocco di tenebra
un senza nome
qualcosa che non sai e non puoi dire
perché ti manca la parola e
la tua lingua è latte
un miele che consola
un sole che scalda
leggera una fibra corporea
che flebile ti illumina di luce
viscere e anima
ancora sconosciuti
e ti corruga la pelle
bianca una spiritata lanugine
qualcosa che miete la tua quieta solitudine

 

 

 

distanza

isabelle cochereau

.

distanza
stanza bianca tutta svolta
disciolta una nuvola sulla calce della luce
sulla fiandra della pietra
candido madido nevario
sul legno nudo del mio corpo
atomo aperto lo sguardo
a dirotto
un volano d’incanto
nell’oro di un giorno soltanto
latte che piove
annegando il mio cuore
nel profumo che tocco
nel gusto che nutre
l’infinito profondo
sale discende una forma di marmo
anima la cera di un tempo rovescio
l’animale ramingo
nella quieta cava del silenzio
un filo o un filamento
sottile tende l’arco
tra le dita di una mano rappresa nel gesso
e battito per battito
nel fermento del lievito
le ore permuta nell’ immobile spazio
appena ascoltando qua e là tracciando
un disegno rompe la creta del mezzogiorno e
presente tutto si ritira
più prossimo del sangue
attenta quel diafano chiarore di amore
lenta si ferisce l’anima
conscia finalmente di tutto quanto è tocco e
di stanza in distanza nella mia pelle dentro un’oncia
d’ombra mette
il miracolo eterno
l’altra lingua
una soletudine che avvampa

questo inconoscibile

isabelle cochereau

.

luogo immerso
nel cosmo dimora    dell’oscuro
volto   di un ignoto
dio o demone che viene
da dentro da sotto
e mi abita e divora
nell’icona del cuore
è piede nella mia argilla instabile
nervo insanabile
e aorta che pulsa che salta
la tempia mi esplode
questo  incunabolo di sguardi
sottili e imprevisti
che mi spaccano le vertebre
come ciocchi bruciano
le mie ansie
e sotterranei fiumi in mille rigagnoli
si fanno echi di voci
in momentanei traslochi di altri luoghi
trame di respiri
fragilità di tutte le parole

 

se potessi dentro uno spazio bianco

ikenaga yasunari

 

di scalpello con la punta approfondire la mia selce
se  con la sgorbia potessi
correggere i difetti della mia creta cruda
se anche solo con  l’unghia potessi graffiare
la mia scorza e tirare di fino la terra
sotto queste spalle di cielo sotto tutte le storie
come sottane che mi vestono
se potessi spogliare di tutte le sue  pagine il vento
e di quelle tante rotonde piene  figure che mi rapinano
di muschi potessi ricoprire il mio occhio
forse riuscirei ancora a salvare qualcosa
all’ombra di quel tutto    per farne un segno
appena uno scarabocchio
d’amore sfuggito
al dio che non ha più orecchio

 

 

mi manca la parola

ikenaga yasunari

sul parapetto della scala il gatto
l’ha stretta in bocca
e io lo vedo quel discorso
tra il prato e  il suo occhio
vedo l’agguato in atto
mentre s’incurva per farsi arco
e scattare improvviso il suo salto
vedo la storia e l’affondo
la vita che si preme e si accosta
vedo
ciò di cui la mia creta fa difetto
e la fatica di contenere così tante  storie
mentre il cielo mi pende sulle spalle
immense figure che sono ancora
questo corpo frantumato in forme
vita di spore che in tutto fiorisce
tempo spazio e tra i vuoti
semina occhi
e lingue e
parole
così volatili
da sembrare imprendibili
eppure sensibili
come una pioggia o
il vento che ti prende  e poi
svanisce