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(ap)punti dall'arte

E VASI

arthur hughes

 

 

dispongo per colori
in giardini di piccoli fiori
in gradini sul davanzale
un’escursione dentro una libertà
a cui non posso rinunciare
guardare
in ogni stagione
affondare le mani
nella terra della vita e sentire
il suo decadere
percorrendo i sentieri
nei rifugi delle formiche  delle larve
tra le tele dei ragni
domandandomi ogni volta se è questo
veramente questo il mondo
che senza affanno rilega le mie pagine
sparpagliate tra le tante altre storie
sconosciute eppure vive
nello stesso attimo in cui non le guardo
raggiungendole per un dolore improvviso
o una felicità incomprensibile
per una natura che mi parla
direttamente dentro la clavicola o in gola
piega la parola fino a farla bassa bassissima
una frequenza cardiaca che mi solleva
dalla miseria di una me stessa chiusa
in una quieta indifferenza alla realtà senza valore
fatta di contanti e mandanti  omicidi
mentre io parlo con gli orti
non con i morti
antico mastico un sapore di more
dei gelsi ascolto i gesti
e come una perdigiorno
mi ricucio il braccio
al ramo più alto lo innesto all’albero
che è la vita
la nostra vita d’aria dove tutto
pronuncia una sola immensa parola

 

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disposizioni

odilon redon

.

deposizioni
croci e fissioni
tra atomi e tomi
cunicoli
e vuoti
un mondo grosso
una lana di parole
un vetro sul falso
di un piede storto
ritorto verso
del torto
squadre di parole
che squartano
perpendicolare
un assetto senza volo

 

 

l’amore ancora

odilon redon

 

.

suona le sue lire
un tanto allora
e oro non paga ora come prima
che l’amore reciproco
fosse una regola
e una gola
il sommo sacerdote di una girandola
in cui il consueto luogo
fosse uno scivolo e una scia di un dialogo
mancato  il suolo impietoso
marcato petroso  duro di un eccesso ripetuto
giogo ripudiato praticato  immaginando l’altro
un plico l’immaginario patio
il comune oracolo d’ostacolo a penetrare
le pene di un esilio senza contratto
il ratto di ogni percezione dell’oggetto interiore
nell’esteriore amplesso l’incubo del tempo
bacio e baco l’esito esausto di un contrarsi
scaturito da un muscolo
mentre distratto un pensiero
distoglie lo sguardo
e ad altro guado addenserà il convoglio

dicono sia stata l’infanzia

odilon redon

.

a incenerirmi la lingua
a modellarla sulla sabbia
una molecola dopo l’altra
una sillaba depositata nelle ossa
impregnata parola calcinata
inferma parola senza istruzione ferma
e guida e guado
dolo e dolore che non ha misura
acqua verde acqueruggiola
delle nebbie di novembre
sabbia d’oro di ogni ponente
cielo puro dentro l’occhio di un uccello
paese di roccia e perfetto silenzio
anche di una donna che sta per partorire
lento un passo
più lento un sentimento
rapace un fluido rosso
nella conca del petto
ala grande aperta misura senza rispetto
di un confine o di una regola
sospirante gorgoglio dell’aria
che mira ogni mia vertebra irrisolta
ombra che sulla riva mi allunga
fino a sciogliermi nell’infinita sera

poesia piccola spicciola

.

che dura oltre il mare
oltre il male una duna e una casa senza il tetto
un teatro senza palcoscenico
una via ferrata attraverso una montagna
la stazione ferroviaria
dove i treni sono paesi e convogli di nuvole
aziende di colori ricavati dai tramonti
è sangue spillato dai boschi e dalla terra acqua e fuoco
in eguale misura di sostanza erotica
viva una natura dolorosa e rosa riflessiva figura d’ocra
sciolto un sonetto che divora l’alba
per farne traguardi e guadi oceanici
una malattia spettacolare che ti accompagna ogni istante
e ti azzera o ti solleva nel labirinto di un dolore sordo
cauto continuo lento con cui baratti l’attimo
la tregua in una trincea di parola

 

 

 

 

 

camminavo senza vedere dove

odilon redon

.

appoggiavo i piedi
vagavo sopra e dentro
un silenzio incendiario
e a niente serviva la consueta paura
della veglia  io vuoto
in quelle strade deserte e senza eco
percorrevo il sentiero del mio corpo
inceneriti ieri e deposti futuri
s’ inseguivano in echi aggrovigliati
al mio piede il buio mi faceva scorta
di coraggio mentre la morte con la bocca chiusa
mi aspettava seduta al fondo di un cortile
senza accesso se non un’ombra
disegnata sulla sabbia
o forse era un disegno
graffiato sulla polvere di una parete
che era me per una parte
non ancora vissuta
c’erano oracoli e idoli sparsi
arsi giocattoli per strade sporche
le case come ruderi avevano forma di corpi smembrati
pesanti ali di nero serravano i confini del mio sguardo
ombre sopra altre ombre
si addensavano attorno a me che non sentivo più
ero una condensa d’aria pesante
pensante un io remoto
dentro una nicchia di dolore
spalancava il suo becco
e come un chicco mi inghiottiva ancora e ancora

 

la scrittura non cambia

odilon redon – profilo su meandri rossi

.

la vita né cambia la cultura o la storia
l’intero dell’uomo è lo stesso vortice nel tempo
abominio e santità violenza e mitezza
caino e abele
le religioni e le legioni
avevano gli stessi uomini a condurre
altri
lo scandalo è proprio questo perpetrare
la medesima volontà
in un falso dominio che nessuno ha
e non c’è stile di vita che la morte allontani
non c’è cultura che non frani
ciò che si possiede è un attimo
in cui si resta catturati e
una frattura
invisibile c’innesta qualcosa
una spina o una spia
che ci legge profonda
ci guasta o ci rivolta
mettendoci in fuga
o rovistando tra macerie
attraverso piccoli onnivori pensieri
ci mostra cosa sia
l’attimo che non ha tempo
e per ogni uno è un maldestro equivoco
lo sguardo che in esso ci cattura
così che svanire cedere disfarsi
è il miglior antidoto
a questo costante infruttuoso desiderio
di possedersi

sillabe

odilon redon

.

di un alfabeto elementale
elementare inquadrare
memorie storie per difendersi dal tempo
per costruire un posto dove la scrittura è
parete di vetro le frasi
sentieri senza guardie o scelti tiratori
appostati agli angoli o sui tetti
piuttosto  uno sguardo e uno slargo
su tutto quanto preme punge uccide
su tutto quanto è bruttura di una omologazione
che ci fa abdicare a favore di un altro a noi uguale
parola rivoluzione intorno a noi stessi
in una parola cosmonauta
e breccia nel duro di una ragione che vuole essere l’unica
guida per sconfessare la memoria della nostra storia
parola braccia e bracciante agricola
che crea risvegli in ogni lingua di coltivi

non ho più gambe

 

.

che tengano  questa terra fallace
questo vacuo esistenziale
questo niente che sconfina e riassume
ogni destino
non ho gambe per scalare quest’uomo repentino
contemporaneamente certo e perduto
nelle infinite domande del suo destino
e incapace di essere adesso
presente  alle innumerevoli delusioni dell’io
non ho gambe forti abbastanza
per camminare sulla mia anima
inerpicarmi in verticale su questo fondale senza misura
posso solo
lasciarmi andare cadere in terra rotolare
accanto alla mia unica madre
guardare e non vedere ogni volta me stessa
in ogni altro che cade e ruzzola
in questo eterno capestro
in questo solitario
di carbone che non brucia
per tanto desiderio
di un senso

la vita non ha
senso che basti
a costruirle una faccia un volto soltanto
io  io un dio dopo l’altro
e la stessa esecuzione
sotto la stessa curvatura di un cielo
mai prossimo

 

il giardino mi ha detto

fernifer- il giardino mi ha detto

 

 

.

di farmi coraggio
di credere al vento
il caso non è mai caso ma
un lascito che adagio ad agio
fa ritorno a chi per lungo
lungo tempo ha atteso
quel momento
e
io
io quasi non stavo dentro la pelle
volevo nuotare tra quel verde
volare volevo alto b(r)uc(i)andomi i pensieri
nell’occhio bianco di un petalo
brucare  quell’ultimo pezzetto di cuore
che fioriva il muschio nel mio braccio
togliermi di torno volevo andare e andare
dentro il mio piede
in terra profonda
seminare la mia poca fede fatta leggera
un’acqua delle mille cantilene
affrettarmi volevo raggiungere
le tenebre
sotto il cuore della paglia
dove il fieno ancora freme
e lì aspettare
aspettare aspettare
anche tutte le ere
l’istante che serve
per nascere

 

non siamo noi

david inshaw

.

no
non siamo noi
a sostenere il mondo
ma l’incessante radicale tessitura dei verdi
le reti miracolose degli insetti
l’apicale catalogazione dei venti delle nebbie delle nuvole
la revisione profonda delle nevi
l’istantanea inseminazione del sole e delle stelle
cascate di musica di cicale e api ragni coccinelle e vespe
la preghiera lenta delle farfalle
i fiori dell’acqua e delle scintille
i fiocchi di lana e i pappi dei pioppi
la quiete di una rupe l’immobile movimento delle stalattiti

no
non siamo noi di certo
a sostenere l’universo
tutti rivolti verso il buio di qualsiasi contratto a tempo
non ascoltiamo le linfe né lo scorrere delle acque
il sangue nostro precipita per esercizio delle forze
e veloci dentro l’angusto
nel rettilineo tra nascita e morte
perdiamo i lasciti di ogni impennata del sangue
di ogni costellazione celeste
pronunciamo nomi e graduatorie
inventiamo gioiellerie e sacrari
perdendo l’unica gioia commestibile
che radica in noi come in terra in aria
dovunque apra la mia catena e ne faccia
braccia abito casa

coerente con me stessa

cristina coral

 

.

mi dico adesso
che ho conosciuto l’inferno e purgato colpe
ma di assoluta perfezione
tutto quanto è
sentimentale manca
di coerenza in sé nutrendo il dubbio
mancando la ragionevolezza
l’amore spreca di sé tutto
non centellina parole
e vive di una malinconia
che prende corpo
il tuo
e i sogni
abita di immaginifiche visioni
i giorni in perfetta solitudine
così che l’inverno più dell’estate
piacevolmente si attesta e tu resti
asserragliato in quell’indulgente manchevolezza
al mondo vivendo un altro immenso
nel proprio misterioso universo
un mare sempre prima
del temporale e onde altissime in un tempestoso ritmo
si susseguono in te nell’indifferenza delle parole
che sono parole degli altri e per questo non hanno suolo
non hanno un suono

 

mi è cresciuta in gola

david inshaw

 

.

un’erba rigogliosa
nuda una pietra
dove l’acqua canta
e il lupo si disseta
una soglia di lampi
dove l’unghia della roccia brilla
e sul dorso della lingua un brivido
lunghissimo sì il mio richiamo alla selva
là dove più buia e netta sulla schiena si fa scure
falciando  la mia muta  la luna
in solitudine

lo so ti sembra strano

cristina coral

.
.

ti scrivo dopo così tanto tempo
che mi domando se ne vale la pena
perché la pena esiste ancora

là in fondo
la terra di nessuno di me stessa

e forse non è a te che scrivo ora ma a me
per la prima volta
dunque che cosa posso dire ancora
che non frantumi quanto ho costruito
da allora ad ora
per non disprezzare né te né me
perché non mi perdono ancora
di aver avuto paura
di averti pensato avanti a me
mentre eri altrove
lontano
in un altro destino
per cui desti a me dalla tua vita lo sfratto
di punto in bianco
senza curarti di tutto quanto avevi rotto
e io stessa ho distrutto
nella scelta di un attimo

ma forse

in me e per me ancora una briciola
di pietà per il mio incomprensibile destino
che mi vuole sola
sola con una me stessa che non mi abbandona
e non tace non tace
anche ciò che in sé amaramente conosce
mi ha costretto a riaprire quella terra avariata
e avviare di nuovo lo stesso tormento
che fino ad oggi mi ha sempre trattenuto
dal ripensarci ancora dopo tutti quegli anni trascorsi a domandarmi
come e  cosa e perché
quanti perché per quell’unico perché
a cui non rispondesti mai

mai

e a lungo mi trattenne quella domanda inevasa
io invece dispersa
nemmeno il cuore mi era compagno
si spaccava e io lo soffocavo dentro qualcuna
una
sempre una me stessa diversa
così che non riconoscerla
lo avrebbe azzittito in un silenzio
senza suono
senza immagine senza me

eppure tu mi eri caro

e guardarti mi dava una misura
del mio essere

accanto a te ero
qualcosa
che potevo riconoscere
vedere guardare
senza bruciare
come accadde dopo
tra dubbi e sequestri della memoria
nei pozzi di altri abbandoni lontani
che ancora galleggiano qua e là i miei corpi perduti
precedenti quel prima
dentro il silenzio che ancora navigo

ma non ha sogni per remo

e le parole  ingarbugliandosi perdono l’altra
che credevo l’impronta indelebile un dono

in fuga  in fuga

ora dopo ora
in vece di un niente che si profilava dovunque
dentro una profondità che mi attraversava allora e
lascio andare adesso in queste ultime fiammate di un delirio
da cui uscii a malapena in un tempo che non ricordo
pesta in una vita in fuga che a volte logora
ancora  ma
non è disperato adesso il mio cuore ha vissuto  e  nudo
torna ad altro amore
a cui sono inutili i verbi e tutte le parole.

mi ha trasformato in una pianta

 

.

questa luce dell’orto
i segni in terra i cocci
il verde che mi spericola gli occhi
slegandoli dal corpo
un arbusto
fermo
che solo qualche foglia muove
basso il cielo di un pozzo
riflesso un giardino effimero
in cui dipingo e sbalzo
le mani come un salto
inaffidabili tralci i piedi su cui mi innalzo
sempre restando
fermo tra mille e mille notti senza ritorno
misurando i suoi tuberi con i  sensi
animando delle piante
un intero dietro un altro mondo
guasto piegato nella carne e senza monito
un solo eremo di impronte e zampe
bulbi miracolosi  che si fanno sguardi
due pettirossi e un folletto l’udito e l’olfatto
insoddisfatto un vecchietto
che  qua e là rompe i suoi passi tra sassi e salti

 

le parole sono bambole

 

 

o bombole di ossigeno
nel carteggio senza fine che trama cielo e tempo
inclinano i nostri passi verso un oriente apparente
e poi a ritroso ci perdono disperdono lungo un orizzonte
di virgolette e gole senza paese o passo
senza peso ci sorreggono
loro virtuali ali senza piume
e me in tutti gli specchi di un io che non conosco
e moltiplico attraverso grammatiche che catalogo
facendole passare per credenziali di tizio e di caio
in spirali di memoria che sono i pampini della nostra fantasia
tralci d’intralcio per guardare cosa realmente sia
questa occupata valletta di mortali
in microscopici legami radicali
frammenti  di una sola stagione
che ci veste di bianco e ci calza con scarpette di tela
grezza la stessa missione fino alla fine segreta
e ci contamina di tempo
c’incrosta di memoria
ci sfinisce di acrobatici racconti
in un disegno senza bordi

 

 

 

ha un rumore il rosso

victoria audouard

.

e tambureggia la mia solitudine
vasto ossigenato  basto  bestia si fa
e s’innalza o sprofonda
da incredibili profondissime altitudini
si comprime  in fiati a volte corti o veloci  interrotti o guasti
per tutti i compromessi mai accettati
sovra eccitato a volte il rosso si fa cupo
per un  malcapitato caso per una questione  che inedito l’attimo improvvisa
e pazza di quel suo continuo suono martellante
sordo protratto tra le arterie la sua periferia
si fa  materia del mio corpo
mai rarefatto un respiro si pianta
come un albero di liquirizia profumato
o un legno di rosa che mi lavora adagio
adagio un inciso dopo l’altro
scavandomi la fronte
di un pensiero che ti ha oscurato
e cristallino precipita
in un salto dalla fonte
quel rosso inquieto e vitale
sostanza di una grazia instancabile
dettato e lascito
di qualcosa che è infinito
persino senza spazio

 

ora dopo ora

anne ten donkelaar

.

senza dare nell’occhio
istante per istante
senza produrre ombra
il mio corpo più chiaro
apre in me qualcosa
che via via si fa sempre più tangibile
e man mano che io mi sgretolo
viva l’altra prende il mio nome
e d’aria lo dipinge
in una chiara istantanea
vedo
finalmente vedo ciò che sono
un sogno e niente
mi ripaga al confronto d’essere
scomparsa al mondo

 

 

in vece tua

anne ten donkelaar 

.
mi parlo da così tanti anni
così a lungo
da potermi scambiare
di posto con te
tu invece
sei ferma
dall’inizio
sei prodiga e
aspetti solo me
in quell’attimo che perdura
hai sciolto un filo rosso quasi una tentazione
nel mio sangue che è lo stesso tuo
perché non abiti altrove
sei tu la mia inquilina sin dal primo giorno
né siccità né uragano
ti mette in fuga
tu hai la stessa sostanza della triade oscura
e
mi sei madre padre e sorella
mi sei persino figlia e angelo
di grazia incompleta
convivi senza atto che ti riconosca
in tutti e in ciascuno
sei il gesto
e l’attimo che mi disintegra
tu non invecchi mai
resti senza lasciti e non lasci in giro frammenti
mentre di me perdo ogni estratto
non mi rendo conto che è ora
ancora di saldare il debito

un ricamo di arterie la tua firma per esteso sulla mano
dal lavoro mai ti sei tirata indietro
mai dentro la mia notte
mi hai rubato un attimo che non fosse già stato contato
ora ti aspetto    sulla soglia
aspetto il mio risveglio
forse in quell’attimo
per un riflesso dentro il tuo occhio
nell’attimo in cui attraverso te  io passo
vedrò quel destino
di cui mi hai precluso a suo tempo lo sguardo
vedrò o
ancora sarà un abbaglio
anche l’ultimo invisibile tuo gesto?

 

annego

anne ten donkelaar

.

annego
e mentre muoio io
miliardi di persone nego
mi annego dentro un io blasfemo
che mi piomba la parola e il desiderio infetta ogni pensiero
cementando il cimitero in cui vivo
cado in abbandono
scrivendo promesse sulle lapidi
scarnificando il corpo e il futuro
di tutti quelli come me senza potere
pezzi di uomini come ombre carne spaccata
oscurità senza salvezza
che vivono dovunque lo stesso identico deserto
tra fondali dipinti di marine a secco
e altissime montagne di illusioni
ripide nuvole
rapide di indifferenza
e una lenza da pesca
che a tratti qualcuno lo salva
uno
un qualsiasi uno da salvare
fingendo una tardiva beneficenza