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(ap)punti dall'arte

sillab/aria

adolfsson mattias-tree house

.

L’inconscio non pone alcun problema di senso,
ma unicamente problemi di utilizzo.

Gilles Deleuze, Félix Guattari, L’Anti- Edipo

 

sé para la sillaba
elabora aria
mostra dosi di suono
eco distese tra ogni sua cellula
il corpo  modula annodula ritma
diastole e sistole
dei sensi  converge
codici e trae pause
indice vertici e perdite
là cerando un segno
significa  altrove legando
legifera leggende
consuma calcando concrezioni
il fossile in stabile oscura
la meta forma metamorfosi
espande il suo scheletro coriaceo
espropria l’ombra della sua orma
profana i vuoti di memoria cristallizza
la parola che nell’aria collassa
di punto in bianco dimentica di se stessa

questa strana cosa che chiamo casa

amy casey e annie owens

.

Se alzi un muro, pensa a cosa lasci fuori

Italo Calvino– Il Barone rampante

 

affamata esiste
tra vertebre di pietra e aria
per crescita e sovraesposizione per celebrazione
cresce nella città dai mille piedi e polimorfa creatura
sempre in lotta con se stessa al suo esoscheletro si abbarbica
facendo quadro e quadrato un quadrilatero che regge
tutta l’impalcatura protesa in protesi di sé
ancoraggi di fortuna circonferenze e cerchiature di ego-
centrismi di ansie feroci universiadi di tedio e palafitte di disgusto
mai esposto ma tratteggiato al fondo di ciechi discorsi di pantani
frane e fame funi fini filature  di ferocia
ossessive notizie senza sostanza edifici di parole inghiottitoi di rumori
in piantagioni di attesa attestata ai confini tra reti metalliche e corde mai armoniche
scariche elettriche e discariche  costruzioni di busti per robusti leader di carta
stracciati da piattaforme e piani libertini lungaggini di argini e  strade dentro una sola riva
cose e riflessi di immagini lampi improvvisazioni fabbriche ristoranti hot
dogs and cats fuochi dipinti sui vetri passaggi cunicoli fuchi su steli gangli bagagli disastri e disarticolati
arti articoli di una storia gettata in opera senza altra fondazione che questa
piccola informe zattera calcarea
che terra dal magma nasce
e per la fiamma nell’oscurità la disintegra.

…dunque hai attraversato il tuo corpo?

cooper&gorfer

.

hai pronunciato le sue regioni
tutte le  ragioni per averlo come abito?
con disinibita naturalezza
con ogni parola lo hai attraversato
cercando nel doppio
fondo di un involucro
l’oppio su cui hai fondato i miti
tu credi che siano
personali    le scuole dell’io che gestisci

un baracchino di bibite che mesci a te stessa e agli altri
con cura diluendo le tue angosce e  i limiti
perdendo in te la grafia migliore di quel cosmo
mondo da ogni nostro concupiscente falso risveglio
e ci svola addosso senza peso senza sequestro
senza disegnare intorno a noi  e  dentro un capestro
senza coscienza è
tutto ed è gesto
inquieto globulo dell’essere
questo quello magnifico orrido
che apre senza resistenza il suo alburno e in linfa ci scorre
essenziale un unico verso    legame e occhiello
punteggiatura di ogni spin-
tambureggiante il ritmo con cui ci accade
dentro   tra linee vertebre e geosinclinali
fulminee agglutinazioni di galassie
esplosioni di etimologie vulcaniche
spazzando e spezzando ogni regola e
trapassando ogni gola alato si espande
senza testamento senza prosa in una rosa
salmastra e oscura   spiumata da ogni storia
pura  rigorosa penetrazione di una carne amorosa

 

per sottrazione

helene pavlopoulou

.

scrivo  i sogni
esche di parole secche
una chioma di foglie
senza un alito di vento
una carta stracciata lasciata per via
lascio in trappole tra le righe
l’imitazione delle cose
che mai mi sono appartenute

tutto è
illusorio
tutto
sfugge
alla presa di un attimo

nel sogno nell’irrealtà di quello sguardo
in cui abbiamo creduto di appoggiare il piede
in questa terra navigata scalata sorvolata
e mai abbiamo conosciuto
se non disciplinandola per segni e disegni
fondamenta di architetture con le porte chiuse
allegoria di un desiderio
in cui il mondo ai nostri occhi
fosse intero
non avesse voragini
non avesse giorni indescrivibili
e
ci siamo ritrovati
oggi    in ogni millennio
dentro la stessa fossa
con le gambe e le braccia amputate
la testa mozzata
e i sogni come schizzi del nostro sangue
avariato di bisogni e cantieri di cementate ideologie
fittizi noi e  tutto fittizio
falsa l’armatura con cui ci eravamo sorretti
senza un dialogo con noi stessi
in un tronco guasto
di miseria umana senza economia
non più vera la vita ma impostura e imposizione
di un comando che stacca ad uno ad uno
le vertebre dal collo e del sacro
fa una seduta per i suoi piaceri
in una notte di nettari un rosso porpora
si beve la vita e l’amore si prostra
amaro di fiele e veleno di memorie incarcerate
azzerate nel fumo e nel fuoco nella viltà di un coraggio
prepotente e ruffiano venduto per quei soliti denari
dove impiccare la propria vita e spargere bombe
orologeria di morte per tutti
non solo gli altri

nemmeno il dolore ci solleva più
da questa prona postura di cadaveri
ogni parola declina solo rovina
tra dare e avere il conto
è un liquido scorrere
esche  di favole antiche disseccate

 

senza misura

gabriella barouch

.

lo zero atterra
la poesia si sottrae
dentro una fossa di parole
i vertici sono solo voragini
voli di insetti onnivori
non ha misura la continua seduzione
di questa prostituta
vita senza bene e male
impalmata in vane occasioni

occasioni di morte

non esiste  casa se non questo fuco di fuoco
dentro la sua guaina incrostata di roccia e acqua
è ogni eco come un velo dipinto su un destino chiuso
sempre al di là del mondo
dove si cade cedendo
il vano di tutto

 

 

dove àncora

desireè dolron

.

la vita   ogni storia?
dove sfigura l’idea in realtà e viceversa
dove cade un corpo tutta la sua arcana
semplicità di  essere ingorgo
sangue acqua e oscuro in una continua scena?
quale mistura lo avvelena in ogni affanno?
cosa basta in questo squarcio di spazio
che s’incarna in tempo e minuto calibra
ogni sogno
ogni brandello impastando di un insaziabile desiderio
che ci azzanna e corrompe
rubandoci del corpo l’interezza di una terra patria
unica e migrante verso l’infinito
fattosi per un istante infimo
vuoto di un guscio d’uovo
che nuota  tra frontiere e soglie sconosciute
in questo albergo cosmico

 

tutto abbiamo perduto

stefan zsaitsits

.

cosa abbiamo moltiplicato
se non la fame?
cosa abbiamo diviso
se non il nostro sogno?
cosa abbiamo sommato se non pietre?
cosa abbiamo sottratto a noi stessi
se non l’inesorabile guadagno
d’essere noi improvvisi e fragili?
dove è il posto in cui vivere
questo viaggio nei confini
di ciò che non sappiamo d’essere?

tutto abbiamo perduto

umanità e dio
divinità di questo infinito
vuoto ospitante
che dipinge in sé le nostre stanze
facendone carne di illusione
e innamora e disamora
ghigliottinando la specie
disseminandola e sradicandola
da una terra infestata di promesse   incompiute radici
fluttuando e fallimentando quest’uomo minuscolo
che cammina su piedi a forma di domande
e crede di governare con braccia di parole
scritte con l’inchiostro di medusa

tutto abbiamo perduto

povera  disillusa specie la nostra
che crede di cambiare d’abito e suolo in una parola
questo è mio e tuo ciò che resta
ma non si vede che è la morte  l’unica
comune zolla?
in questa deriva di incontinenti
assetati di un potere che li prostra
al servizio della frode e ingaggia lurida vigliaccheria
assediando sempre e solo se stesso
lucido avanza un solo linguaggio
il quotidiano perdersi nel mancato scambio
tra vita e vita in un continuo svolgersi dell’essere
senza diritti e liberi ciascuno solo un suolo
dove insieme ospitarci

 

 

quanto?

anne de noalilles

.

Le mie mani mantengono stelle,
afferro la mia anima perché non si spezzi
la melodia che va di fiore in fiore,
strappo il mare dal mare e lo pongo in me
e il battere del mio cuore
sostiene il ritmo delle cose.

 Sophia de Mello Breyner Andresen

.

quanto tempo occorre? oppure bastano pochi attimi
durante l’arco istantaneo di millenni in una vita soltanto
alla fine di un viaggio verso mete che restano  incognite
per accorgersi di dirigersi verso una vita propria
mentre resta inafferrabile
tutto quanto ci trasforma
notte e giorno  ciò che siamo
va oltre
oltre il nostro sapere
e solo l’amore ci offre la possibilità di abbandonarci
a qualcosa che ci dà non un vincolo
ma la possibilità di guardare dentro l’indistinguibile
l’inconoscibile che tanto ci affascina e ci chiama
seducendoci e niente altro ancora conta
quando sei prossimo alla fine
è la fine stessa ciò che vorresti come casa

hanno potato

anne ferran e sean sullivan

.

le mie gambe e le braccia
come i rami del gelso     hanno sradicato
la mia faccia    da questa notte
dove un veleno  nevicava   dentro la mia bocca
e respiravo    una fine senza grazia senza altro fiore
che questa scena di assenze  nuovo plasma del mio sangue un gas
senza giustizia sono caduto
per volere di chi mi ha corroso il corpo
e ora sono un pettirosso che canta nella madia celeste
sono l’essenza di tutto quanto è cielo e terra
molto molto di più io sono
così lontano dentro la vostra accidia oltre l’ipocrisia
da non sentire di voi nessun peso
canto    come la radice d’acqua   sono l’uovo del merlo
e il giallo tuorlo di ogni attimo
il mio destino supera   la miseria di ogni guerra
dialoga    tutte le voci in ogni orecchio che ascolta
questo sbriciolarsi della mia vita come un pane appena cotto
sono il biscotto    e l’incisione sull’argilla dove raccogli l’acqua
sono tutto l’universo
piovuto da quel fitto lievito stellato
che ti  sorregge e ti scende addosso
leggero come un abito
io sono nuovo
sono oltre ogni calcolo

5 aprile 2017- da questo inferno che ci rovescia tutta la terra in corpo

 

la mia anima non è la mia

sean sullivan

 

 

la mia anima non è la mia
anima le parole e i silenzi
divide la notte dal giorno e
scrive dentro i miei vuoti

per non farmi credere che io

sono solo un minuscolo intoppo
di tempo trascrive l’involucro
nello spazio segna il circolo
dove ogni volta percorre le sue storie

e senza carta inscrive
una memoria intagliata tra fiori e fiordi
tra fori e fari in fiere parole fatte di niente
tutti quei sogni
radicati in un luogo oltre il sonno
oltre il senno oltre tutto ciò che la mia penna
nella pena omette

a volte lo senti

helene pavlopoulou

 

.

sta proprio per scoppiare   il cuore
sembra non riuscire a contenere
quell’immenso
caos di atomi e sangue
impressionato dalla meteorologia dei sensi
e vorrebbe nell’aria  tutto intorno
schizzare le sue scintille   a tratti
ricadenti stelle me te ore
vissute restando sul bordo degli occhi
come alle finestre  abbracciati da questa vasta notte
che vivi  in un attimo
un attimo  soltanto
poi è eco
nel chiuso cortile di un giorno
come un suono
scordato

 

perdere perdersi

copper&gorfer

 

.

come se fosse un’ancora lo stesso anno
la guerra
nucleare o chimica
sempre imminente
e gli uomini le donne i bambini
saltano in aria come al mercato le coppe
di un’argilla troppo debole per resistere
alla paura che pervade il mondo
dove il terrorismo e lo schiavismo
hanno esteso il loro altare ormai quasi dovunque
professare una fede significa sognare in solitudine
sono in molti a farsi saltare le cervella a saltare nel vuoto
dall’alto di un piano in cui il buio fa luce
e si fatica a trovare un senso alla propria vita
ci si sente scomparsi improvvisamente
non esistono più i compagni di sempre
nell’arco di una giornata tutti gli  incontri
sono l’istante e mai un futuro a cui destinarsi
si sono rotte le mappe le cartografie indicano solo silenzio
l’unica scintilla che brucia è un commercio
dove le anime stanno affogate e l’unica cosa che si continua  fare
lungo le rive dei mari o nelle piazze delle grandi metropoli
è di nuovo come in guerra la conta dei morti
non basta cantarlo o suonarlo
il chiaro di luna è ormai un emporio
dove l’oro è la truffa di una vita corrotta
prostituta del pro-
fitto alloggio di  un orfanotrofio dove sguazza
un orizzonte senza più riferimento

 

all’inizio

mijkra

.

quando nel silenzio il primo indizio
di luce segna il corpo
questa casa e il suo sogno    leggero
svola da qualche parte
in un rivolo d’aria
senti a primavera  un comune destino
svolgersi tra i colori non ancora precisi
non ancora ancorati al tuo occhio
tra le case che dormono
e ancora non si decidono
di riaffiorare dal sogno
dal nero della profondità
nell’irraggiungibile pozzo della notte
senti il tintinnare di cristalli
quarzi del deserto luogo che in te ha lasciato
quel viaggio
tra i bagliori inespressi degli astri
e vorresti spargere intorno come schizzi di inchiostri
come pagliuzze o fiammelle racchiuse nei carboni
dei brillanti
occhi ormai spalancati    con cui l’universo ti guarda
e tu ti specchi

meridiana

cornwell manor

.

ora di pietra e luce dell’ombra che scrive
sul muro    voci che  si scheggiano in aria
non ci sono  segni di parole
solo sguardi incatturabili
che perdendosi  accerchiano questo silenzio
immobile di respiri che ci ospita tutti e spinge me
ad aprire  questo corpo come un quaderno
che è il suo specchio
una epifania dove sto raccolto
come un feto nel ventre materno
cardine della medesima porta da cui il guado
è ancora una volta il tuo corpo
l’orizzontale trasloco
senza conoscere mai fino in fondo nessun verbo
né cosa trascorre tra te e me
parola di un lingua sola
terra di vocaboli preziosa armatura  della rosa
ferma incantata e incauta nell’aia della casa
come il foglio che svola in aria
e che non ha che monosillabi senza senso
e vorrebbe dire sé in questo res(t)o di tempo
nel silenzio della pietra su cui scivola il vento
come sul pane che non sa cosa sia fame
e dal campo cresce  in una uguale semina
sotto un cielo che si perde
lungo la strada appena appena
smosso dai fantasmi della luce
che brilla il tuo occhio d’oro
tra le spighe e la paglia di una estate che
sin dall’inizio è già finita.

 

 

nel cuore dell’ erba

cloe patra e gordon pembridge

.

 

come nel mio ventre
immergo profonde le mani
fino alle radici al mio fossile perduto
un seme d’ore come un germoglio di gramigna
sconosciuto corpo in cui ripone il cielo
ogni sua meraviglia
un erbario di onde dove il vento tracima
rive e rami del cosmo
nella linfa di ogni albero come uno soltanto
e il legno ha l’odore delle nascite
tutte quelle che costruirono questo corpo
come un  mondo assiso
tra il respiro delle faglie e la fragranza delle messi
duro roccioso cuore  di catene  altissime
montagne che hanno grotte intestine
propagate in echi gonfi di nuvole e scritture
di ghiacci   eterne volute di schiume e calcari
leggeri sentieri minerali sorrisi di cristalli
gemme  neonate  bocche come di-
amanti brillano l’attimo
in cui affacciati all’improvviso
scoprono il corpo   nudo  mondo
di questo involucro  di sgomento e sogno

l’ultima parola

 maudstarr

.
 .

l’ultima parola sbagliata
l’ultima bugia pronunciata senza
consapevolezza senza sapere
di avere mentito di aver detto
l’ultima stupidaggine
che mi ha portato via
lungo questa via dipinta di nero
dentro questo buio di notte
come una crepa che corre dentro la mia fronte
lungo un sibilo di sirene
e una corsia di vetture tutte in fila
in coda per attraversare il confine di ogni sillaba
scappare scappare
prendere il primo treno
scappare girare la schiena non ricordare
a mezzogiorno o a mezzanotte
andarsene andare via in fretta
perdersi in mezzo alla folla
dove sei nessuno nascosto tra tanti altri

e le api ronzano soltanto per portarti un po’ di leggerezza
in quel poco di polline che ancora respiri
vagabondando svagando
un altro minuto     un altro
per fare silenzio o per un’altra parola.

cos’è questo luogo

ester negretti

Ester Negretti

.

che gira che traccia un’ellittica
invisibile tira e trascina la vita di un globo che brucia
un limbo di anime  così pesante
che leggero ruota da qualche parte dentro l’universo
senza scaraventarci altrove ogni giorno di nuovo affiora
dalla profondità di questo freddo buio come dall’acqua
di un perenne oceano l’acqua fredda bluscuronotte
trafitta da piumini di stelle la notte e poi di giorno  calda
la  luce di un astro che continuamente muore
questo sole senza calma né altra quiete
che l’altra faccia della nostra pelle
nuda questa terra appuntita di pietre
brulicante di ombre e riflessi
di profondissimi inganni
nell’acqua bassa delle solitudini
che tutti abitiamo
e ci  risputa fuori di nuovo e
di nuovo in migliaia di forme
cos’è questo luogo
che ci vive dentro
e mai possiamo raggiungere?

da- lettere alla mia solitudine

quanti anni (e) luce dall’inizio

gottfried helnwein

.

senza vedere che ci sono ancora immersa
aprile è già sulle finestre
e di maggio già si sentono le rose
sulla ruggine delle mie pietre
colorate  sembrano ancore  le ore
tutti i miei pensieri svaniti come neve
eppure cosa darei
per un’ora di sonno
dentro la mia vecchia casa
che ho sognata e risognata
ridisegnata migliaia di volte
immersa in questo cielo mutevole
in tutti i riflessi di un pulviscolo
che mi balla davanti agli occhi
le ossa appena riscaldate
da questo tepore sulla porta dell’estate
accanto ai vasi di quei vecchi semi
rubati qui e là dal grande giardino
dove mi sveglio con la poesia sbocciata
tra i sassi raccolti in altre terre oltre la frontiera
simili alle vertebre di animali preistorici
le abita il vento e vivono dei suoi suoni
una specie di ring dove combatte il tempo di ieri
con la confusione degli attimi che abito oggi

 

 

questa e le altre

amanda white

.

tutte le mie case
trattengono segreti dentro le pietre
dietro le pareti
nelle cose lasciate
nelle stanze chiuse
nelle scatole delle scarpe
nei barattoli  del caffè o delle conserve
in bottoni di vetro e in sigarette schiacciate
sopra l’impronta di un piede

e mi serve ogni volta coraggio
per trovare l’ingresso
mi serve coraggio
per riprendere di nuovo in mano il bandolo
di quella matassa intricata
che credevo aver fabbricata
e invece era solo un biscotto
per tutta la mia fame
i desideri la volontà di vivere
oltre tutto quanto avevo perduto

tutte tutte le mie case
sono una sola stanza
che ha così tanti angoli
dove tutto si conserva
dove ogni cosa conversa
e io da sveglia
la ripercorro scalza tra le immagini
e il margine di foto che in me non ho strappato
come quelle dell’album

ma  se vado e sono sempre sola quando le attraverso
tra quelle scene devo ricordarmi
che basta un niente per andare ancora in  fiamme
niente è mai bruciato del tutto
persino la cenere riesce ad appiccare il fuco
ai cardini di quella porta che  disegno nuova
per custodire quella e quell’altra
casa della mia memoria
in cui non è pazzia cercare ancora
tra tappezzerie di sogno c’è nuovo il mio tesoro

 

avevo una valigia

felice casorati

.

 

avevo una valigia piena di uccelli
cardellini usignoli  passeri
cantando  lasciavano scintille

avevo una valigia piena di scivoli
dove correvo per trovare la mia strada
agli angoli tra notturni d’acqua viveva mormorante
un buio che parlava tutte le lingue
del mio breve cammino conservava le frecce
come lingue di fiamma
e tra i rami di altissimi pioppi
i nidi di quegli uccelli narravano leggende
lungo le tracce di un infinito che si beveva
tutte le mie storie

avevo una valigia piena di  stelle
di notte le seminavo per germinare di cristalli il freddo
e dal fondo del campo dentro la mia valigia
da sotto oltre il fondo delle buche
crescevano le ore di tutti i miei oggi

avevo una valigia piena di onde
come treni a vapore dipingevano la costa
suonando canzoni con la chitarra delle nuvole
blu un blu cobalto e lampi di oltremare
erano i vicoli tra quelle scie di sale
alla deriva ampie valli
si aprivano in slarghi di stagioni
e lampeggiavano sorrisi e sogni

avevo una valigia piena di disegni
dove appuntavo tutte le mie favole
le innumerevoli giornate  lungo uno schizzo azzurro
rubato dalla lingua dell’ignoto
e scordandomi che ero in viaggio
cercando la mia storia  le mie parole
si volatilizzarono
ora nella valigia ho solo un opale
che sbriciola la sua polvere

 

da meteorologia dei sensi