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(ap)punti dall'arte

lo chiamo destino

gabriel pacheco

 

.

ma non so dire come né cosa successe
io ero in coma da almeno cinque giorni
quella
è la parte della mia vita che non ricordo con esattezza
era
l’inizio dell’estate
l’11 luglio del 1991
in città in quei giorni bruciava un calore insopportabile
e a me pareva che tutta la mia storia fosse in procinto di finire
da un momento all’altro
senza sapere perché e cosa ne fosse la causa
vivevo in un terrore continuo
che portò alla scomparsa del sonno
quasi all’arresto di tutte le mie attività vitali
era una tortura che impiegò parecchio tempo
prima di risolversi e io mi sgretolavo
come se avessi più di cento anni
non potevo scappare da me stessa
e il mio corpo era una dura corazza
bloccata come una pietra il movimento
e anche la parola
a malapena riuscivo a pensare
credevo che quei giorni fossero il tempo del mio esodo
ero ancora in ospedale a seguito di una ricaduta di quel male
e ci rimasi finché non mi svegliai da quel sonno come un coma
dentro di me come una cassa di distanza
quando ritornai mi sembrò di svegliarmi alla vita
ma non ricordavo quasi nulla di quello che aveva causato il primo passo
dentro quell’ade quando ciò che vedevo intorno a me mi impauriva
ero rimasta quasi muta per lungo tempo
come se me ne fossi andata da qualche parte
dove nessuno avrebbe potuto raggiungermi.
Fu un lunghissimo monologo
il tempo che impiegai per ristabilirmi
mi raccontavo e mi ridisegnavo
fino a respirare non più il passato
ma quella nuova configurazione di me stessa
in un autoritratto in cui avevo cancellato
sfumandolo quel chiodo dentro la gola
quel dolore inafferrabile un acuto invisibile al centro del petto

L’inventario

Annunci

sedici api

ana ventura

 

.

in un fazzoletto di terra bianca
le ho salvate dalla strage
api come  parole di altre poesie
arrivano dai confini del mio piccolo orto
impollinano i miei fiori e gli alberi da frutto
guariscono la mia anima
quando la guerra i lutti l’ambiente avvelenato
dai rifiuti
l’esodo e una cultura atrofizzata dai miasmi del denaro
riduce in polveri l’aria che con difficoltà respiro
vengono elettrizzando il cielo
costruendo brevi cicli di riposo
un miele amoroso
che si deposita dentro e
intorno tesse sui solchi avariati
suoni in giochi di gocce
articolano un’arte antica
in  giochi di parole magiche selvatiche
scivolano i colori tra le ali
impollinano di vita ciò che sembra
morto
un fiume d’aria le loro ali
se
dici api
allarghi i registri dello sguardo e
così io vedo
e sento quel loro talento
farsi mio alveare splendido
lingua di più intimi vocaboli
favo e mito tra atomi di luce

nel palmo della mano
come su un fazzoletto bianco
un’arnia
tutto il presente si fa futuro
tra  rami di passato

 

 

 

 

 

 

caldo freddo

safet zec

.

il mio corpo impazzito
un coro e un vischio
un nevischio dentro l’occhio e l’orecchio
l’io morto un gelido ferro
l’inverno e l’inferno
un bilancino fatto giocattolo
e ci salto
un piede qui e uno là
ricostruisco casa
una stanza dove si brucia
l’altra la ghiacciaia
l’anima e la mente
un’unica posata
storia mai eguagliata
una gendarmeria e una casetta meteorologica
l’omino blu la donnina rosa
escono dalla medesima porta di una piccola casa
e fuori c’è il sole
e dentro me la pioggia
lo stesso calendario
ma l’aria diversa
spoglia una forma ritratta
fredda una storia raccontata
davanti al camino senza fuoco della casa
impigliata alla maniglia
un’impronta abbandonata
io che ero scappata
e sulla neve del mistero ero affogata
spuntavano solo i germogli dei miei piedi
ghiaccioli di gelo nel freddo di marzo
una camera buia
il silenzio come canto
tu sul lettino spoglio
hai  sulla fronte un bacio
il mio
l’ultimo
bacio
caldo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ancora non sapevo

gabriel pacheco

.

con un gesto invisibile
le mie mani potevano afferrare l’acqua
un’ora alla volta anche la più cupa
e il tempo diventa un gioco
l’istante una palla
e posso lanciarla tra l’erba più alta
oltre la linea di guardia
ritrovare quanto è perso
caduto dal palmo
la mia vita senza rose e senza braccia
una serpe per compagna
che si arrampica alle caviglie e mi morde
le ginocchia
così che caduta sulla schiena guardo in aria
l’argento aereo delle nuvole
mi piove addosso un fresco gesto d’amore
piove ancora una volta il tempo
alba e tramonto sono la tua fronte sopra la mia
e la tua mano di ieri
una storia nuova
una premonizione aperta
nel guscio madreperlaceo di un uovo
fiorito dall’istante

 

 

 

 

 

 

sto sulla porta

safet zec

.

.

di casa nostra    i battiti del cuore    lentissimi
quasi assenti i pensieri
tu sei lì al centro della cucina
la casa intorno vuota
sguarnita    qualche vaso alla finestra

tu sei seduta
accanto alla stufa che fischia e respira
come te a fatica
poche medicine sopra la tavola
la maschera d’ossigeno
la bombola
le tue sorelle che non capiscono
io che ti scelgo gli appuntamenti più adatti
misuro le pagine della tua ultima estate
ti siedo in giardino
ti vesto di garza per non appesantire il corpo
fattosi d’aria   perfino l’erba cresce più tenera
fresca sotto i tuoi piedi per risanarti da tutte quelle punture
come vespe velenose
ora sono le mie api a filarti i sorrisi
laboriose ti tessono amache di conforto
ti raccontano storie perché tu non pensi
e persino il nostro maggio fiorisce l’ultima festa
un bacio seminato nel cortile

oggi è ancora dentro la mia testa

 

 

 

 

 

scrivere

nikoletta bati

.

 

Per quanto l’uomo possa espandersi con la sua
conoscenza, e apparire a se stesso obiettivo, alla fine
non ne ricava nient’altro che la propria biografia.

Friedrich Nietzsche  – Umano, troppo umano

pensando di leggere
i luoghi del mondo mentre
è sempre se stessi che si guarda
di fronte a un cumulo di oggetti
che si sono accasati
accatastati in luoghi del nostro sangue
infittendosi in memorie
ingombrando i giorni
di involucri di vetro
tutti gli specchi in cui credevamo
di avere visto gli altri
ed eravamo noi
ogni volta quell’io trasformista
che sa essere tutto
perché ogni cosa
è solo un vento elettrico
che ramifica i pensieri
strappa i sogni e li riconguaglia
in segni e disegni
senza scampo l’esperimento di vivere
è sempre all’inizio

c’è un silenzio meraviglioso questa mattina

anotherday

 

la gente dorme
ora sta piovendo
eppure c’è qualcosa di nuovo
che portiamo in noi da questa notte
fosse anche solo un proposito
è quello che dobbiamo seguire
inseguire se occorre
serve vivere la vita
non restarci accampati
e non accampare diritti
perché nessuno ha un atto di proprietà
su di lei
viva di tutti noi
quelli venuti prima e anche quelli che verranno
senza interruzione di erogazione
lei acqua luce chiaro e notte
lei profonda e sconosciuta
lei intatta
nostra e senza appartenerci

 

ieri sulla porta mi hai detto qualcosa ma non ho compreso
ho finto di averti sentito eppure
quella tua voce
è rimasta un punto di nero
dentro di me che non ti ho trattenuto

.

L’inventario 2018

ieri sera un tale

emma’s house

 

.

mi ha contattato
si sentiva solo
e non sapeva che fare della sua solitudine
la voleva imbrattare o forse barattare
con un legame qualsiasi
incendiandosi un attimo
nessuna gentilezza
niente altro di umano che la voglia
di non essere
con il proprio vuoto
o quel vuoto
in cui si vedeva
dentro lo specchio di chicchessia
è durato pochissimo
lo scambio
quattro parole in tutto per capire
che io stavo su un sentiero
diverso dal suo
mi ha lasciato dicendomi che ero
matta e che la mia malattia
mi aveva dato alla testa
in qualche modo si era svegliato
anche lanciando quel sasso
aveva reagito
e dal suo piccolo inferno era uscito
senza sapere ancora chi era lui
e chi io
ma
aveva qualcosa di cui parlarsi
qualcosa su cui filare almeno uno straccio di pensiero
suo un tic e tac di orologio
che lo portava oltre la pendola ferma che si sentiva
in qualche modo si amava
e chissà forse poteva trovare anche una strada
una via nuova
o una storia d’amore
che lo riappacifichi con sé

f.f.

immagine- ana ventura

davanti allo specchio

freehouse- i segni di chi passa

L'immagine può contenere: persone sedute, tabella e spazio al chiuso

 

.

questa mattina
quei pochi attimi che riservo
per sistemarmi i capelli
con gli anni non hanno smesso come me
di essere ribelli
stavo mettendo un po’ di correttore
sopra i segni che gli occhiali mi lasciano sul naso
e guardandomi come insieme
mi sono vista in quel gesto
come un’attrice truccata da vecchia
e questo lo sentivo con chiarezza
dentro
mi sento ancora una ragazza
un attimo
solo un attimo
ma ho pensato quanto sarebbe durata
la mia recita e se lo facevo bene
visto che quell’immagine
non tradiva me stessa
ma anzi era una via che il corpo mi aiutava
a percorrere fino a trovare
qualcosa oltre o
dentro la mia scena

 

1 gennaio 2018- L’inventario

l’inventario 2018

gabriel pacheco

 

 

non ho cure per nessun male
non ho depositi di sicurezza
non ho guide di nessuna verità o certezza
non ho pensieri così illuminanti per vedere indietro o avanti
non ho poteri altri se non fragilità e impermanenza
di cui non posso fare senza
mi muovono
creando ogni attimo i miei passi
raccogliendo del sempre
i verdi territori o le torbe profonde
non ho che pochezza e mi riconosco minuscola
un attimo
è la mia durata e tutto di me si trasforma
sono una sconosciuta materia d’ombra
e tra le radici trovo quanto senza un nome
senza un catalogo o un vocabolario
è l’esca di ogni scintilla che innesca in noi
dovunque e ancora
la vita

.

 

Auguri senza tempo auguri per un ritrovamento!

 

 

BOTANICALHAIKU- un calendario di AUGURI- Buon anno! Buon 2018!

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.

I

radice scrive
disciplinando il cielo
l’invisibile

II

e là s’interra
un favo di lingue ignote
tracima il senso

III

gravida l’ora
promemoria del sempre
è un filo d’erba

IV

a fiumi scorre
un solo catalogo
verga il silenzio

V

dicendo fiori
nomina i colori
trema la luce

VI

breve uno scatto
poi  è il turno del vento
lega e disgiunge

VII

segna un vertice
la sua scrittura cede
sempre l’istante

VIII

senza saperlo
anch’io sanguino sogni
lenta  scivolo

IX

mi dimentico
ora nel secchio d’acqua
solo una foglia

X

gelido il cuore
sillabario di neve
sogna le stelle

XI

l’altro me stesso
un embrione di filo
rosso cucito

XII

nuovo cammina
l’universo essenziale
sole di un seme

raramente penso a te

patty maher

 

.

 

perché non hai un corpo
tu sei solo essere
una nitida traccia in me
dove cado senza forma
dove ti trovo come unico luogo
sicuro ampio tu
che mi premi da dentro
un desiderio che io solo sento
tu mio deserto e silenzio
unica impronta del mio palmo aperto
mondo nel vano di quest’incavo
dove appoggio il cuore e sento
la tua orma
ora che apre in sé la mia casa
tu quieta inquietudine
dove per un attimo
riposa il sogno e la memoria
di non averti mai avuto
di non averti mai perduto

prima e dopo

patty maher

.

.

sono le porte di ogni storia
eppure sarebbe il caso di non guardare così
la vita perché ci stai dentro
completamente immersa in tutto quanto la sostanzia
sempre
la vita non è una storia ma
un continuo che ti attraversa
e porta con sé tutti i ieri che ha sperimentato
in un fragore indistinto del sangue
e anche nel tuo andare alla cieca
spesso ferendoti tra i vetri rotti di esperienze non riuscite
tra schegge di tempo non vissuto che formano comunque
il nostro legno sempre verde per la vita
lei è una casa tessente
vivente una continua vorticosa e s p e r i e n z a
dove il cadere e l’incedere
il rialzarsi e lo svolgersi il riannodarsi e il riavvolgersi
sono la incessante manutenzione di una creazione
che prende senza sosta forma e direzioni  mutevoli
e solo nel raccontare le vie in cui ci ha incamminati
quando in qualche modo la percorrenza si è fatta passo
allora noi suoi frammenti incandescenti
riusciamo a vedere almeno un poco
ciò che attraverso  l’e s p e r i re
siamo

intubati

nelly carson


 

.

nella fissità di questo immobile
buio spesso di un multiplo guscio
questo cosmo ci penetra ogni attimo
e come una coltre impalpabile
possiamo attraversarci
tra paesaggi
lunari e planetari
noi insegne di magnifici giornali
senza parole luci intelleggibili
frequenze continue di atomi abitabili
fondazioni di ali e
v e l i v o l i
di silenzio
infiammabili

 

 

 

guardavo alla finestra

carson ellis

 

.

.

salivo sul trono della nonna
una grande poltrona di legno intarsiato e cuoio scuro
c’era anche un cuscino
morbidissimo
ci stavo in ginocchio per ore
i vetri non erano un tempo così spessi come adesso
e i suoni li attraversavano come fosse aria
anche quella lastra trasparente
e aspri  netti i contorni delle cose
entravano dai vetri quasi affondandomi
quasi strappandomi a me stessa
in terra sulla ghiaia
mio padre sistemava le sue sculture e i vasi
dove mia madre sistemava le sue piante
con la febbre non potevo uscire
mi affacciavo e guardavo
finché non li vedevo entrambi sparire
sul fondo del giardino
o dietro le piante più alte
mentre piantavano le patate nell’orto
o mia madre seminava i radicchi
s’abbassava e si rialzava come seguendo un ritmo
che veniva direttamente dalla terra
sradicava i ciuffi di erbacce  zappava
o con la vanga metteva a dimora le grandi piante
tenendole tra le braccia come si fa con le persone
ed era chiarissimo che le amava
anche quando le potava perché conosceva i loro cicli
e mai le torturava come spesso oggi fanno
tagliando decapitando i rami come braccia mozzate
e ricordo il profumo
di terra quando il vento soffiava
un odore che ancora oggi riconosco e mi sradica
da qualunque posto sono
per riportarmi indietro a quel giardino
a me bambino come se quelle radici
mi fossero cresciute fin dentro le profondità del corpo
come un legno d’albero anch’io
in cui si sono scritti ad uno ad uno
tutti gli anelli che a quel luogo mi riportano
e lo riscrivono proprio come la memoria
nel libro di un albero

 

L’inventario

le parole?

ana ventura

.

le parole vennero dopo
uscirono come qualcosa che stride
da tutto il corpo uscirono come un grido
e la pelle fu da subito un asterisco
sotto l’arco del piede
una scrittura analfabetica di brividi
qualcosa che si voleva dire
ma non aveva parole
solo echi di voci perdute prima
prima di essere qui
in questo ora tradotto
che ci ha afferrato
dalla vena della madre
per una canzone sotterranea
nell’acqua primordiale
una miniera di silenzi
come nomenclature dei vuoti
segnate a corredo
di una storia perduta

e arriva il giorno in cui non servono parole

safet zec

.

in cui serve solo un estremo gesto di forza
oppure un atto di completo abbandono
una resa senza necessità di alcun verbo perché
noi siamo in quel momento gesto e vocabolo perfetto
senza graffi o sbavature
senza aggrapparci a niente altro che a quella resa
l’ultimo bene la perdita assoluta
per sentire incendiarsi la fronte
incenerire i pensieri
essere sentieri o la dimora del vento
per sempre lasciarsi per trovarsi senza recita
senza un nome dietro cui nascondersi
senza un passo secondo cui misurarsi
essere distanza e presente
essere paese e linea di fuga
in una luce repentina
un attimo senza più furia
senza più   del sangue   la furia
soltanto un chiaroscuro
appena un tremolio
un’ombra in terra
che subito passa

 

arrampicarsi

jan hendrix

 

.

arrampicarsi salire salire
ma dove che non sia il corpo degli altri?
chi ha concesso il foglio per viaggiare

dentro la morte di troppi
e credersi all’altezza
di non vedere non sentire
tutte quelle voci
quegli altoparlanti dal profondo

si parla si parla si straparla
senza vedere mai ciò che conta
ciò che si è da sempre
un lungo cammino
sulle schiene di chi dà corpo a questo nord
senza giudizio inerpicarsi
per trovare la stella posata sul ramo più alto
il regno e l’impero strappare a chi prima
ha provato a duplicare il volo

solo uno zero
un tondo vuoto
dentro l’occhio annegato
in questo vasto cimitero

e fare festa
lunghissimo un festival
citando a vanvera
la folla  che ci ha preceduto
di cui non riconosciamo il volto
solo uno scroscio di segnature labili
un grande temporale
attorcigliato in lampi che crediamo sguardi
staccandoci  da noi stessi abbandonandoci
al nulla

quante parole
tutte inutili
tutte vigilie e approssimazioni
errori di oppressi su altri uguali
che se ne stanno tranquilli dentro i loro fogli e avari
si spartiscono in vaghe cortesie  ridicole poetiche da pochi sol(d)i
prose vaneggianti soluzioni dell’imbrogliato
cunicolo in cui stiamo dall’inizio
come lombrichi in un astuccio di humus
appunti imperfetti noi tutti  altissime mura
destinate a sgretolarsi
eco dentro un’altra eco

meglio non lamentarsi
meglio mettere i puntelli a questa terra che frana
e respirare questa poca aria che resta
profonda e tremenda la notte ci in(d)ossa
la sua veste oscura

 

 

 

abbiamo creduto

mateusz pisarski

 

 

che la vita fosse un rettilineo
e ancora lo pensiamo anzi
persino in cielo ci proviamo
fino all’oltre
di cui vorremmo disegnare
le rotte
tracciati così semplificati
per noi che siamo prodigi complessi
irreali numeri di altissima acrobazia genetica
sognature d’improvviso essere
tempo
che cade in poche decadi
e riprende le sue trame mirabili
miraggi labirintici e patrie immaginarie
nozioni di luce che vivono di scarti atomici
ritmi imprendibili
altissime pianure e libellule nucleiche
noi liberi di scomporci e riformaci in spazi esigui
un cuore che dilata l’ombra in cui per un attimo
si muore e subito  decolla quel futuro
rivoluzionando  raggio e  curvatura
di uno sguardo insonne  nottetempo
allagando di sogni tutti i circuiti

 

penso sia così

eicwar

.

questo lungo sonno
che la vita ci semina negli occhi
un corredo di sogni
che mai ci permette
di riconoscere quale sia
il tempo tra le rive del fiume
scorre ci trascorre e niente vediamo
niente distinguiamo
io tu gli altri solo gocce
in un continuo tremare
tra le trame dell’acqua
da sorgente a sorgente
il nostro errare