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(ap)punti dall'arte

ora lo vedo bene

laurence winram

.

 

su tutto il  corpo
un manoscritto prima illeggibile
ha germogliato  la mia notte
una punta di stilo o una lama di coltello
affilato ha inciso piccoli solchi
in un reticolo diffuso  sottilissime linee
rose minuscole purpuree
le mie vene sono linfe esposte
le mie rosse argille del sangue tutti gli uccelli
ognuno con le proprie storie
disegnano in me un manoscritto miniato
tenerissimo il fogliame di un albero
che brucia ancora senza incenerirsi

Un vaporetto a fiati. Poesie per bambini a colori  

silvano braido

.

nessun commento
queste non sono parole
ma vocazioni alla melodia
me la dai un po’ di attenzione?
sono una gatta delicata
spesso anche una brutta gatta da pelare
quando scrivo con gli artigli e stringo tra i denti le impressioni
raccolte dall’intrico di strade che percorro
nei salti dalle ringhiere
in tutte le carezze che mi danno
un danno un vero danno perché mi arruffo il pelo e
poi estrosa come sono scrivo
sono inquieta sempre in cerca di qualcosa
che sia bellezza e arguzia
naturale una tradizione di parola che tralasci la sintassi e
prenda un diretto o un taxi per arrivarti dentro
nel profondo di te stesso  là dove lasci sparsi
gli appunti dei tuoi giorni degli sguardi lasciati andare alla rinfusa
di tutte le fiabe che scrivi nottetempo nei tuoi sogni
e perdi al mattino in uno sbadiglio
un vaporetto dove naufraga va alla deriva la meraviglia
e tu riprendi da capo un cammino senza i toni e i timbri
di quella loquacità espressiva che è dentro di te
sempre
un’avventura.

.

silvano braido

.

e poi sempre dovunque
l’erba      il silenzio      il muovere dell’ombra
erano e sono ancora
la mia casa
la nostra casa comune
dove il gioco è un rimpiattino
in cui io si fa noi e insieme uno
tu siamo tutti perdendo il nome
perché il libro è complesso
uno strumento di uno specchio
dove persino gli adulti sono piccoli
piccolissimi frammenti del corpo di un gigante
e tutto è un gesto che ci tiene uniti
gli uni con gli altri i fiori le erbe le bestie le nuvole
il fuoco l’acqua le tempeste le onde le terre annegate nei fondali marini
tutti i pesciolini le rocce le pecore le capre
le tante storie aperte in un accorre di parole e di verbi
che tutto congiungono tutto coniugano
così come si vede in questo immenso alambicco
che distilla il nostro tempo e di tutto e tutti fa un filo continuo
per trasformare in meraviglia ogni profondità e ogni altezza.

.

silvano braido

.

cento mille migliaia milioni di tempere
e tutti i temperati temperini
per tutte le temperature della nostra terra
quel piccolo infinito nel re-
cinto del corpo che cresce e cresce
per incurvarsi quando è vecchio
e lunghi lunghissimi navigli percorre
con la voce con i sensi con tutte le parole
a fresco un gioco e un giocattolo
poi affresco su un imprimaticcio a lungo steso
e tessuto per un manoscritto scritto con entrambe le mani
e gli occhi tutti tutti gli occhi anche quando li si tiene chiusi
per disegnare scorci di città sempre straniere con segrete
vie che portano nel posto più lontano che è in te
e vedute di laghi e marine
paesi di montagna cascine casine
alberi come pennacchi e tondi rotondi giganti che snocciolano frutti
immagini viste nella tela e nel  t e l a i o
nature vivissime e gustose nature vivemorte
interni di abitazioni dove metafore e allegorie di noi stessi
riproducono bestiari di poesia per bambini
le sole rime e le strofe come stoffe per vestirci

 .

silvano braido

.
 .

.

a volte mi dipingo
ci provo con le parole ma
sono sicura che il risultato non raggiunge
quanto mi propongo
in casa mia non c’erano scrittori
né tanto meno poeti

mio padre era un ceramista e uno scultore
così anche i suoi fratelli e tutti riuscirono a seguire
le loro strade  avventurandosi ciascuno dentro l’argilla
o la pietra di se stessi
anch’io ho dipinto qualcosa
non tanto non sempre ma qui e là ho lasciato traccia
di quanto ho visto nelle plastiche forme della mia notte
nelle pozzanghere in cui riflettevo i miei cieli più segreti
quadri e inquadrature di un’anima sempre naufraga
o impaziente di saltare qui e là di salpare per non tornare
per non lasciarmi un segno da ricondurre a me stessa

il segno dell’inizio del percorso come un soffio
e il respiro che lascio adesso in un colore così tenue
in un’ombra di meraviglia in cui le cose ritornano
e poi un giorno ci portano via lasciando di noi una storia
visibile dell’invisibile

 .

silvano braido

.

m’immagino
figura sono un luogo della memoria
quindi un passato
se pur sono presente
un adesso o un ade dove la realtà trasmigra
da qui a lì o viceversa
si versa in una sintesi espressiva
mi preme tutto il corpo e mi sento tutto organo
un’avventura la parola ombra mi costruisce
occhi orecchi mani e piedi
addirittura batte un ritmo tra le costole e le vertebre
rive dei nervi e quasi vedo spuntare nel fogliame di quei fogli
una coscienza che mi mostra come mai mi ero visto prima
un albero con radici d’aria e sole e rami
che scivolano in terra tutti i miei tanti innumerevoli nomi.

da   Un vaporetto a fiati. Poesie per bambini a colori

una lotta feroce

norma bessouet

.

gli alberi si curvavano e si abbracciavano gli uni agli altri
agitandosi contorcendosi
sperticando la loro altezza in ampi giri d’aria
un’ora di litigi scura come la sera
una bufera di nuvole e schianti di pioggia
una ritardata primavera e un’assolata
stanza d’inverno caduta a perpendicolo
tra la strada e la piazza
verticale una frescura di sogno
che la terra finalmente respirava
tra radici case nei voli degli uccelli
profumando come un lino appena lavato l’aria
esalando quasi un grido di gioia
bevuta sull’orlo del cielo fattosi più basso
una creatura tale e quale a noi
una stagione da vivere
un attimo oltre il silenzio

come piume i nomi

irene hardwicke olivieri

.

nei rami della memoria
dondolano illeggibili
solo l’essere
che incontrai
in ciascuno
è il corpo con cui  converso
corpo che abito
corpo che (è) vivo

 

 

di malavoglia all’inizio

mariana palova

 

.

ma come un gesto dovuto
seppellii la memoria
la deposi in me come in una fossa
misi l’origine aperta della voce
la sostanza chiara di tutte le parole
la nostra umanità come un’antologia di rose
e di tutte le loro spine
misi l’amore svestendolo  di desiderio il corpo
intatto di eros iniziò a muoversi
come una radice  sotterranea
che metteva foglie sotto la terra humus
in un esilio di sole
sotto la nebbia  lasciai le cose e gli utensili
di ogni nostra vita
la nostalgia e l’immaginazione
diedero forma ad una grotta tacita e perlacea
una speciale manifattura cristallina
e
vi scorreva l’acqua
come un dolore recuperato lontano
ma vivo
un boschetto di sguardi dove si alzarono in volo
una miriade di uccelli

a colloquio con chi non c’è

eric boutilier brown

 

Molte cose cadono, quando si viaggia; certezze, valori, sentimenti, aspettative che si perdono per strada – la strada è una dura ma buona maestra. Altre cose, altri valori e sentimenti si trovano, s’incontrano, si raccattano per via. Come viaggiare, anche scrivere significa smontare, riassestare, ricombinare. Si viaggia nella realtà come in un teatro di prosa, spostando le quinte, aprendo nuovi passaggi, perdendosi in vicoli ciechi e bloccandosi davanti a false porte disegnate sul muro.

Claudio Magris – L’infinito viaggiare

 

.

lungo una strada cieca di luce e di pietra vengo
interrogandomi sul come e il perché noi siamo
nel mondo
e per noi  intendendo
tutti
i piccoli gli ultimi i maestri i falsari
le donne i vecchi i ministri i banchieri i becchini
i ladri gli ergastolani le monache di clausura le puttane i preti
i cardinali i poeti i sordi i matti i ciechi
tutti
anche quelli che non hanno nome e grado nella classifica dei nomi
e quelle voci che dentro ognuno abitano
forti di una loro segreta impronta
che ci incalza sempre sollevando la terra in ombra
nel massacro che è vivere esposti
all’esproprio della vita
perché la morte tutti ci addita e disabilita
stretti tiene i suoi lacci intorno a noi tutti
non altre maestre che lei a tenere lezione
oggi al pari di ieri
con passione cementando chi sembra lontano
dagli altri
i singoli gli individui che siamo
uno
uno ad uno in una adunanza che è fatta di sensi memoria rancore
gioia paura lampi di intuizione pensiero e realtà
sogno
e sempre
ogni essere
un continuo sottrarre e un mantenere
aperto uno spazio comune
anche solo in una sola parola
intera      abitabile nostra
umanità

la notte mi alzo

christian schloe

 

.

i miei piedi sono la salita e la caduta
i geroglifici in terra della luna
nell’incisione della rosa  il polso
nella roccia del ricordo sono la terra che respira
vocabolari della notte  sono il cambio dell’acqua
nel vaso dei fiori sono lontano e vicino
dell’assenza     il sempre e il mai
nel cambio d’armadio  vesti
e la mia nudità silenziosa
l’ombra del mio cantare
tra le labbra l’anima
damascata nel solitario delle impronte
sono il tramonto di ogni suono
il rabbocco della parola
seduta alla sorgente
piccoli minuziosi
inventari del mio essere

bevo con te

christian schloe


.

 

tutta la mia vita
sei la radice amara di tutti i passati
sei la gemma dell’abete imbiancato e
la squama del pesce di giugno
sei una risma di coraggio quando sono sopravvissuto
sei la pietra   tutte le pietre  di ogni abbandono
stai ferma come l’acqua di agosto
in un equilibrio d’aria
attonita guadi lo schermo del mio occhio
vieni a piantarti di nuovo
come una scrittura antica
nell’erbassenza del mio orto
sei tu la falce e la luna
rassetti  precisa la mia terra
il taglio del bosco       ogni nuovo germoglio

tu e io

christian schloe 

.

insieme da cent’anni o
millenni  in un solo giorno un attimo tutto il tempo
mentre mi insegno
a non dire a non proferire un segno
o un vocabolo
mentre mi ricadono addosso incessanti
della notte tutti gli inchiostri
della nostra forma gli abiti
l’oscuro dei pensieri
neri neri sotto lenzuola di anni o secoli
o mesi entrando in stanze arredate di stagioni
pallide albe invernali torrenziali primavere
mi insegno tutte le estati in cui ci siamo infiammati
ciascuno tremando del sole dell’altro
e tutto il pianto
l’ho disposto come seme di cristalli
nel cavo di grafite nel chiuso della mia faccia
tu eri un albero e alto lanciavi i tuoi gesti erano rami
intere foreste i tuoi sogni un assolo di sterlizie
natali sotto la pelle niente gelate mai una nevicata
eri  l’acrobata e la corda gettata
tra cime a perpendicolo e valli d’ascolto
tu soltanto tu fermo
una lingua di silenzio
e un’armatura di ragioni
tu l’assioma di tutto il presente
la sassaiola caduta da occidente
a ingombrare il mio occhio
caduco e glauco
senza lingua senza pupilla
un profondo richiamo da un pozzo senza fondo
dove non conto dove ho perso la misura del resto
io solo un avverbio che non si accompagna  al tempo al dove e
allo stesso modo
mi addormento sotto una coperta di vento
la porta aperta
dove l’acqua della memoria sfiora
la piscina di un tacito accordo
quel niente largo in cui mi trovo adesso
oltre
tutto il tempo

il segreto è una pellicola

elisa mazzone

 

domopack di pelle
e un tratto deciso e rapido
una mano che esegue senza esitare
un susseguirsi di curve e linee
le nostre vene nell’albero
della sorte angoli bui e una prospettiva tronca
dove la fine è un punto che ci esercita
a diventare un prato o un porto

senza tregua ci disegna e ci colora
con pastelli e chine il foglio sgombro che noi siamo
un amo appeso al ramo e la filo di un ragno
di una specie sconosciuta
dove appigliato è un uomo
che cammina come un acrobata sul profilo del mondo
un globo e un occhio rappresi in un solo di-
pinto e immaginato galleggiante nel latte di un’infanzia mai trascorsa
e sulla faccia esausta ancora imprime la sua grazia
un gesto leggero catturato dal retino immerso
nell’acqua imprecisa di un attimo che schizza
il volo di un uccello scuro o di un minuscolo pesce rosso
scomposta e ricomposta (di)versa-mente la linea
si gonfia e mostrandosi si forma
nelle lettere dei libri
dando a ogni cosa un’origine
assottigliando lo spessore dell’argilla  per tratti
fini o più densi tra i confini dei disegni dissolvendosi

la collina

michelle morin

.

la  strada che sale
un albero poi una siepe
una lepre un corvo
alto più in alto una poiana
un bambino sull’orlo della scarpata
guarda una guercia in cima a un cumulo di terra
e sembra tutto disegnato
da un abile acquerellista
l’aria intorno a festa illuminata
di scintille brilla
e se
fosse tutto finto
chiedo
se tutto fosse ricostruito
nel grande set di un cineasta sconosciuto
e poi tutto fosse ripreso
con altri personaggi immessi in quella scena
per rendere visibile qualcosa di importante
il nucleo concettuale di quell’attimo
oppure la vita secondo linee a zigzag
si diverte a mostrarci i suoi cataloghi
alla moda di una video animazione
spostandosi da una parte all’altra di un palcoscenico
virtuale che ognuno ha in sé
e tratteggiando un quaderno per ciascuno di noi
la vita continua  a passare di mano in mano
quel blocco degli appunti di viaggio
facendoci così traslocare
una generazione dopo l’altra
ognuno per gli stessi luoghi
là dov’è la casa dell’amico che torna
dal campo o gli ulivi che quieti si piegano al vento
in una serie di scatole cinesi e ombre alle pareti
in cui abbiamo la sensazione che tutto sia realtà
non un sogno o un filmato
né primi né secondi piani
di ripresa  un campo lungo o corto
ma quale è la vita intorno?

un rifugio

norma bessouet

.

poesia
dalla corsa incoerente
dalla rincorsa inefficiente
dalla crudeltà di una vita amata
palesemente tiranneggiata
poesia
il luogo senza confini

*

sveglia come me insonne
la luna poggiata sulla schiena
al buio senza stelle di questa città
non ancora silente
qualcuno parla oltre la persiana ancora sollevata
qualcuno sfreccia su una motocicletta
un cane abbaia a chissà chi
io parlo tra me e me
silenziosa la luna mi risponde
nascondendosi un attimo
dietro una nuvola che passa
e
fino al mattino la guardo
aspetto che come in me
anche lei scompaia
in una macchia luminosa

*

l’albicocco che nessuno guarda
durante tutto l’anno e quasi sembra
dare fastidio a tutti con i suoi rami bassi
ora ha un buon numero di frutti
e tutti si ricordano di lui
tutti passano da questo lato della piazzetta
per rubarne in fretta in fretta
qualche dolcissima albicocca
hanno le guance arancione
incorniciate da un cielo più alto
color celeste.
.

norma bessouet

.

un fresco quasi di inizio estate
o fine primavera
è ritornato sui suoi passi la stagione
quasi volesse decantare la canicola
con qualche temporale mancato a suo tempo
di pioggia torrenziale
a volte anche di grandine
e sembra che le stagioni
abbiano qualcosa di simile alla lotteria
o a un gioco coi numeri d’azzardo
visto che vanno e vengono
in anticipo e in ritardo.

*

Non tornano mai indietro i fiumi
scompaiono piuttosto
là dove scorrevano impetuosi
a precipizio grossi gonfi d’acque
verso il mare
come schiere di combattenti
onde  di soldati contro la corrente
in guerra mai come noi
che partiamo
verso terre lontane e da quelle battaglie
non ritorniamo.

*

anche noi come gli alberi
diamo il frutto  oggi
a domani
eppure per tutti
nessuno escluso
restiamo radicati in un seme
che alla vita frutta più di ogni altro
germoglia oggi come miliardi di anni fa
nella fertilità della morte
la vita
.

norma bessouet


.

la mia vicina di casa è buddista
e sul poggiolo ha steso preghiere
al vento come desideri
sui fili del bucato i colori
svolazzano su un cielo sgombro
la loro felice poesia
e mi dico fortunata che questa
sia anche casa mia

*

Ah! l’amore
l’amore di cui mi ubriacavo
anche quando lo aspettavo
una pozione di vino dolce
brillante che produce ebrezza
a volte ti stordisce
altre ti ammazza
ah! l’amore
l’amore che non reggo più
per più di un’ora o un’ora e mezza
in questo gran parlare
di amore sperticato
smembrato
mi dà alla testa questa alcolemia amorosa
e da morosa
preferisco l’astinenza

*

sola una direzione
il percorso solo un punto cardinale
cui mirare e
non serve pensare di cambiare
o nuovamente indirizzare
la rotta non si aggiusta
quella è la traccia
l’unica via la soglia da passare
oltre il rifugio
in cui alloggiare

 

 

 

grida lamentose

kah raman

 

.

grida lamentose ci assalgono  torcono le braccia
facciate sfacciate mostrano i loro denti
e a morsi le labbra arrossiscono
del sangue di altre maschere nascoste
ombre nel calore delle febbri che il corpo vive
tra lenzuola di sudore e desiderio
morendo e rinascendo nel tronco immutato
di una parola senza guadagno
dove ci incontriamo  stranieri ancora nel medesimo caos §
mai nudi né reali
noi amati disarmati impossibili luoghi
dentro cui guardare quel diluvio di parole come cosa reale

 

sul palmo della mano

takato yamamoto

.

impressa una bocca aperta parla e parla e
sputa e ingurgita sempre se stessa
un sogno o un ossessivo transito
da qualcosa che era te-
la in me menomato della forma
espressiva cera non si cancella e
dal mio sguardo come attraverso un guado scivola
animando la mia storia in uno specchio
d’acqua si drappeggia onda dopo onda esonda
fino a raggiungere l’infanzia di se stessa in me
calata impronta senza più memoria
senza senso e verso di un viaggio
perso altrove in qualche rigagnolo
di una zona che si oscura

ci andai

.

ci andai in treno a Filadelfia
in viaggio da Washington a New York
ed ero quasi alla fine del percorso
le mie vacanze erano diventate un esercito di immagini
di suoni odori che costipavano i sensi
e faticavo a tenermi in piedi
tutto mi assaliva con una forza che non avevo sentito prima
con una prepotenza sconosciuta
un viaggio dentro di me che in tutto mi perdevo e mi ricostruivo
sgretolando la vista e i pensieri chiusi fino allora
in una gabbia fredda vanamente rigorosa
lo spazio mi spaccava la schiena si piegava la curvatura dell’occhio
nel risvolto dello sguardo
un segno d’oscuro
un finito punto di disequilibrio

con un pennello

nancy liang

.

rubo alla porpora il segno
un disegno per (s)legare gli occhi
la bocca e la gola in un solo corpo
come avvenne il primo giorno
quando l’artefice disegnò su ciascuno
gli organi e del cuore calcolò il movimento
agile e calda una fiamma dalla terra
dipingo guancia per guancia
il tuo respiro uguale senza poterlo
scordare
per un ritaglio di tempo
impreciso ti dipingo in viso
un orizzonte improprio  l’infinito tracciato di tutte le nostre impronte
l’intimo scorrere del sangue l’amore il desiderio e l’infelicità
di resistere a quel silenzio immane
profondo e lacerante da cui mai resto immune
sentendo l’imparziale fragilità
e l’ostinazione dell’anima per un corpo distante

tutto starà tra la tua fronte e lo sguardo
intorno alla bocca e ugualmente nell’orecchio
quel suono come di fruscio un adagio lento
l’assente ritocco di un futuro cancellatosi
per quelle righe di lacrime
che ha piantato il dio guardandosi commosso

 

è una formella il mio cuore

.

una lapide fragile di rapide
ripide di chine colorate
si riflette ad ogni specchio di voce
si fa eco di ogni meraviglia

gioca battendo la sua carta di velina
legge la mia vita in sacre geometrie
si perde dissipando le mie angosce
in nastri d’alghe azzurri e verdi
i suoi battiti
sono la mia unica possibilità

nascosto
smisura la mia parola colora
di sé tinge e vìola
ogni malposta sicura
imposta la mia storia
ogni mia via è sua memoria

VERSATOIO

.

una lunga vibrazione
versato io in  frammenti viola  quasi un giallo
per un titolo di storia inventato
a casaccio cerco in un deserto
inesplorato il tempo
una via di segni nascosti
sotterranee confluenze voci
in mosaici di sete in tabernacoli e taberne
dove da tempo l’io s’ istituisce
in gradini di confidenza con un sé saggiato ormai
tante volte in moli di chimiche approssimazioni
all’errore e all’essere un basto in questo circuito di lingue
risvoltati cimeli
ancore e are
araldi di follia inchiostrata per queste strade che portano lontano
sempre più lontano
per arrivare al punto
che si è

 

 

solo per la voce

.

il cuore si apre a bersaglio
il centro divarica lo spazio e passo
varco   entro nell’arco
che l’io muove
versandosi
tanto e largo da coltivare un pianto
noi disperso
figlio illegittimo
plurale pecora nera di un guasto
io moltiplicato in milioni miliardi di altri
sette
tutte pronte a guerreggiarsi o piegarsi piagate
da mefitiche paure razzie contro la vita
che ancora morde il freno
che a breve aguzzerà il suo dente
per conficcarlo in questa vi(t)a a termine
e farne liberata una via d’acqua celeste.

 

lampi a(d)destra

 

.

dentro il mio occhio
liquidi sci_
volano a cerchio
e io che cerco di guardare come e dove si propagano
io che resto impavido a guadagnare un palmo di sapienza
in quel me marittimo imbarcato in tanto oscuro lumen
illuminato me prodigo figlio prodigioso quest’occhietto abbagliato
abbacinato luminoso
che un tempo mia madre baciava
destro e sinistro
e d’estro mi cuciva  uno sguardo vivo
sull’incredibile del mondo
un corpo ellittico versato/io sul raso rasoio del cielo
che ancora si addentra in vie di memoria
e una moria di pesci  guizza nella piccola pozzanghera
una quasi cieca vastità  della grottesca
disegnata sull’uscita della grotta.