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(ap)punti dall'arte

perché non sei tu

pablo alaudell

.

l’aspetto del ricordo dove ti attendo
attento questo presente rimaneggiando un passato
vuoto
dove il  nostro tramonto tende un filo
quasi un conguaglio al congedo.

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dormono

pablo alaudell

.

dormono ancora gli animali e gli uomini
in questo recinto di sopravvissuti
tra specchi e metamorfosi
dormono sotto un cielo di alabastro
riparando il corpo in un sogno
come un legno che brucia nottetempo rinverdendo
e in quella  terra di memoria senza
orma e odore senza dolore se non come un disegno
che rapido sfuma il suo colore
resistono
al paradosso di questo consueto risveglio
che altro valico proietta nel sogno
tra riti e approdi vita e morte
uomini come bagnanti
in quell’acqua della stessa fonte
grembo terrestre di un cielo  diamante
dividendo il cibo e il verbo
il limite mai pareggiando
di quanto vago  resta
un’eco

 

 

d i l a t o

pablo alaudell

.

questa specie infelice e avida d’ombre
si nutre di terra e si aggrappa al cielo
affogando giorno e notte in un alto mare inquieto
vagabondando tra un qui e un là
mettendo limiti soltanto all’impostura
di sapere cosa ci sia dentro questa carne inferma
che  sbrana sempre e solo sé stessa e profugo amore  confina
in una dimora di oppressi
fermi imprimendo inchiostri
ci crediamo superstiti in una nozione incolta
dove salvezza
non ha nazione

 

 

realtà è

pablo alaudell

 

.

la traduzione di anomalia
che regolarmente sfoggia annuari di bestie e umanità
in una filanda di parole e capogiri
acrobatiche trasformazioni dei  corpi
mostrando nei giorni tutte le scale di riproduzione
della morte i linguaggi e con quelli le vie
per tutte le specie terrestri dove la luce scalda
fin sotto terra radica  invadendo ade e cosmo
perché questo l’orologiaio crea in una solitudine di ingranaggi
e grani di rubino confluendo tempo e spazio
di una geografia di stelle e atomi
organizzando il magazzino di questo mondo
che i principia scrive di ogni altro
come inizio dei passi dentro tutte le parti di ogni mondo
perché  superstiti i vivi e i morti galleggiano
senza segnali  sparsi bagliori e aspri  segni
che sono solo ombre portate  diffuse dalle parole
in una leggera e vaga mescolanza di  ore e umori
parabola di un’esistenza che vorrebbe resistere
al torpore cancellare i silenzi dei linguaggi
le crepe gli interstizi
in cui la voce cade tra le carni frastagliate di animali e fiori
frantumandosi nelle eco in giacimenti minerali e sabbie
di una comune attesa in cui si attesta
un’altra sconosciuta parola da filare

 

dare fuoco alla casa

adriana duque

.

bruciare la memoria il corpo di ogni parola
la lingua di ogni ora
dimenticare per filo e per segno la mappa
della città che perdemmo e di ogni altra
in cui non ci ritrovammo
potremmo oscurare dipingendoli di nero
gli argini potremmo tagliare i ponti
dissolvere i fiumi in chilometri di nebbia e sabbia
potremmo sì tutto potremmo
eppure non c’è ricordo che si perda per intero
dentro il corpo nostro

Luoghi fuori mappa

dentro di me la casa

 .

Sei anni. Vivo con i miei genitori. Di punto in bianco decidono di partire. La crisi allora come ora. Io resto, ma non a casa. Non faccio la guardia. Resto sola, in una città che non conosco, tra persone che non ho mai visto. Migro, dal paese dove sono nata, dentro una me stessa sconosciuta. E ci abito vent’anni, sola. La mattina la scuola, compagne che hanno una storia. La mia la invento, per me, per me sola, ci cammino sulle strade che disegno, sulle facce che incontro e le parole che coloro di tutto il mio silenzio. Il pomeriggio non esco mai, la sera meno che meno. Studio, leggo, leggo leggo leggo… Mi metto nel letto e sotto le coperte leggo, leggo fino a che non crollo. Il mattino presto mi sveglio mi preparo esco. Scuola casa scuola casa. Ogni tanto arriva qualcuno, resto esposta al loro sguardo. Non racconto niente, non sono una scimmia. L’unica cosa che voglio: scappare, scappare lontano, scappare a casa mia.
La notte va meglio, scappo tra le pagine dei libri che leggo. Mi lego addosso le vite e i corpi degli altri. Li accumulo mi faccio più densa, perdo la trasparenza, così mi nascondo meglio. Al buio, solo al buio mi accendo.

A volte penso alla mia morte. Non alla morte degli altri, ma alla mia ed è un pensiero che mi trascino ancora dietro, me lo porto dentro come una compagnia. Non ricordo quando non ci pensavo mai. Per lungo tempo non ho mai pensato a me bambina. Mi ero sepolta non so quante volte. Era un modo sicuro, sotto una pietra fredda, di trovare un mondo che gli altri non potevano trovare, non potevano valicare. E ho messo pietre in cerchio, ho abbattuto alberi, seccato prati, elettrificato cordoni di silenzio impenetrabile.
Ad un certo punto io stessa ero straniera in quella terra. Se mia madre mi scriveva io non la leggevo, mi nascondevano la posta. Per non soffrire, per non farmi soffrire, dicevano. Infatti non soffrivo più. Ero un ghiaccio secco. Ero il mio cimitero senza visite ai morti.

Tra i dieci e i sedici anni mi ammalavo spesso: febbre alta e mal di gola. Non potevo parlare, persino deglutire mi faceva male. Forse era perché le mettevo spine tutto attorno, come si fa in una trincea. Le parole erano il nemico, io il cecchino che le abbatteva.

Avevo una brutta faccia, non sorridevo quasi mai, scansavo le persone. Tutti mi davano fastidio. Ero un riccio chiuso in un bosco di estranei.
A scuola non andavo male solo scrivevo cose che vedevo solo io, cose che abitavano dentro di me e solo lì prendevano un corpo che gli altri non vedevano, non sentivano. Avevano mani gambe occhi braccia capelli nasi fatti di tutti i nasi e gli occhi e le braccia e i piedi e i capelli il sesso della gente che avevo incontrato nei libri. Solo con loro il mio cuore batteva.

Avevo smesso di uscire, non andavo più a giocare, non andavo ai concerti o ai cineforum. Molto meglio stare dentro la carta, la mano chiusa a impugnare la penna e con quella scavare rocce e miniere di storie, una pancia dalle migliaia di nascite, una natività per tutte le stagioni dell’anno.
E mi piaceva starmene per terra, sul tappeto, riversa a scrivere. Gli altri dicevano che mi avvelenavo la vita ma loro non potevano affatto capire. Non sapevano cosa voleva dire rincorrere un’idea, tenerla tra la testa e le mani come un cuore che batte tra le dita e tu lo senti come se proprio lo avessi intero, avessi l’intero di un te stesso segreto. Non pensare a niente, niente altro che alla terra degli incanti. Perché questo sono le parole con cui tratti la carta, la addomestichi, come un gatto o un cane da tenere con te, nel caldo di una primavera senza fine. E cantavo, dentro me cantavo, in tutte le lingue che gli altri non sapevano ed erano tutte le lingue degli alberi e delle erbe, delle campagne e delle acque, delle stelle e delle bestie. Mie, solo mie, lingue sorelle.

da  L’inventario

bruciano i giorni

ieri la casa spalancata

.

bruciano gli occhi
il nostro cammino
i giorni pesanti o sottili
i nostri vuoti
il cuore impagliato
che subito s’infiamma
l’albero di ogni origine
il verde maculato dal distacco
ogni nostro abbraccio
un laccio
reciso

annodo il mio filo

 isabelle bonte- fil de fer 

Fil de Fer - Isabel Bonte

.

Tutto cambia e non sono le promesse ad impedirlo.

Abbas Kiarostami- da Copia conforme

 

di ferro sono io
che faccio eco a me stessa
in un continuo gracidare
di pensieri in cui affogo

*

nello stagno tutto
precipita e si risalda
sabbia fine sottile
impalpabile e compatta
in limo l’acqua la governa
mai chiara è  caos della vita

*

erano le otto
e mi hai abbracciata
un attimo
così perfetto
quel sentire il sogno
inutile il risveglio
.

isabelle bonte

isabel bonte cabanes-isabelle

.

non c’era vento
tutto restava fermo
in quell’immobile  chiuso
senza tempo         il tempo

*

così breve
ogni linguaggio
mutila il dio che perseguita
nel silenzio del suo vociare
stridulo

*

era una pecora
la nuvola davanti a me
altissima   galleggiava e copriva
la luna
forse del suo lume
si nutriva

.

isabelle bonte

isabel bonte1

.

una fila di formiche
lente    mi mostrano
un foro
minuscolo
dove si rinchiudono
istantaneamente un lampo   vedo
un buco
dentro un bruco
ogni mio nero piccolissimo
in quel buio  oscuro  un punto infimo

*

la donna di fronte
ha steso un battaglione di camicie
al filo quelle forme d’uomo non si muovono
nemmeno un braccio
sollevano per afferrare così sospesi
la leggerezza di un volo

*

inquadro
un quadrato di prato
brucia la superficie
falciata dall’autunno
arido un deserto
è lì   il lupo
del tempo  in agguato
si fa tana per l’inverno

.

isabelle bonte

isabel bonte villageIle03

.

al di là
un altro giorno
al di là un’altra notte

eppure tutti
sembra che li abbia già visti
già ascoltati posseduti

vissuti
in una sola formula
mai abbastanza

preziosa.

*

corrodere
cor rodere
fino allo sfinimento
fino a che l’anima
o il fato
se ne esce
in un fiat
o

*

mi conosci già
io invece fatico a vedermi
non ho pazienza che basti

non ho furia per accendermi del tutto e
bruciare la sterpaglia
dietro cui sto
rannicchiata
un corpo senza bisogno di parola

.

isabelle bonte

isabelle-bonte-04

.

dopo tutti gli omissis
dopo i riti
ciò che so
che devo fare
è rimuovere i pesi
lasciare che il vento pascoli
brucando tutte le mie erbe

amare

le parole

*

ti dimenavi
eri una tarantola indemoniata
cercavi di afferrare l’on-
da chissà quale punto della terra
non ti prendeva
quel cellulare
ti ingabbiva

*

un libro di poesie
un albero che si sfoglia
un respiro
un soffio di vento
io
un attimo
uno soltanto

 

da Luoghi dell’inverno- L’artificio della solitudine

.

isabelle bonte

isabel bonte Screen shot 2013-07-08 at 9.06.34 AM

accanto a casa nostra

case della memoria

.

ogni mattina il profumo degli ippocastani
superava ogni barriera per entrare denso
dentro le nostre stanze
si piantava al centro delle nostre giornate
per tutta la durata della fioritura
non c’era un oltre la finestra
ma tutta la casa apparteneva a quel profumo
dolce di caramella sorvegliava in noi non tanto la nostra crescita
ma l’infanzia che a poco a poco svaniva
e lui il suo colore roseo il suo profumo fresco
lo accudiva e persistente la memoria
trovava il suo compagno di stanza un’amicizia  quotidiana
che sapeva di poesia e forse è quel profumo
che ha distillato in me l’anima
e questa grafia la grafite con cui disegno i miei pensieri
che altro non sono che il contemporaneo ridisegno
di tutto quanto è accaduto già ieri

 

di notte

frammenti di viaggio- provenza

.

spesso ormai la notte
mi alzo nella casa
sola
una bacheca d’ossa
io e lei la stessa architettura
vuota
una volta silenziosa dissepolta
e i muri  pagine
biancori dentro la mia fronte
la sua  fonte la mia sfrontata memoria
ogni mia  parola una traccia grigia
un tocco sulla porta
qualcosa che si  addensa all’angolo della veranda
un vapore acqueo o un fiato disperso
lenta una dolcezza che voleva svanire
e si è incollata
come un cristallo a un  grano di sabbia
si è fatta tonaca     di calce una lettura abbandonata
un nome mai più pensato e pronunciato
per ricomporre una forma o una figura
dentro la mia notte un cielo nella bocca
qualcosa di caldo
dentro il palmo il lievitare
di un pane spezzato

 

 

 

 

e ancora ancora

nel giardino un labirinto di voci

.

dire
dire dire per non dire niente
indire convegni di parole
per mai pronunciare che cosa  tengo
in me per non dire mai che cosa
guardandomi attorno leggo
come uno spartito di sparizioni
che il cielo  trattiene nel suo invisibile velo
ancora un poco
ancora in attesa di una nostra nuova
lettura di quella pagina mai ascoltata
nebulosa fatta di un fumo
densa come la pietra
e nostra rapinosa gola
dove la parola passa
imperiosa
passa strappandoci di dosso
qualsiasi cosa sia nostra anima
e il vento rapina persino la traccia
stacca l’affresco dal muro del nostro inutile pianto
in fuga  in fuga
in fuga dentro l’orizzonte
ogni voce ogni labile ultima memoria
un frantumarsi di vetri

 

 

restare alla luce dell’ombra

chiharu shiota

 

.

e chiara
sentire la sovrapposizione
dei
corpi
che vagano
alla ricerca di una forma
come una veste l’aurora
scrive l’aria dei nostri respiri
e la notte coagula
l’attesa occultata nelle vene
grotte di antenate    madri
tutte le nascite nei segni
in un pugno aperto di cielo il varco
dove tutto è angolo e spigolo
viva pomice
che consuma i fili
a cui ancora un poco
si resta
pesi

senza afferrare nulla

chiharo shiota- the locked room

.

senza incidere
cedersi senza avvedersene
sacrificando universi mai visti
scontornando un piccolo vuoto
invadere il silenzio proficuo
e
scivolare
senza essere presenti
ad altro inizio
nel fondo di uno sguardo
mai nostro

a sostegno

chiharu shiota

 

 

solo parole
reti
c h i o d i
di chi non vedi i respiri
i sogni

parole
che non lasciano altri segni
sono una pesca a strascico
che strappa i fondali
dove ancora vive
l’ultima veste
la bocca silenziosa
chiusa e fiume
della vita

abbandonarsi

chiharu shiota- a long day

 

 

al respiro delle cose
che come noi spariranno
eppure stanno ferme
come alberi dai rami mozzati
anche noi tronchi
dal primo giorno in cui vedemmo questa luce
e il falso del commiato
le nostre ombre in tutto quanto
è il medesimo corpo
una fiamma che brucia
oltre ogni nostra parola
lingua spergiura di una realtà sconosciuta
pietra viva che graffia la gola

 

 

 

 

 

 

perché tu bruci

dar darma-riad

.

e ardi in me il tuo freddo labirinto
cosmico un frastuono di silenzi l’atomo
del mio starmene qui
in attesa una scrittura a mezz’aria
tra il tuo buio e il sangue che ci lega
teatro di un unico giorno
a ridosso di una scena antica
per poi chiudere il libro
di un isolamento continuo
in questo vuoto parlatoio umano
in cui vibra intero un mondo
lontano
dal primo all’ultimo
ogni tassello del percorso fattosi lingua
un corpo solitario
dove i segni e le forme sono l’eco
di quel corpo versato
per pause e ritmi per toni e timbri
per ombre e assenza per mancanza e follia
una inviolata fisionomia disarticolata una voce
che si pronuncia in sé e
come china dura una parola chiara
come chiave apre la porta di quanto intangibile restava
dentro la volta di una occipitale cerimonia
largo un letargo dentro un solco il tratturo di un monologo
lo stesso fuoco che bruciò il suo occhio
dentro il serraglio che è testo e
rinomina l’ ignoto

 

anche noi

 

.

come le vecchie trincee
sepolti dalla neve  fresca
abbondante è caduta su quanto credevamo
perenne
durevole
ha cancellato i tracciati
i sentieri
i giardini
le grandi vie di percorrenza
ha coperto i segni
delle avventure di chi caccia
ma
proprio lì sotto
come sepolti ma vivi
i semi dei miei ricordi
stanno in attesa di altre primavere

 

così

quando si sveglia il prato

.

così si muore
mi avevi detto
bisbigliando e quasi non ti avevo sentito
perché forse ci sono parole
che è meglio
non saper afferrare

poi tempo passò
molto tempo scrisse dentro le giornate
e io non mi nascosi
rimasi esposta a tutto quello scorrermi
ora che ho molti capelli bianchi
come tuberi pianto le vecchie parole
sfasciandole del secco vestimento
rosso che depongo come carte scritte nel secchio
per altre primavere
perché ad altri ripeteremo
le parole che credevamo nostre
solo nostre ma è bastato un soffio d’aria più tenera
un raggio di luce che le sveglia e
come grappoli di viole o primule
hanno aperto anche in noi un prato
salvato dal bianco incolume dell’inverno

 

 

 

 

 

 

 

era il cielo

anna aden

 

ogni volta era il cielo
a misurare il mio orecchio
l’ascolto profondo
pioggia e vento non come  parola
ma sguinzagliato un drago che salta sulle grondaie
con impeto rovescia le tegole
spara i suoi proiettili furiosi
sullo zinco delle inferriate
e solleva in aria nuvole di fumo
una squadra di scimmie che  ribaltano all’impazzata
i balconi rompe i vetri con rami strappati dagli alberi
enorme una sequenza d’acqua come cascata
che a fiumi straripa dai bacili e dalle botti
che suonano come i botti a capodanno
acqua furiosa su altra acqua dilagante
che sferza la faccia e spazza via ogni cosa
lasciando le case come isole in mezzo al fango
un ministero che impugna vita e morte
unico mistero dentro cui sta anche il mio nome

 

in quale segno

christian boltanski – départ-arrivée’

.

vincerò di nuovo?
dove ti sei nascosto e in quale gesto mai compiuto
hai disperso il senso di ogni cosa?
e dove dimmi
dimmi dove
anch’io tra le cose di questo universo
mi sono perso
solo tra le parabole di parole
invisibili prole di luoghi occhi senza luce
e conio di volubili ali senza volo e senza cielo
cosa testimonio in un fiato
nell’oro di un verbo da coniugare
che non congiunge me alla terra
commiato e assenza
perdita del segno che m’insegna
la pista in ogni traiettoria
e lancio di un laccio d’inchiostro
segno amorfo corpo vano tentativo
di una inappellabile memoria
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