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(ap)punti dall'arte

stesa in terra

catrin welz stein



.
scivolo ripida in profondità d’ombra
oscura e imperfetta  mi confondo precisa
nella radice di una crepa e
cieco il mio sguardo raggiunge quell’ignoto
del corpo  nel tuo entratomi dentro
acqua che canta scovando i miei sé di polvere
in greti senza tempo o confine
aria che ancora i tuoi fiori  germoglia
in un sole di lino

 

Annunci

così aride

marta orlowska

.

le nostre giornate
terra silenziosa di notti ripetutamente perdute
immenso immerso in un tetro inchiostro
che il vento trafigge di scorie

la conchiglia che ho raccolto
posata sul piano del tavolo ha sommerso il foglio
un mare di plastica che non canta
il cuore  profondo
il mio nostro cuore
riempitosi di frastuono
non ha pesci d’argento
il suo piccolo labirinto aureo
solo un’ombra     gigantesca
densa
mostra il ventre della balena guasta
il suo sangue versa in terra
in scisti e petroli fetidi
attorno all’ultimo
minuscolo candore
poche
le nostre pochissime ore

 

avanti

louis treserras

.

 

avanti avanti
ripeteva
avanti
fatti avanti
non vedi che riesco a malapena
a reggermi
lei era ferma
sulla porta la guardava
ferma
come una statua
leggera batteva il piede
come fosse una musica
lei a ripeterle
vieni avanti
fatti avanti
che aspetti a prendermi
lei ferma
nemmeno la guardava
pareva nemmeno sentisse
quella sua voce o forse
non aveva detto proprio niente
sulla porta
in terra
solo una veste trasparente
una forma evanescente
un calore
ma niente altro era visibile

era stato un sogno?
e quando lo avrebbe visto
quel corpo
quel piede che batteva leggero
dove
come poteva essere accaduto
perché non aveva che un ricordo
il ricordo di un attimo su un precipizio
senza spazio la memoria la toglieva da quella soglia

era passata
e non se ne era accorta

un’esplosione

rock carvings of tanum or tanumshede- scandinavian bronze age

.

uno scoppio
in un botto ha deflagrato
nell’aria una scossa improvvisa
fino alla porta
fino alla mia forma
mossa l’ombra
in terra sradicata l’attesa
la senti
quando arriva la guerra
non aspetta

inutile

rock carvings of tanum or tanumshede- scandinavian bronze age

.

inutile
in utile
questa giornata
senza pace
assecondata da una guerra illuminata
da colpi di un mortaio
che  ha ancora lo stesso nome
uomo un  cannone
che esplode lo stesso imbroglio
in un confine  senza titolo
trito lo sguardo
non stritola mai il falso annuncio
senza volo senza colomba la pace
ingoiata da una parola senza corona e senza vittoria

ancora se

f.f.- decorazioni parietali

.

se avessimo inchiostri come quelli con cui natura prepara le stagioni
se ogni linfa tra radici e foglie scrivesse in ogni nostro gesto
la vita
sarebbe incessante questa muta e unico il corpo che ci abita e nutre e veste
anche noi saremmo finalmente eden

con l’alba

f.f.- dettaglio pittura parietale

 

.

con l’alba pensavo di tornare
volevo vederti ancora
volevo sentire la tua voce
come impronta nella mia
e mi mettevo in viaggio
raggiungevo il profilo del tuo viso
fino quasi a sfiorarlo
poi un rumore qualcosa
mi chamava oltre una finestra
e voltandomi
ti perdevo ancora una volta

a volte i dettagli di un racconto

peter kogler


 

.

sono tanti  così tanti che chi legge non vede
perdendosi tra le parole
nemmeno le cose importanti
quella volta per esempio
era lunedì di fine settembre
era caldo dopo una continua pioggia insolente
che aveva allagato giardini e strade
spazzando chissà dove tettoie vasi seggiole e molti altri oggetti
l’aria sembrava elettrica ma profumava la terra di erba falciata
soffiava un vento plastico che tutto ad arte ridisegnava il paesaggio
la strada della collina serpeggiava
tra i primi vividi colore la stagione autunnale
appena iniziata sembrava già nota
per qualche oscuro mistero qualche segno arcaico
disegnato nel segreto
che abita nel profondo di noi e fa in modo che le cose
non ci siano completamente estranee ma semplicemente lontane
quel tanto che basta per farcele riconoscerle in ogni nuova distanza
in ogni dettaglio che affiora da quell’insieme di pezzature di stoffa
in cui ammiri la valle e l’intricato groviglio di vie e case dove niente è
facilmente districabile e  da qualche parte
inspiegabilmente porta a qualcuno
che in quel momento osserva dentro il silenzio
quel magnifico ingombro dove anche le voci sembrano disegnate
per non lasciare niente  abbandonato
in quell’involucro fantastico  uno speciale giocattolo
che si muove dentro i nostri occhi e percepiamo
con tutto il nostro corpo forse perché è proprio questo
il fatto che sfugge è che quella macchina di scena fantastica
è proprio lei nella sua interezza traboccante
il nostro corpo da scoprire attimo per attimo

 

 

le ultime notizie

norma bessouet 

 

.

non riguardano mai la mia
vita  è un lume sul mistero
che sempre mi  pervade
perciò di me non resta che il fuori
quel corpo esteriore
che via via decade cedendo persino quanto al suo interno
è riva di memoria
anche lì la sabbia frana
e più gli incantamenti e i trasalimenti
sono gli ospiti   inattese brezze
da una marina abitata da sirene
e i tanti nefasti grigiori che cancellano gli incanti
e in tetri pomeridiani inferni traducono i miei tanti malumori
perché deprimenti e deprivanti di emozioni  ormai fiorenti
solo tra avverbi
e soli di solstizi sostantivi
di cui mi nutro in perfetta solitudine

lettere pochissime
se non di alcune gioie di un altro tempo
forse a sigillo in me
una sete di silenzi avidi e aridi
ha deposto questa vita e prosciugato il mare
lasciando una dolente tundra di senape
e blasfemie di denso lichene
tra gli arti e i pensieri
cancellando in più parti l’orizzonte
staccando monete di albori in terre impraticatibili ancora oggi
propizio quasi è il morbo che mi allena
alla dimenticanza vado
per erranza là dove la carne si sfibra  in isole di echi
algie blasfemie piccole tormente di luce che brucia gli occhi
lasciando  lieve impercettibile una traccia di una nuova antichissima casa
una dimora che ancora non gela la carne e l’aria ancora non rarefatta
respira i miei spiluccati grappoli  di infinito tra ragione e sogno il tramonto
è il corpo per cui sento la palude e le poche uova
di una scrittura che resta  palafitta
nel magma di un pensiero oscuro
l’ombra che mai consuma la parola
per farne realtà di un’unica lingua salvifica

vorrei che tutto si fermasse

cristina finotto

.

per un tempo  che ha misura di neve
che  questi giorni crollassero abbondanti
cancellando i sentieri della speculazione
da cui nascono i semi della guerra
non i sentieri dei pastori
e si fanno frutti di sperpero mentre impollina diseguaglianza
la polvere del suo carbone
e trincee di una falsa ricchezza
che ingrassa i cacciatori di taglie
vorrei che tutto si fermasse sotto un pesante cappotto di neve
dove rinascano più vivi di ogni ieri
memorie commestibili e luoghi abitabili
per tutti

questo disordine

esma sürücü

.

nell’aria queste polveri che imbrattano i corpi
delle case e i nostri
persi  nel tempo di catalogazioni
mentre invisibili  svolgiamo noi stessi
in un passato di ricordi

mentre faccio le orecchie al libro che leggo
ascolto qualcosa farsi largo non frasi ma
una frequenza attesa stesa nel silenzio di questa mattina
di sole tutte le finestre chiuse io che m’incanto a guardare fuori
questo bazar di rose sul terrazzo tra erbe aromatiche e fiori rubati
al bosco   lungo un torrente di nuvole chiare come gli occhi di mio figlio
una  pelle nuova sulle mie scapole che accelera un moto lontano
uno scroscio dentro la eco che cade copiosa
irraggiata dalla memoria una cascata gioiosa
che mi veste di fragranza m’investe di una freschezza fragorosa
ora mentre nel gesto di chiudere il testo
ne apro un’altro oscuro a chi mi guarda e non vede
il mondo in cui per un tratto senza tempo mi smemoro

 

vertebre di follia

gabriel pacheco

 

 

su questo si regge l’uomo
la spina della vita che in lui smuove
ogni cellula per farne attrezzo
di pensiero linguaggio
e  ogni oscuro dentro di noi scava
la terra su cui camminiamo il piede sconnette
la mano il gesto che interroga e afferrare vorrebbe
se stesso e l’altro la distanza e la penetrazione di una misura
che non è mai pratica
traendone casa in uno spazio dove alloggia il guardiano
tempo del nostro starcene all’aperto in questo congresso
di azzardi e sogni e desideri e disegni in cui l’esercizio
è sempre praticare la stessa acrobazia
vivere
senza sapere niente di ogni cosa
e solo gettando avanti a noi schegge di follia
proviamo a muoverci in tutto quando radica
nel nostro corpo evadendone la cella di reclusione
ramificando ovunque l’azzardo dello stare in bilico
sulla linea di demarcazione razione di ragione
che sconfina e sfuma senza mostrarci il dove
ma solo un come che non si può tradurre se non per balzi sbalzandoci di sella
aprendo quel palazzo dove  abita pazzia
senza rete e connessione solo con quell’area interamente d’ombra
che spazza via misericordia e compassione e guarda
dritto dentro l’occhio il chiodo che ci crocifigge

 

 

 

non si guarisce mai

james r. eads

.

l’anima resta in silenzio nello spazio d’ombra
che ha raccolto per ogni attimo
per ogni tormento per ogni paura
margini ha costruito nella nostra labile sostanza
un altro tempo una casa spoglia
vasta intima e questa inconsistenza
questa fragilità oppone alla durezza e alla violenza
di un mondo immerso nell’oscurità che ci abbaglia
disumana e arida di materia ruvida impietrita
nel guasto di chi non ha dubbi e domande da porsi
non ha finestre spalancate sul fuori sull’altro che ci è stagione e passo
sull’immane giardino del silenzio
dove abita la follia che ci ospita tutti
compagna anarchica che non abbiamo ascoltato
mentre liberi guardavamo l’universo
tutto segnato nel profilo curvo nell’orizzonte della nostra fronte
e senza maschera mostrava intera la nostra sostanza o la finzione e la distanza
dietro cui ci nascondiamo a noi stessi e agli altri
oscura e pericolosa la notte dell’anima
profonda  la sua sconfinata ombra resta
la percezione certa dell’imprevedibile che ci abita
l’infinità della nostra vertigine

una vertigine cosmica

james r. eads

.

smarrita dentro una voragine sconosciuta
lo sprofondo dove l’uomo non guarda non si guarda né si guada
sconfinando in se stesso
preferisce altre modeste province
l’uomo di natura è un fatto e un niente rispetto al tutto
dell’infinito un messaggio legato
con il laccio del nulla un quanto
largo che smarrisce il suo sguardo
nello specchio dove l’anima mai vista  si rivolta
e interiore riflette il suo mistero spingendosi randagia
tra misure a cui ci disabitua tra ragione e regione
del calcolo cola sgomento e meraviglia
ebbrezza senza fine a cui ci si aggrappa come un peso nell’orbita
finché sconosciuta la sua traccia cerca qua e là lasciando segni
tra i sensi sperduti in geometrie del paradosso
percependosi nulla nei riguardi del tutto e  tutto nei riguardi del nulla
così che nel doppio lancinante di una intuizione che lampeggia un tuono temporale
si apre un varco là dove l’infinito si curva fino alla nostra statura e in quell’enormità
vuoto e assenza ci compiono in una cifra senza numero

 

vastità del mare

gabriel pacheco

.

nostra unica casa in cui vaga ognuno di noi cerca
la sua forma e sospinti
da un estremo all’altro e incerti tra i flutti
anche noi senza alcun termine
su cui fissare l’orma
mentre l’ormeggio del viaggio
sempre ci sottrae scorrendo lungo ogni via
in un’eterna fuga così che niente di quanto siamo o cerchiamo si ferma
niente si dichiara nostro se non questo stato
così naturale di mutare e migrare
che tanto ci ostiniamo a combattere
perché contrario sembra alla nostra più intima inclinazione
fermarci in una stanza bruciare il desiderio trovare
un assetto stabile e una base certa
dove sollevarci senza paura al cielo che ci sovrasta
e all’infinito guardare come fondamento mentre
dentro i nostri piedi questo piccolo ormeggio s’incrina
e negli occhi il buio di profondità senza fine ci chiama

se piove

.

 

oggi come quando ero bambina
di notte tengo aperta la finestra o la porta
della stanza dove dormo
se piove di giorno esco e sto per lungo tempo
in ascolto    annuso l’aria intorno
perché in quel suo corpo invisibile
c’è l’universo che ha attraversato
le terre che ha percorso
per cui se faccio attenzione ci sento il bosco o il mare
la neve il gelo non si può non amarne ogni suo fragile attimo
perché tutto è istante
anche se spesso ormai tutto si è fatto  violento
la vita come la morte il tempo
hanno una carica dirompente di forza ed energia
scaricata su di noi come nei luoghi quasi come una divinità antica
dall’interiorità terrifica
che vuole abbattere i nostri piccoli mondi
perché questo siamo ancora oggi     piccoli
uomini e donne sguarniti di terra al loro interno
che hanno confuso se stessi con le macchine
la gioia di stare  vicino a qualcuno o qualcosa
con il desiderio di possederne la  forma materiale
fosse anche un corpo di qualcosa che corpo non è
e le stagioni non illuminano il suo viso
non raccontano il suo paesaggio
non c’è fascino che con l’età si rinnova e
si mostra diverso da quel prima che ormai tutti rincorrono
per rintanarsi in un finto finito corpo giovane
mentre il gelo di un inverno senza coraggio
sfuma i suoi colori in una nebbia brumosa
in un appassito sguardo

quando voglio


 

.

e senza problema posso portare indietro il tempo
quando voglio posso lanciarlo avanti a me oltre i miei passi
e se lo scrivo ne costruisco le strade i vicoli i sentieri
ne traccio profili aerei
sono là dove voglio essere
senza che un tic o un toc
mi tocchi sulla spalla per dirmi che ora è

casa è questa possibilità di mettere ogni istante in relazione
con il sé che abita dovunque terra cielo mare o stella
è quell’immensa galassia che espande
un pandemonio di luce nella candela che sono
una floricultura di astri che in giardino brillano
persino in questo inverno la mia sera.

le stelle dentro di noi

gabriel pacheco

 

.

riposano     finalmente
finiscono gli assalti della luce
solo le pietre ridono il loro sfrigolio
di marmo ognuno si fa verità senza mai dire
dove finisce il vivere e cosa altro sia morire
se non un cambio      d’abito
che non ha indirizzo e via via
in qualche scambio del binario
si sveste d’infinito e casa si fa
viva di un’altra equivalenza ma
è sempre un’altra
un’altra vita
un’altra dentro la stessa
ancora una volta

 

s’impara s’impara

amelia dashwood


 

.

poi in un attimo si disimpara
tutto ieri si perde e a niente serve
in quel domani che non ha tempo e lo spazio
si addensa in una buca di oscurità
imparerò forse il gocciolio disobbediente della pioggia
nella mia cenere o forse sentirò leggero il solletico
dei grandi edificatori sotterranei
i tranvieri di quella scura notte nelle radici dei miei tendini
per ora perdo forza mi indebolisco
poco per volta la vita mi disfa
mi mette sotto un lento sequestro
non l’ha detto ma non le servo
se non per fare humus lasciare anch’io il mio sogno
in qualche posto non visto per un lavoro che senza fine è il suo.

mi è venuta la fissa

f.f.- per andare a casa


 

.

di una fotografia per il dopo
per quando non ci sarò a guardarla
una foto come quella di mia madre
al cimitero che ride  ogni volta che la vado a trovare
anche io desidero una immagine come quella
vorrei una foto dove rido anche senza pensare
che la vita non scherza vorrei indossare un vestito
leggero come un’eterna festa
e le rughe che mi popolano il viso
sulle guance siano luce non la traccia
del mio inchiostro scuro
qualsiasi saggezza si incorpori si fa aria
dentro la foresta degli ultimi respiri
ciò che si è imparato svola
senza lasciare che una pietra
dura quanto un vuoto di memoria