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(ap)punti dall'arte

Tag: fernanda ferraresso

domani come oggi

isoleri cristiana-labirinto interrotto-acquaforte acquatinta

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Finire dentro un silenzio tondo
nella cova di un nido
finire dimenticando il volo le ali
lasciare che il niente pettini
le piume e sostare senza fretta
alla porta che non si conosce
nessun sussurro nessuna preghiera
nel silenzio tondo la nescienza
dell’essere stati del non essere più
vita che voli ad ali tese sulla corrente
d’aria –Jonathan che vai in stallo
a precipizio e poi riprendi fiato-
perché questo ricordo è entrato
nel silenzio e ha portato un respiro
nel tondo che ora si contorce
per uscire da sé – per altra forma?

.

Non ho più un buon equilibrio
lucido corrimani in salita e in discesa
e non salvo con nome in qualche file
dentro la pancia piatta del computer
scrivo quasi domassi il mondo
ma i pochi leggeranno parole smunte
di pallido inchiostro su carta bianca
che si perde anche il gesto della mano
che a fatica nuota fino al margine
cari saluti distintamente sua
un abbraccio e hasta la vita siempre
mi vedesse qualcuno lo sguardo
contratto su palpebre abbassate
che troppa luce abbaglia e duole.

Narda Fattori- La forma del finire

 

 

.

 

inizierò a
disegnare sui muri
e poi con i gomiti spingerò e mi farò largo in questo vuoto che pesa
con gesti folli percorrerò
la strada come fosse  tutte le strade
della terra  gridando che ne sono l’assenza
non il padrone e camminando
sulla riva del mare dividerò l’orizzonte
l’aria che sta intorno e dentro
porterà gli spazi di altri mondi in me e in te
dove sono stata in tempi lontanissimi e presenti
e attraverso il filo che porto mi ricuciono al mondo
tra parentele domestiche e specchi che mostrano
la mia faccia mutevole in ogni altro

f.f.  a Narda Fattori- 11 gennaio 2017

Poesie e intervista presenti in versante ripido: concorso poetico “COMUNItariSMO – pensare è oltrepassare”, a cura di Paolo Polvani.

ansel adams- l’albero piegato dal vento

ansel-easton-adams-albero

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Ai primi tre classificati del concorso “COMUNItariSMO – pensare è oltrepassare” dedichiamo uno spazio personale in cui rispondere ad alcune domande per i nostri lettori e in cui proporci alcune loro poesie. La terza classificata è Fernanda Ferraresso.

 

Com’è nata la tua poesia A Lesbo?

Lesbo nasce dalla situazione in cui l’isola, famosa per altre memorie, è stata la pagina scritta con le vite dei migranti, arrivati là con sbarchi susseguitisi numerosi e con la produzione di esiti assolutamente tristissimi. E questo sia per una terra che viene riconosciuta come l’origine della nostra, sia perché noi tutti, oltre a parolare non abbiamo fatto nulla per tutto quanto continuaa ad accadere ed è la cancellazione del sentire, del vivere insieme, su questa terra magnifica ma fattasi piccolissima sotto i piedi di certuni che da nessuna parte possono appoggiare le loro esistenze. Ultimamente mi sembra che la parola non abbia nessun altro scopo che contenere il nostro vuoto umano, sociale, culturale, ideologico. Per questo Lesbo assume la configurazione del corpo femminile e dalle sue labbra nascono queste mostruosità.Mostruosità che hanno indosso un colore anch’esso magnifico, il giallo del tuorlo, del sole, della luce, delle stelle come le disegnano i bambini ma che si rattrappisce, rinsecchisce in quella stella gialla che ha illuminato i lager, a cui anche i contemporanei alla fine si ispirano. Chiunque precluda la libertà di un altro e con la forza gli impedisca di muoversi sul pianeta credo riporti tutta l’umanità in quella oscurità che è l’origine della carneficina che vediamo in Siria in Palestina, in Messico, in Turchia,in molti paesi dell’Africa, dell’America latina, ma molti altri sono nella stessa situazione, sotto il mirino di una volontà di potenza totalitaria che non nutre nessun senso di alleanza umana, che non ha rispetto che per il dio che si sente d’incarnare con diritto di vita e di morte su tutti. Follie: antiche e contemporanee. Le medesime.

L’Europa, o forse l’intero mondo occidentale, è diventato un “luogo senza anima e sogno”, come recita un verso della tua poesia. Cosa possiamo fare per per restituire un’anima al mondo? per restituire un sogno?

Pesa moltissimo sapere che il genere umano così sottile nel disquisire dell’anima, del pensiero, della costituzione dell’universo, che elabora raffinatissimi testi di ogni genere speculativo poi si abbrutisca così come vediamo ormai dovunque. Tutto si compra e si vende, tutto è cosa. Non c’è volontà di scoprire chi siamo,chi ognuno è e ha in se stesso, quell’immenso che ospitiamo, quel dna dell’origine. Il successo, qualsiasi successo, grande piccolo, in qualsiasi settore è l’obiettivo primario e ultimo mentre da qualsiasi scalino ci mettiamo ad osservare non vediamo nemmeno che la capacità di reggerci è dei nostri piedi, e il nostro corpo, mantenuto in piedi dalla forza più piccola che esiste nell’universo ed è un mezzo ma non è il solo per muovere verso noi stessi, da qualunque posizione si parta senza svantaggio legato alla ragione sociale e al censo.Non so se siamo rimbambiti o se siamo diventati intellettualmente atrofici. Personalmente non mi valuto nulla, ho sempre avuto poca considerazione di me e continuo a pensarlo. Non ho cure per nessuno:dopo secoli che l’uomo dice di progredire vedo che siamo allo stesso punto e questo lo confermano gli annuali di storia e non c’è arte, bellezza, poesia, cultura, ideologia o religione che sia riuscita a fare nulla.Tutto conduce al medesimo scontro tra belligeranti. No, non credo che nulla porterà ad un cambiamento, l’uomo va incontro alla sua distruzione e sarà cosi per ogni tempo egli viva nel futuro come già ha vissuto nel passato. Eppure quanto sento di amare la vita!

La poesia in effetti s’impegna parecchio, molti autori ne fanno oggetto di versi, letture, iniziative. Credi che ne sortirà un effetto?

La poesia? La poesia è così lieve e la vedo come un’ala che sa di fratturarsi eppure insiste fino a sbriciolarsi fino a fare delle proprie piume un campo bianco, di neve. Forse è a questo che dovremmo mirare, alla lezione della neve.

Paolo Polvani

sebastian maulucci- la terra e il vento

sfondi-paesaggi-bianco-e-nero-desktop-mare-in-tempesta

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a lesbo si sono aperti i lembi
nelle reti metalliche a brandelli
la pelle di bambini donne uomini
passati attraverso la notte
in quest’oscuro pestaggio dei corpi
le guardie di un luogo
senza anima e sogno
con le unghie rubavano
a noi la scorza di un lager
di fame e di stelle
profonde nel giallo cucito negli occhi
la stessa stella decifrata dall’odio
dio della guerra
una la medesima su tutta la terra

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igor cibulsky-fuori

igor-cibulsky

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fuori

dietro il vetro la sera che sale
è solo un richiamo in cerca di qualcuno
in ascolto
anche il vento che fischia
fortissimo e
a me sembra
che chiami proprio il mio nome
poi due tortore forse in amore
che dicono cuore cuore cuore
che ascolto solo io
in un continuo fragore di auto
lungo la via principale
che rade i muri delle case
e lascia graffiti di nero smog
nessuno cammina
tra quei segni
nessuno chiama a gran voce qualcun altro
o grida forte a quel cielo un chiarissimo
ti amooooooooooooooooo
in quel cielo così carico di nuvole
disegnate con l’arco e le frecce
con le righe sbeccate e grandi curvilinee
sporchi di china e carboncino
c’è un cielo cancellato che nessuno guarda più
lo hanno tutti nel computer
fatto di pixel e la gomma che ripassa lungo i bordi
è un cielo di gesso elaborato in photoshop
tutto pulito anche quando sembra infausto
con richiami stagionali di colori e telai di neve
ma non ha più quel cielo
soffi di sabbia portata da lontano e soffioni dei pioppi
profumi essenziali o pestilenziali prigioni di odori
è un cielo sempre morbido anche quando
è ruvido di freddo
irto di aculei fatto di ghiaccio delle tante morti sempre ai confini
non è più un cielo arcuato che scende fino alle radici
mie nostre del fiume e del prato

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eva aulmann-tra noi

eva-aulmann-2015-laserpe

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noi paroliamo
eco nomie di illusionismi
e disfiamo noi stessi nel raccontarci
storie filati di zuccheri sugli spini
tra man diamo
cose che non sono
i giorni vissuti
per esteso c’è
sempre
una mezza bugia e
una falsa verità
un buio
dove nascondere
quell’io marchiato
da un’ombra
quell’in-
cavo di un buco
dove mettere le nostre defezioni
le finzioni le nostre infettive paure
e le metamorfosi
che ci hanno trasformati
tutti
in questi vuoti
saturi
insipienti
adulti

Fernanda Ferraresso- inediti

 

 

CASE DI PIETRA, DI FUOCO E PASSI LONTANI: sulla poesia di Fernanda Ferraresso in “ In pochi attimi di vento”- Recensione di Paolo Gera

cristina finotto

cristina-finotto-ca-neb-bn

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Ogni raccolta di poesie si distingue per un ritmo metronomico, uno scandire iniziale di suono e silenzio che sarà il respiro costante di una singola poesia, del suo intreccio con altre, del loro sviluppo complessivo.

Il ritmo metronomico di “ In pochi attimi di vento”  è il battito del cuore, le sistole, le diastole, la sospensione, l’impulso, le accelerazioni dell’ansia, il tornare tranquillo di una pace precaria, in una parola, tutta l’umana sensibilità (p.7). “Dove vai cuore mio/ in quale parte della notte hai perso/  i tuoi battiti più felici…” scrive Fernanda Ferraresso e nella chiusa di questo primo componimento ancora ritorna il suono primordiale della vita e viene esplicitato il motivo principale della scrittura poetica: “ battere la mia aorta/ cucendo con un filo rosso/ l’istante all’infinito”. Lo scrivere del poeta  è realmente, sospendendo l’altro tempo, quello quotidiano, un lavoro di tessitura tra la dimensione dell’attimo e il mare senza fine dell’eternità. Il riferimento più eclatante, quello che ognuno conosce sin dai banchi di scuola è Leopardi: “io quello infinito silenzio/ a questa voce vo comparando”. Un altro elemento significativo lega queste poesie a Leopardi e poi a Emily Dickinson ed è, di fronte alla vastità senza scampo dello spazio e del tempo, la ricerca di un contenitore più ridotto che è la propria casa, ora sentita come rifugio ed ora come ostacolo.  E’ il “paterno ostello “ del giovane Giacomo, è la casa di Amherst dove Emily biancovestita passa quasi senza uscirne gli ultimi venticinque anni della propria esistenza. Ma anche la casa non può tenersi immune alla forza del tempo ed ecco il motivo della dimora che è stata accogliente ed ora non lo è più, il rudere , simulacro della civiltà in cui piano piano si infiltra la natura (p.8):”ci sono ritornata questa volta/ l’ho vista dall’argine/ormai mangiata dalla boscaglia /le si è ispessita intorno e dentro”. Ma la tematica della casa  articola un altro movimento rilevante per queste poesie, ovvero il continuo procedere dal micro al macrocosmo (p.9)
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“(…)una forza di gravitazione colossale
una bestia magnifica sepolta nella sua fiamma
che impianta la luce nelle stelle e
le galassie ritorce in un filo
dietro la sua lente mostra uno spettacolo dove l’ignoto
manifesta il mistero l’immenso buco nel nero del suo volto
del suo volo composto dove stanno intrappolati
in orbita miriadi di astri condannati a fondersi
in quel ventre ignoto come nel ventriglio
di un immenso uccello o di uno stormo
che del buio tiene il colmo di una casa senza tetto.”
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cristina finotto

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Mirabile è l’accostamento tra l’immenso calderone infuocato dell’universo e il ventriglio dell’uccello , tra l’immaginazione che si spinge verso l’oltre e poi ritorna ai dati empirici conosciuti, quotidiani, ciclici.

Le ascendenze sono indubbiamente alte e formano una parabola ampia che parte dai lirici greci per arrivare alle stelle pigolanti di Pascoli. Ma è Lucrezio con lo svolgersi della sua teoria epicurea a indicare il cammino e la parabola dall’immenso al microscopico, che pure rivela ad uno sguardo attento altri oceani profondissimi: “Quando al sorgere  del giorno, la natura comincia a sollevare sui monti il fulgido astro del sole dai fuochi ondeggianti (…) ma tra essi  e il sole scorrono le sterminate pianure del mare che si distendono  sotto l’immenso spazio dei cieli (…). Una pozzanghera invece, non più profonda di un dito, che stagni in mezzo alle pietre che lastricano le nostre strade, offre una vista che tanto si sprofonda sotto la terra, quanto è profondo l’abisso fra cielo e terra. Ti sembra di vedere giù in basso, nuvole e cielo, corpi prodigiosamente andati a celarsi, dal cielo sotto la terra”. ( libro IV , vv, 404-419, trad. di U.Dotti). E’ lo stupore, trattenuto da un’attitudine all’analisi descrittiva, quasi scientifica, di fronte alla gigantesca dimensione delle piccole cose, che Fernanda Ferraresso dispiegherà nella composizione dei suoi haiku.

L’altro accostamento che colpisce – sempre tenendo ferma questa andatura di ridimensionamento che ingrandisce – è quello tra l’opera dello scrittore e il mondo della natura più selvaggia, con dati che nello sviluppo della metafora  da intimi si fanno ferocemente materiali (p.13):
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“come gridava e gridava e lacerava il foglio
la cerva del mio sangue faceva scintille con le corna
contro il bianco della pagina
una steppa di memoria”
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Oppure la natura si addomestica nell’attività agreste e nel ciclo ripetuto delle stagioni e del lavoro dei campi (p.14):
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“morbido si lascia scrivere
con la punta di una lama
il verso di un’opera contadina
ripetuta mille volte
.

cristina finotto

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A questo punto il tema delle origini personali si unisce a quello dell’atavismo della scrittura poetica, si fa ‘indovinello veronese’, dove l’aratro è la penna, l’inchiostro è il riversarsi dei semi, la pagina scritta è la terra arata. Ma la rivendicazione delle proprie origini si svolge in maniera più piana e l’inquietudine personale diventa quella della propria razza, la sorgente dell’anima da cui si attinge dolorosa ispirazione, si trasforma in un pozzo del tutto reale dove chiunque sia contadino rimane attonito e incantato (p.18):

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“vengo da ieri
da un’impronta di passato
da nidi di paglia dove l’amore è fatto presente
vengo da ruderi da case lontane
da chiese di roccia fatte d’altura
vengo da pale di montagna
dipinte dai pittori sopra gli altari
vengo da borghi di pioppi e carpini neri
da gomitoli di erbe e giacinti
d’acqua vengo da specchi lisciati alla luce del sole
da argini e fossati vengo da genti senza altra pace
che un silenzio profondo attinto dal pozzo”
.

Il confronto tra la Natura primordiale e quella incarnata dalle attitudini umane è ben esplicitata da Emily Dickinson : “La crescita dell’uomo/ come la crescita della Natura/ gravita dentro,/ l’atmosfera ed il sole la confermano/ ma germina da solo./ Ciascuno il suo difficile ideale deve da sé raggiungere/ con l’eroismo solitario/ di una vita silente” (trad. di M. Guidacci),  in uno sforzo di definizione centripeta vicina alla sensibilità di Fernanda Ferraresso, che però ha bisogno nello sviluppo della sua poesia della polarità dell’altrove. Così il luogo in cui si è stanziali è anche quello in cui si avverte “il cappio al collo di troppe mattine” ( p. 15) e da cui per forza si vorrebbe partire. Con un rovesciamento totale di prospettiva Penelope diventa Odisseo (p.19):
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“così anche io
deposta la mia vecchia abitudine
come un abito da non indossare ancora
lasciati i fili del telaio
mi misi in mare e aperto il cielo
senza più trappole di tempeste nei miei piedi
e nelle braccia si misurò soli e assoli
nelle case il tempo
smonta e rimonta il viaggio”
.

cristina finotto

cristina-finotto

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Una storia della poesia potrebbe ben svilupparsi tra questi due spazi evocativi, che delimitano la pratica quotidiana dello scrivere e lo slancio dell’immaginazione. Da una parte la casa , lo spazio intimo del poeta, e dall’altra lo slancio e la fuga verso dimensioni sconosciute:  le navi glaciali di Coleridge, il “Bateau ivre” di Rimbaud, l’invito al viaggio di Baudelaire, il richiamo del volo degli uccelli.

Il viaggio di Fernanda Ferraresso è composto , nella seconda sezione della raccolta da cento inesorabili passi cadenzati su un mantello di neve appena scesa. Cento haiku. Sono squarci di poesia in cui il distacco del viaggio è sancito dall’adozione di una metrica (5-7-5) lontana nella sua fissità dalla consuetudine italiana. I temi sono quelli già rivelati nella prima parte della raccolta, ma ora levigati come selce e resi essenziali come riverberi di luce. Così il viaggio non è tanto l’andare lontano, ma il penetrare in profondità. La purezza raggiunta risulta straniante, scabra, aguzza.
Ritornano così le immagini del cuore:

10

candido rosso
il cane dentro il cuore
abbaia luce

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della casa e del tempo:
.

35

soli e assoli
nelle case il tempo
smonta e rimonta

.

del rapporto fra scrittura e natura:
.

49

l’invisibile
inchiostro simpatico
un millepiedi
.

della metamorfosi dello spazio intimo in quello paesaggistico:
.

54

muta la bocca
filari di silenzi
corpi di noce
.

Quando infine si ritorna dall’arcipelago, la piccola casa è diventata massiccia, un blocco di prosa granitica che non lascia passare neppure lo spiffero di un vocabolo inutile, ma che si fonda su una scelta accuratissima di parole che vogliono dare ragione e testimonianza dell’itinerario affrontato: (p.76)
.

Avrei voluto avere una piuma, per scrivere tutto il cielo che in terra si versa, questo invaso d’acqua e neve, nuvole. Per non dire del vento, di cui mi sento solo un piccolo soffio nel mantice che spilla per tutti energia, riducendo la sua scala alla nostra, terrestre, umana, rendendo possibile ogni vita.

E’ riduttivo chiamarla ‘nota’, è ancora e di nuovo poesia, è la casa che di nuovo si vede, ha muri più massicci per trattenere calore e porte appropriate per accogliere il mondo.

Paolo Gera

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cover-con-logo-terra-dulivi

Fernanda Ferraresso, In pochi attimi di vento -Terra d’ulivi 2016
Immagini fotografiche di Cristina Finotto

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Riferimenti in rete:

https://fernirosso.wordpress.com/2016/09/07/in-pochi-attimi-divento-vento-unistantanea-di-anna-maria-farabbi/

https://fernirosso.wordpress.com/2016/06/26/in-pochi-attimi-di-vento-poesia-haiku-e-fotografia/

https://cartesensibili.wordpress.com/2016/09/28/case-di-pietra-di-fuoco-e-passi-lontani-sulla-poesia-di-fernanda-ferraresso-in-in-pochi-attimi-di-vento-recensione-di-paolo-gera/

In pochi attimi divento…vento?- Un’istantanea di Anna Maria Farabbi

cristina finotto

cristina-finotto

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Forse non è una vera e propria recensione questa mia traccia, ma un tessuto di essenziali riflessioni su un’autrice che seguo da molti anni nel suo percorso artistico. Mi raggiunge il suo libro, lo studio, elaboro una mia riflessione che rimbalza con naturalezza su questa carta.

Si discosta dalle opere precedenti questa impronta artistica di Ferraresso, e mi trova favorevolmente sorpresa. L’innesto con la foto di Cristina Finotto segna un’interessante e riuscita coniugazione, dentro cui viene evitata qualunque venatura di evocazione e nostalgia, e resa limpidamente la sintesi profonda tra paesaggio dell’anima e geografia del reale (propria del territorio bagnato dal Brenta dove l’autrice ha trascorso la sua infanzia e adolescenza). Il buonissimo lavoro di Finotto aggiunge qualità e contenuto all’opera.

Il segno di Ferraresso per la prima volta nella sua esposizione pubblica si distende, si ossigena e si idrata in chiaroscuri acquei tra le terre. Accade la grazia della conciliazione con il mondo, dentro cui il dolore si stempera, convivendo con l’infinita ricchezza del mondo vegetale e minerale.

Sceglie anche l’essenzialità della cascata di haiku quasi a interpretare una pioggia di punte liriche di meditazione che viaggiano dalla rarefazione celeste al suolo, atterrando. La necessità verbale di Ferraresso si estingue nell’assoluta brevità, come tocchi di minimi gong.

Anna Maria Farabbi

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cover in pochi attimi di vento def

Fernanda Ferraresso, In pochi attimi di vento– Terra d’Ulivi 2016

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Da In pochi attimi di vento

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rumore
si sentì solo un rumore
niente che valesse la pena
di fermarsi
per questo fui certa
era già morta
in me tra macerie che non sapevo ricomporre
appena dopo il muro
mentre quasi mi crollava addosso ancora
l’ultima parola e
la speranza di toccarti

*

vengo da ieri
da un’impronta di passato
da nidi di paglia dove l’amore   è fatto   presente
vengo da ruderi da case lontane
da chiese  di roccia fatte d’altura
vengo da pale di montagna
dipinte dai pittori sopra gli altari
vengo da borghi di pioppi e carpini neri
da gomitoli di erbe e giacinti
d’acqua vengo da specchi lisciati alla luce del sole
da argini e fossati vengo da genti senza altra pace
che un silenzio profondo attinto dal pozzo
l’oscura rotondità della notte
crepita dentro le fascine del mio respiro
mentre la cicoria nella bocca canta
quel poco di felicità che porta
la mattina    dopo una forte nevicata
o il crepuscolo quando la giornata è stata governata
con piccole misure di fatica
con qualche parola che illumina
la bocca del vecchio sdentata e tace
in quella del neonato
dal latte della madre appena lavorata

*

sognavo
tutte le notti sognavo un paese
posto ad oriente
un continente fatto di luce
una china trasparente
gocciando da un vaso
suonava parole di perla e di terra

così anche io
deposta la mia vecchia abitudine
come un abito da non indossare ancora
lasciati i fili del telaio
mi misi in mare e aperto il cielo
senza più trappole di tempeste nei miei piedi
e nelle braccia si misurò il viaggio
imbrigliò per notti e notti tutti i miei sogni
stesi ne fece teli
per le sue finestre

cristina finotto

images1

 

 

1

interra nebbia
geometrie domestiche
un’ombra vaga

 

3

farfalle ignote
le nuvole invadenti
fantasmi dovunque

5

nero su bianco
sopra gli spari le eco
istantanee

 

7

una finestra
il profumo del caffè
tutto un attimo

 

cristina finotto

cattura

 

 

10

candido rosso
il cane dentro il cuore
abbaia luce

24
un sole d’acqua
lo specchio senza ombre
poi il vento

 

29

e bere bere
la tua nuvola d’aria
neve e luce

 

30

senza alcun suono
i piedi nella notte
le stelle intorno

 

La tirannia della lingua, il linguaggio poetico.Lettura critica e… riflessioni sulla lingua che brilla, ancora, poesia

christian schloe

christian schloe_2

     

     

Apro con uno scritto di Platone. Che altro è se non poesia?
E quanto afferma il dio di Delfi in proposito dell’anima e di noi stessi? Prescrive di conoscere se stessi, intendendo di conoscere la propria anima. Ma cosa ne sappiamo noi dell’una dell’altro?
C’è chi si è domandato se l’iscrizione citata oltre a spingere l’uomo a conoscersi parimenti lo esorti a guardare il suo occhio, o ancora in altro modo detto, spinga ognuno a guardarsi attraverso il proprio occhio, consapevole che così facendo vedrà sé come oggetto, senza tenere in conto il fatto che quell’oggetto si farebbe specchio e dunque in esso vedremmo allo stesso tempo, in una istantanea, l’oggetto e noi, come due cose scisse eppure insieme, o nello stesso seme aperto (semel in anno licet insanire… chissà se racchiude anche questa piccola follia! una volta all’anno è lecito impazzire, uscire da se stessi!)
Questa cosa degli specchi mi ha sempre interessato moltissimo. Anche la lingua di fatto tenta questa operazione, oltre quella più importante che ha a che fare addirittura con la creazione, non tanto con la comunicazione, piuttosto con l’illusione di questa rete che, diramandosi, qualcosa peschi! Dunque il seme divino, o la follia per eccellenza è alla base dell’occhio? Non è detto che i pazzi, i folli sono graditi a Dio? E non è follia somma, cuore del cristianesimo il culto della croce? (Elogio della follia. Corrispondenza Dorp-Erasmo-Moro- Ed. Paoline). Una religione è specchio delle altre? In ogni caso se l’occhio è specchio dell’anima di chi ci guarda, è altrettanto lo specchio dentro cui possiamo ri-fletterci, sia in senso fisico che in senso spirituale ed emotivo.
La fisica ottica, che spesso uso nelle rappresentazioni grafiche, in ogni metodologia descrittiva, si adatta, adeguandosi ad ogni casistica. Forse anche noi, curvati e intrappolati in quella lente che ci fa da specchio, in quel cerchio in cui ci cerchiamo attraverso l’altro, ci perdiamo, appuntiamo un raggio e ci flettiamo, crediamo di vedere chi sta di fronte, scordandoci che è la nostra anima che si specchia, o ci specchia. Quale è la distanza tra si e ci? Sic!
E’ come essere in un labirinto, dunque, in cui chi si vede è visto e chi guarda è colei che sta di guardia, quell’anima mundi o monda o mondana, che si fa modalità o moda secondo cui attraversarci , attratti dall’altro ionoi stesso che si deposita in quel fondo dello specchio, nel cerchietto dell’occhio dell’altro io. E fino a che punto è vasto e cocente l’innamoramento che ci attrae o ci trae in inganno? Come sopra, nella citazione dello scritto di Platone, quanto è l’amo di amore a portare a galla dall’invisibile il volto, nel volo di chi guarda?
C’è da dire inoltre che le traduzioni di una medesima parola hanno significati differenti.

L’etimologia della parola pupilla può essere ricondotta alla forma diminutiva del termine pupa che in latino indica la bambola. In Veneto persiste questo modo di dire. “Che bella pupetta, che bella pupa!” Invece ovunque si dice “E’ la pupilla dei miei occhi!” Lo si dice per i propri figli, o i familiari. La pupa è però anche la  crisalide, nell’ambito dei lepidotteri, ed è uno stadio che si manifesta nel corso dello sviluppo che precede lo stadio di adulto. Forse anche questo è indicativo del fatto che guardandoci, perché l’azione di guardarsi nella pupilla implica una reciprocità,serve trovare in un altro qualcosa che è anche nostro?

Pupilla vuol dire bambolina, quindi una specie di modello o di giocattolo, è quanto abbiamo davanti, ed è la stessa forma che vediamo negli occhi di chi abbiamo di fronte. E’ stato il primo ed originario modo di conoscersi e ri-conoscersi quando non esistevano né specchi né i ritratti tanto alla moda che si fanno con il cellulare, i “selfie”.  Cellulare… che cosa hanno a che fare le cellule? Foto-cellule? Tutto il nostro corpo e l’occhio è foto-sensibile e si ritrae alla luce si chiude la pupilla, stringendo il diaframma ma non procurando dolori allo sterno nemmeno allo strenuo delle forze! Scherzo, con le parole, gioco con le sillabe e ciò che ne esce è quanto sta dentro la mia bambolina, me, con cui gioco, non avendo altro a disposizione mentre scrivo.
Un tempo era lo sguardo dell’altro a dire qualcosa del proprio aspetto. In greco  κόρη (kore) è usato sia per indicare una fanciulla sia per indicare la pupilla, di fatto creando un ponte o una simbiosi tra l’altro e ciò che è comune ma in un gioco di riflessioni che è labirintico, come già detto! E forse anche Narciso, nascosto in qualche meandro, in qualche piegatura dell’iride a ponte attorno alla pupilla, porgerebbe qualche favilla di luce, mostrando Ego, come simulacro di quella pupa che noi siamo, fino alla fine della metamorfosi, quando l’anima si libera persino di se stessa, oltre che di noi, suo involucro e specch(io) che si frantuma. Ah! Dimenticavo di chiedere: avete mai letto la storia di Eg(e)o? C’è una fitta trama di specchi, di echi, di chi e di occhi, di ego labirintici in cui si cade e ci si riforma, dentro la pupilla dell’altro, che legge e lega la storia, a sé naturalmente, al proprio mare medi-terraneo, dove ogni riva è un se o un sé, basta un filo di vento e tutto cambia!

E… Non ho certo parlato della lingua ma, labirinticamente, l’ho usata, l’ho se-dotta e abbandonata, donata per mostrare in che modo ogni parola sia quel “vano” di cui da tempo sto accumulando elementi di studio attraverso quelli che ormai, sono certa, siano solo frammenti di noi stessi, mai es-posizioni in chiaro. Tutto quanto elaboriamo è un vacuo-vano correre di stanza in stanza sui f(i)umi dello sguardo, sopra quei ponti che gettiamo, at-tra-versandoci ovunque, ovunque creando mondi che siamo noi e vedi-amo attraverso ogni altro, luogo, mondo, oc-chi-o che è la parola, quel se-c-chi-o (sé chi-io?) cento, mille, volte calato dentro ciascuno, dentro l’io che è l’altro, gioco e giocattolo che cambia d’abito, si fa sudario e calendario di ciò che di-venti-amo ad ogni attimo.

 

christian schloe

Christian Schloe

 

 

I testi inediti proposti sono parte di una raccolta ancora in lavorazione Nel vano della parola… e chissà quando la seduzione dell’invisibile smetterà di giocarmi con i suoi artifici!

da questo ceppo
dell’origine ti dirò
e dell’albero  che si fece pane
sangue nostro  il fondo del silenzio
le vesti del corpo e delle tue ossa
mia ombra in te raccolta
d
entro i rami del tuo fiato
come serva disporrò le braci dei tuoi giorni
e la stima del conto  l’ultima sera
getterò  per attizzare il fuoco nei tuoi occhi
da polso a polso e mai oltre il palmo
misurerò per te ogni carezza
la brezza di un bacio su cui posare il volto
rapito per  incantamento di un amore
immobile resterò dentro la tua grazia
sarò sul tuo collo il fresco pendio dove a sera si posa il sole
e sarà vera quella storia  sarà tua   la bellezza
che ti slega  e ruba all’ombra
la volontà di un altro nome.

*

I- A colloquio con la sete

Ora, solo ora
tu mi hai detto:  – Il dolore non è
che noi stessi.

E’ la modalità con cui non
accogliamo la vita.
Nulla è in equilibro. Tutto  è  inquieto.
Ogni elemento con  forza corre
concorre  a rendere la vita ciò che è energia. Non
esistono categorie in natura
tutto ha una carica che travolge.
Noi stessi l’abbiamo
una  forza identica a quella del mare
governata dal battito dei pianeti fino a quello del cuore
ma è nel sangue
sangue che spargiamo ovunque
che la soffochiamo
a favore di impossibili  certezze.
Noi  non possiamo
costruirne nessuna. Illusione o nascondimento
questo è
ogni parola
l’ombra di ogni realtà nemmeno il fruscio di qualunque verità.
C’è molto  dolore tra gli uomini che di questo loro male
infettano ogni luogo
ma c’è quotidianamente
un dolore a basso voltaggio sempre presente
in qualcuno di noi.

E’ quel dolore
che ti preme dentro
che ti tiene all’erta e vigile e
in ascolto grazie al quale la vita
si lascia toccare. La scrittura
quando nasce dal profondo di sé
è come un secchio
in cui quel dolore si fa acqua da bere.

*

II – nel vano della parola

limo in una creta umana mi sveglio
ad una solitudine molto rumorosa
l’acqua che sgola il cielo
l’uccello della pioggia che becchetta il mare
che solca la riva che riga la storia
il fiume che incunea una curva più scura
e più dura la morte silenziosa vi nuota
la voce di tutte le correnti
che canta il dissidio tra denti
acute memorie che il vento vi infiltra e
addensa nei polmoni in blocchi
di silenzio prigioniero
del buio molle oscuro
rosso insicuro nuvoloso sonno dell’errante
senza suono il ricalcato desiderio caduto da un puerperio
di stelle un funebre canto un ingoiato testamento
né tregua né trapasso
conclude la commessa in questa terra incerta e senza altra fiamma
che un te stesso che bruca quel seme nella gola
quel seminato velo d’ombra
una lebbra a fior di labbra
la parola

*

III- al fondo

cosa resta
nelle reti dell’anima
al fondo dell’occhio
di questo corpo tutto aperto
nel quasi silenzio del cuore
nella testa di sbiego
quando il cielo del vivo pensiero
non corre più  non rincorre i suoi tanti inquieti
fantasmi e i velieri dei pensieri
saranno ancora tersi e scintilleranno
i versi dentro i sensi?
saranno smantellati i ricordi?
di chi o cosa saremo la pedina
chi ci osserverà da una finestra?
chi ci aspetta oltre la porta socchiusa
e chi ci attraverserà per venire  qui?
qui dall’altra parte di noi stessi  invisibili
dove ci siamo fatti strada e polvere soltanto
clessidre che rilasciano  sabbia
un nulla impalpabile che il tempo sempre di più
assottiglia lasciandolo ai margini
più poveri e promiscui  clandestini in questi interstizi
di comete e astri che si accatastano in galassie
bianche di altre ossa    antichissime
accasate all’improvviso in questo
imprevisto universo

fernanda ferraresso

*

http://www.versanteripido.it/la-tirannia-della-lingua-il-linguaggio-poetico-di-fernanda-ferraresso/

In pochi attimi di vento- Poesia haiku e fotografia

cover in pochi attimi di vento def

.

 

E’ nato! E’ nato!
Uscito il 24 giugno non vedo l’ora di abbracciarlo!

La raccolta di poesia, haiku e fotografie in bianco e nero, si articola come un corpo, un corpo che ha perso la sua consistenza e cerca di disgregarsi poiché la percezione del mondo che appartiene a quel corpo è in bianco e nero, senza mezze tinte, senza possibilità di trovare varchi o ripari. Ogni testo, più specificamente, è un passo che organizza dapprima una dissolvenza e poi, grazie al lavorio della terra, della natura che entra in corpo attraverso immagini ma soprattutto odori, fantasmi che galleggiano e vivono di nebbia, acque che hanno in sé l’arcaicità e la potenza di un sacro incorruttibile, il vuoto, il silenzio, le tante declinazioni del verde, i cieli, le nuvole, gli animali che vivono le sponde e le golene, le spiagge, le case e i maceri, le piccole chiese, la luce, la notte, i cieli stellati oltre i confini dei paesi, e ancora i paesi, le case abbandonate e in rovina ma ancora in piedi, contro la forza del tempo e dell’acqua, i centri rurali e le poche anime che li vivono, storie di memorie letterarie e contadine…E ancora si potrebbe continuare in molti dettagli ma tutti, indistintamente tutti, contribuiscono a quietare un dolore che preme con forza, un’urgenza che chiede di trovare la sua erba medicamentosa, una parola di sale che sleghi dal capestro. Per questo il corpo centrale è dissolto in haiku, indicando il lungo periodo di eremitaggio in luoghi di silenzio, selvatici, abitati solo dal vento, dalle bestie delle paludi, dagli uccelli, dalle piante. Pochissimi i tratti riservati agli uomini, alle persone, a cui si arriva nuovamente solo alla fine, quando il corpo, trovati i suoi collanti si è rigenerato, dando forma e ospitalità ad una parola modulata in versi, riversandosi esso stesso nella relazione con l’altro, anche l’altro se stesso. Le fotografie di Cristina Finotto, che all’interno del libro scandiscono precisi passaggi, sono paesaggi in cui viva si esprime la parola non detta, sono la terra della salvezza, intima, profonda, il linguaggio in cui i territori celati si esprimono oltre ogni vocabolario e sono il volto di quel paesaggio praticato in sé che ha ricostruito quel corpo, all’inizio smembrato, risanandolo.
E’ anche un ringraziamento, questo libro, a tutti coloro che in questa terra hanno abbattuto i limiti di confini inutili, aggiungendo luce alla profondità di questi spazi liberi.

 

fernanda ferraresso

.

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*

Riferimenti in rete:

http://www.edizioniterradulivi.it/in-pochi-attimi-di-vento/120

http://giuliaeliot.wix.com/ilmondodieliot#!blog/c1rpo

http://www.fotocommunity.it/blog/uncategorized/5575

solo la notte

pedro cano

pedro cano1

I giorni vengono distinti fra loro, ma la notte ha un unico nome.

Elias Canetti
.

notte  come dire perdita.  chiudere la porta
e il cielo dietro come acqua scura o inchiostro nel nero di una pagina sgualcita.
calmare il proprio inquieto
buio, riempire di nero il nero. il grigio soffocare
senza scampo dentro la pagina caduta addosso come un sasso
e anche tu cadere persa ogni paura e cedere
senza fine cedere
tutta la memoria per una sola eco
rilasciata in un fruscio.
la morte è una solitudine sfasciata un po’ per volta
un silenzio che non parla
e voluta la poesia resta in attesa
di quella solitudine vissuta nel principio di ogni parola uscita
da quel corpo dentro l’altro
da una cellula o cresta d’osso che taglia
il principio oscuro l’orizzonte che si cala in una stretta via     in te
all’insaputa del tuo sangue
per disegnare più preciso il precipizio del silenzio
l’ultimo aspro silenzio sopra ogni realtà fittizia
principio di ciò che ancora non sai della vita e la sua schiusa
dentro l’occhio pesto e il buio della morte

 

 

pedro cano

pedro cano

 

 

NIGHT

night as a loss. Closing the door
and the sky aback as dark water or ink on the black of a crinkly page.
Calming the restless
darkness, filling the black with the black.The gray choking
no way out inside the page fallen as a stone
and you too falling no fear left and
giving up endlessly
giving up the whole memory for only one echo
released in a rustle.
Death is a sort of loneliness unbandaged a little at a time
a voiceless silence
and wanted poetry stays waiting for
that loneliness lived in the origin of every word sprung
from that body into the other
from a cell or a bone crest cutting
the dusky origin the horizon coming down into a strict path, into you,
your blood not knowing
to draw exactily the overhanging rock of silence
the last sharp silence above every pretended reality
origin of what you still ignore of living and its hatching
inside the pitch – black eye and the darkness of death

traduzione di D. Manzini Kuschnig

resta

catherine

casa1

.

resta
la sera consumata
assieme a qualche parola    aria leggera
nell’aria  parole come petali e una pena
diffusa  la vita addormentata      sprecata
a chiedersi cose che nessuno hai mai visto
dentro i tuoi occhi
dentro il pane secco
di altre parole come fuochi
una ruggine giallastra attorno al ferro
che non apre più la porta
e poi il silenzio
questo spazio dell’anima dove sta accorta la neve.

Non un segno un indizio un’orma trascurata
non una stella un fiocco addossato al corpo
della sera per tutte le sere che ancora cadrà
fitta come i silenzi
la cenere sui fuochi spenti
l’erba fradicia e pesante
quasi come le altre
dissipate parole appese al soffitto
in questa stanza di confini
carezze mai sprecate
alterati sogni sospesi  alternati alle gole ammutolite
fondi di caffè e vasellame antico
innocenza e caducità
acque del nulla
omissioni e segni di preghiera
lasciata altrove sul cordolo che cementa la grazia
mai più usata
la solitudine della bocca svuotata dei sorrisi
la brace di un bacio
l’abitato paese dell’amicizia
dove la neve non copre ma aspetta
aspetta ciò che ritorna
persino di un fiato d’erba di un calore di fiore
scioltosi sotto il bianco.

da Nel lusso e nell’incuria- Terra d’ulivi editrice 2014

traduzione

 

ferdinando scianna e (h)ombre 

ferdinando scianna

ombre- Had made Bird  black and white

.

strana ma vicina una comune casa
penso   una sintesi in cui è chiaro come
le parole  dovunque
siano nate legando in sé e negando
ciò che sta lontano
un luogo fatto di frammenti  di moltitudini
di luoghi oggetti spazio tempo aria cielo
l’inno-minato della vita
divenuto praticabile
anche solo sfiorandolo con un segno
a mano libera

f.f.

 

*

Man is nowhere anyway
Because nowhere is here
And I am here, to testify.
Nowhere is
what nowhere was

I know nowhere
More anywhere
Than this here
Particular everywhere

Jack Kerouac, Mexico City Blues. 1959-
trovato in https://agenda19892010.wordpress.com/2016/01/02/jack-kerouac-106th-chorus-refrain/

*

l’uomo è oraqui ognivia
Perché oraqui è qui
E io sono qui, a testimoniare.
Oraqui è
ciò che era oraqui

Conosco oraqui
Di più di ognidove
che questo qui
particolare tuttodovunque

libera traduzione di fernanda ferraresso

 

 

Paesaggio in movimento- Fernanda Ferraresso.

christie kelly turner

Christie  Kelly Turner-Hare-do_80cmx100cm_framed.Charcoal_&_watercolour_on_paper.$1700

.

Si deve saper andare via
e tuttavia essere come un albero:
come se le radici rimanessero nel terreno,
come se il paesaggio si muovesse e noi restassimo fermi.
Si deve trattenere il fiato,
finché si calma il vento
e l’aria estranea inizia a girarci intorno,
finché il gioco di luci e ombre,
di verde e di blu,
crea gli antichi disegni
e siamo a casa,
ovunque essa sia,
e possiamo sederci e appoggiarci,
come se fossimo alla tomba
di nostra madre.

Hilde Domin- da Con l’avallo delle nuvole

 

 

Considero la sostanza della diversità, tra scritture maschili e femminili, la relazione. Per questo le donne parlano tanto di tessitura, di filo, di andare e ritornare, mai sulle stesse impronte ma rivedendo il percorso da un angolo diverso, l’andare in una direzione non mostra ciò che si vede nell’andare nella direzione opposta.

Penelope tesse una trama di figure dell’essere (i suoi profondi labirinti) e costruisce l’ordito, in cui ciò che lei esamina è regia della vita, le mutazioni e le mutuabilità delle mutazioni. Penelope non lascia mai l’isola, perché l’isola viaggia il grande mare del cosmo della vita. Nessuna parte è lontana come il luoghi dentro se stessa, luoghi di una donna che attende (ad) un figlio o una figlia, alla casa, alla terra e a se stessa, lo fa con la stessa attenzione e amore, senza differenze, non c’è altra logica in lei che la salvaguardia della vita.
Arianna consegna il filo a Teseo nel labirinto, in quel momento gli offre un cordone ombelicale, a salvaguardia della vita, perché Teseo andrà letteralmente a caccia, nelle profondità del palazzo-corpo-dell’ignoto, che è poi il medesimo in cui si caccia, con il concreto significato delle parola caccia, dal verbo cacciare (nel suo duplice significato adesso: allontanare ma anche cercare di ammazzare la preda) anche Ulisse, in caccia anch’egli di esperienze nuove in cui sempre la morte ordisce le sue trame, dimentico di figli e parentele, dimentico di ogni relazione.
I miti ce lo ricordano con abbondanza di mutazioni all’interno del racconto, esso stesso matrice labirintica, ventre materno di una parola in formazione, in gestazione: la vita.
Nel labirinto di Dedalo, nelle cui stanze segrete è contenuto a sua volta il segreto dei segreti, il precipizio di noi stessi, la nostra mostruosa forma, l’orrido, il salto da un mondo ad un altro senza consapevolezza alcuna, e l’impronta della divina creatura (si ricordi che è figlio di un dio il minotauro) il re-bus lo risolve Arianna fornendo appunto a Teseo il filo che ricostruisce la mappa del suo moto peregrinante, del suo sub-conscio. Il filo svolge una relazione, mette insieme ignoto con noto, la materia e la materialità di una contesa che vuole (s)legare attraverso sé, attraversandosi e svolgendosi, altri luoghi che partecipano di dimensioni non materiali e sono sola-mente sviluppi di proiezioni impraticabili (logos è il filo della ragione, la regione sconfinata, senza limite e confini). Teseo, il cacciatore, si impadronisce del filo che Arianna gli ha dato e di cui lei tiene il capo, l’origine, mantenendo per lui un’ancora all’esterno di quel luogo sconosciuto, (A-ri-a n-na, dedalo in cui il nome di una figura emblematica che è ponte tra due rive, già lo pratica all’interno di sé, nelle proprie profondità, nel proprio corpo, terra e segreta), se ne impadronisce per cercare l’orrido e il mostruoso, ciò che supera l’umano convenzionale, quotidiano e, con un’operazione di astrazione, lo fa proprio in ogni indagine, staccandosi dalle rive, l’ora e l’adesso, il poi, che Arianna gli offre come gesto della continuità e della continuazione, in una visualizzazione solitaria in cui la relazione di fatto non esiste più, perché la risoluzione del cacciatore avviene nella smaterializzazione dell’essere e nel non sentirsene parte-partecipe e principiante principio principe.
Arianna porge il filo, quel cordone ombelicale che consente la nascita ma è anche vitale per la produzione della parola che, di fatto (s)materializza e crea, non mortifica, non confisca, non uccide, non segrega ma richiama a sé ogni elemento in una continua ri-creazione. Tanto quanto agisce di fatto Penelope, ricreando il suo tessuto-vissuto in un continuo sviluppo e disfacimento, nell’andare e venire della spola, vita e morte di ogni storia, in quella pietrosa Itaca, casa del vento, sperduta in mezzo al mare, capsula di una micro visualizzazione della Terra-madre stessa, nel suo viaggio cosmico e cosmogonico. Segrete creaturali, figure dello stesso mito in cui il femminino è sospeso come un universo senza il quale nulla ha senso, verso, sviluppo.

…CONTINUA QUI:
http://www.versanteripido.it/paesaggio-in-movimento-di-fernanda-ferraresso/

poesie del bosco in forma di vento

.dalton rooney

Dalton-Rooney_3

.

Il bosco rideva se lo guardavo
nell’ora aperta dove il cuore frangeva
perduto, solo.
E nella sembianza di non essere –
cioè di essere pienamente e niente –
poteva – il cuore – forse poteva,
come la foglia accesa, come il taglio
della vallata o il masso – altro seguace della vetta –
come l’oro che ancora per un tratto
lasciava il volto arreso alle pietre.

E io a voler dire – a voler sapere
dire – la sagoma alla meraviglia assunta a fiore,
trascesa a radice – o tronco – o vetta,
discesa a confine certo del sì –
io – a voler percorrere a gola quel cespo
che aggancia il silenzio,
che me confonde – il sopra, il sotto,
che sua opera è fare,
che in me immensamente e ancora

iole toini

.

dalton rooney

Dalton-Rooney_2

.
soffiava soffiava il vento soffiava la neve dal bosco
lontano fin sui tetti soffiava e imbiancava
le nere lavagne delle lastre e le strade spazzava
sferzava i campi i rami degli alberi secchi spezzava i candelieri
accesi dal freddo e intirizziti dal gelo del ghiaccio
soffiava soffiava il vento soffiava
e le neve si spargeva come farina sulla terra
un silenzio misurava passo dopo passo in tutta la sua corsa
e fermi i prati con le pietre recintavano un’area generosa
dove qualcosa riposava quieta in quella pace profonda
e soffiava soffiava il vento soffiava con mulinelli e lunghi giri
di corsa raggiungeva la strada più alta
saliva dal basso della terra verso l’alto di un cielo di nuvole
soffiava e grattava quel soffitto incurvato che voleva mettere
radici in questa zona di solenne preghiera
a primavera mentre ancora più adagio più lento soffiava
tra i prati le sue messi raccoglieva
poi si allontanava e per qualche tempo si azzittiva

fernanda ferraresso

**

Nate qui …le voci e poi soffiate, altrove, attraverso il vento!
https://ioletoini.wordpress.com/2015/10/30/il-bosco-sorrideva-se-lo-guardavo/

era finito

mary quite

mary quite

lasciamo qualcosa di noi
in ogni luogo in cui andiamo

ritroviamo qualche parte di noi
là dove ritorniamo

 

il tempo era finito
quelli erano
gli ultimi giorni

gli ultimi giorni dell’umanità

cadevano formando immensi  vortici
tutte le parole come mulini inutili
guerra di pagine contro la guerra alla terra
alla specie   in un teatro di morte

una guerra sempre in corso e preludio di un’altra
strategia di quella futura  un passo dopo l’altro
fino all’ultimo
atto  in cui il tempo finendo decide la nostra fine
imponente un monumento a cielo aperto
la terra è un cretto cimitero di milioni di morti
secoli lunghissimi
teschi su teschi e caduti su caduti
francesi tedeschi russi italiani slovacchi turchi egiziani libici marocchini
iraniani palestinesi israeliani e filippini vietnamiti coreani cristiani musulmani maomettani tibetani
protestanti atei ortodossi gnostici anarchici
caduti
tutti
dalla cima di un mondo stretto
sull’orlo
del labirinto alto
e profondissimo nostro infimo
tabernacolo dove la scena è un micro
cosmo d’uomo maledetto dall’inizio del tempo e
tutta la sua stirpe la medesima
semenza caina
di una sola scorza fatta
e di malanimo cresciuto dentro un vuoto
di parola e verbo in un solo gesto mai ritratto
il suo tratto è morte il suo volto sacrilegio
guerra fino all’ultima cellula
fino all’ultimo sorso di sangue da bere
una sorta di muraglia i giorni fino a questi ultimi
gironi della stessa umanità
perduta lungo la strada da cui ferma
mai ha mangiato il sale della sapienza mai ha bevuto l’astinenza
dalla guerra contro se stessa
statua  senza profezia  senza veggenza
si consuma in meccanismi di violenza e nel suo stesso massacro
si perpetua fino a qui fino a questo ora
dove nessuno sa citare a memoria
quanto ha costruito la storia e quanto la sorte
ha recintato in quella stessa scena che tra poco sarà vuota
l’ultima voce catturata da tutte le altre
eco di queste spesse memorie a lungo scordate
fino a perdere il suono di quelle voci parlanti
solitario il minotauro è quanto resta   vivo
umano     dell’umano macellare la vita
in questo orrido antro
intestino cieco della guerra

fernanda ferraresso

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paula rego

paula rego

.

Ho il cuore che non vuole
Non vuole stringersi come la malattia
Di una foglia accartocciata
Non vuole che l’albero racconti alle foglie
Che devono cadere dopo che sono
Spuntate a forma di goccia
Poi larghe controsole
Gialle ocra gialle con il verde verde col marrone
Col bene della pioggia col buio a tenerle strette
Gli occhi della linfa mai stanca di cullare
la zappa del contadino il campo la sua canzone
e il vento a levare alto il suono.
Il cuore non vuole che il bene sia così grande
là fuori, che tocca guardarlo appena da tanto accende,
che sfiora le altalene che gira intorno alle pietre che segna fronti orti
Il bene così forte spunta dal terreno e la foglia così dolce lo tiene tutto in sé

iole toini

voci oltre e altre cose storte- Premio Alda Merini 2015


cover voci oltre II fascetta

Premio Alda Merini 2015

MAREMARMO- Note di lettura di Mariangela Ruggiu

wilmer lalupu flores

Wilmer Lalupu Flores1

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Ho letto questo libro di poesie, Maremarmo di Fernanda Ferraresso, l’ho letto due volte e basta appena per farmi solo un’idea, per trovare il filo conduttore che unisce i testi. 

Un filo che parte dal titolo, Maremarmo, che contrappone la mia idea di maremadre, calda accoglienza, incubatrice di vita, la contrappone alla durezza, alla freddezza del marmo, alla sua rigidità.
Mi colpisce la forma, l’assenza di punteggiatura, le parole si legano le una alle altre rendendo l’idea di un continuo fluire e chiedono un’attenzione e una partecipazione che non sia solo la lettura, ma anche la riscrittura interiore del testo perché ognuno faccia suo e completi in sé un percorso che non è solo di parole. Ci sono poesie che si spiegano, e poesie che ci chiedono spiegazioni.
Le poesie di Maremarmo ci interrogano sul percorso di noi umani, un percorso nel tempo, parte da un inizio in cui eravamo puri, che sia un tempo reale o solo ideale del nostro percorso, prima che la terra di cui siamo fatti ci corrodesse col primo sangue versato.
Quella macchia rossa negli occhi che ci libera dalla responsabilità del fratello e giustifica ogni azione futura fino a noi.
Ora siamo umanità in disfacimento, macerie e orrore, ma ci resta ancora la parola, per ricordare qual’è la matrice che ci ha generati, per mantenere viva ancora l’alternativa possibile, il ricongiungere la fine all’inizio e dare compimento al nostro umano.
Ci resta la parola per dare voce al silenzio dell’umanità nata da quel sangue, nata vittima, a quel percorso nello spazio che inizia nel luogo da cui si fugge, quel serpente nero di genti in cammino verso la terra promessa e la scia di cadaveri che resta a ricordarne il passaggio in questo deserto.
Umanità abbrutita prima e dopo il mare, prima del mare ammucchiati nei campi come il bestiame, dopo il mare il niente, il peggio del niente, orfani di casa, di lingua, di futuro. Tutto annegato nel mare che inghiotte marmo che chiude ogni varco.
Umanità asservita ai nuovi padroni, umanità femmina incubatrice del seme disperso, stuprata a partorire figli malati, nati dal sangue che cola, che scorre dal tempo del primo fratello ucciso, umanità femmina alla catena, negli occhi il ricordo delle dune come le onde azzurre di un altro mare.
C’è solo un modo per sottrarsi, lasciarsi andare in volo in quel maremarmo e cadere, scomposta la vita in mille frammenti per penetrare ogni vena di quel marmo duro e scavare, cercare l’altro capo del filo per tornare all’origine, a quel punto in cui è schiusa la luce, prima che l’uomo sbagliasse la strada. Chissà, da quel buio rimettersi in viaggio.
e il viaggio è sempre notte

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Mariangela Ruggiu

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wilmer lalupu flores

Wilmer Lalupu Flores

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SULLA RIVA DI MAREMARMO

viene il giorno in cui si aprono
le storie e dentro
ogni parola la lingua espelle uomini
e bestie in una sola rigida carcassa
nuove divinità si stendono
da un ventre oscuro più della notte buio
storie di pece nascono

nella pancia del mito c’è una balena sbilenca
di giorno e di notte
in quel mare di marmo
i morti scrivono
navigando fuori rotta
lungo le coste la si vede in giorni malfermi
galleggiare su una spalla d’acqua gonfia
erutta sangue in zampilli di gerani
il mare intorno al relitto trema
la sua carcassa è un sarcofago d’ossa
di fango un lunghissimo poema
senza soste un fluire d’onde
pagine come gusci e fili di calce
di ignote conchiglie di perla le vite aperte

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maremarmo

Fernanda Ferraresso, Maremarmo- LietoColle 2014

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ALTRI RIFERIMENTI IN RETE:

https://cartesensibili.wordpress.com/2014/05/21/tempiquieti-vittoria-ravagli-in-quel-maremarmo/

http://miolive.wordpress.com/2014/05/22/antonio-devicienti-su-maremarmo-di-fernanda-ferraresso/

http://miolive.wordpress.com/2014/05/25/fernanda-ferraresso-una-sinestesia/

https://fernirosso.wordpress.com/2014/05/12/a-proposito-di-maremarmo-donato-di-poce/

https://cartesensibili.wordpress.com/2014/04/27/maremarmo-lettura-di-milena-nicolini/

http://muttercourage.typepad.com/cronache_di_muttercourage/2014/04/fernanda-ferraresso-maremarmo.html

https://rebstein.wordpress.com/2014/04/17/maremarmo/

https://metsambiase.wordpress.com/2014/06/22/prologos-maremarmo-di-fernanda-ferraresso/https://metsambiase.wordpress.com/2014/06/22/prologos-maremarmo-di-fernanda-ferraresso/

http://vialepsius.wordpress.com/2014/04/18/ancora-su-maremarmo/

 http://www.givemeshelter.it/tag/fernanda-ferraresso/

NEL LUSSO E NELL’INCURIA – Note di lettura critica di Maria Grazia Palazzo

alice lin

alice lin- dettaglio

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La raccolta poetica “Nel lusso e nell’incuria” di Fernanda Ferraresso, in Collana “Parole di cristallo”, edita da Terra d’ulivi, si apre con dedica ai tre figli dell’autrice e subito prende avvio con una sorta di autoritratto: “Sona nata dentro il volo/volto di mia madre/sono cresciuta dentro un voto/vuoto di esistenza”. Sembrerebbe un avvertimento al lettore, quasi una sorta di confessione “Ora sto per strada/dentro la pietra di ogni cosa/ pietra parola focaia/senza posizione/ composta e traguardata/da organi e sensi/ dentro questo mio oscuro universo/ di circuiti affetti”.

L’autrice sembra voler mettere a disposizione del lettore una prima chiave di lettura per consentire di entrare, “tra stanze stipate di parole e pioggia vento/ rinchiuse in carte e date” (p. 8), in un viaggio transito sonoro dentro parole poetiche che si fanno corpo e casa. Tra i verbi della tessitura poetica rintraccio: scaldare, pigiare, scavare, cadere, generare, covare, percorrere. E ancora sostantivi come segno, tempo, giorno, suono, ombra, vuoto, tutti sostantivi che sembrano navigare in un caleidoscopio di eventi di incontri e di abbandoni. Nella risonanza personale della mia lettura, sento particolarmente significante la parola ‘casa’ e ‘corpo’ ma anche la parola infinito, eternità, mistero. C’è tanta bellezza che si sprigiona all’improvviso e fa compagnia e lenisce tanta fatica, come il vento: “Vento vento c’è sempre stato tanto vento nella mia vita” (p. 15). C’è una sorta di ossessione intorno al tempo e a ciò che accade, o accadrà dopo: “Tutto qui il dopo? Una mortale obsolescenza di astri?” (p. 16) una poetica della memoria lirica che contiene un’interrogazione sul destino e rammemora in me la poesia di Leopardi e di Borges.  Come in un gioco a incastro, emerge un universo visivo e sonoro, ritmico, armamentario di spessore esistenziale e sapienziale. La poetica di Fernanda Ferraresso, sembrerebbe una sorta di ‘religo’ che cerca di tenere unite le cose e nel contempo distinguerle, e poi, ripercorrendole nel loro divenire, trascinarle con sé per disperderle come semi. Come da una sorta di speculum mundi la sua poetica sembra disegnare una cosmogonia che accoglie l’io e il noi traversando generazioni: “ sotto il suono dei miei passi/ dentro il nero degli inchiostri/ tra preghiere e le pregiate scritture dei poeti/ nelle chiavi lucenti lanciate dentro il vuoto dei pensieri/ nell’origine delle idee/ nella lingua dei mistici e nelle tesi dei filosofi” (p. 73). Sembra modernamente e quasi scientificamente riecheggiare il medioevale poetico “Omnis mundi creatura quasi liber et pictura nobis est in speculum”, nel senso di possedere slancio e sguardo soggettivo ed oggettivo, verso ciò che esiste, accade, bello o no, verso il caso a volte crudele, cui siamo tutti consegnati. Come dentro un labirinto di vissuti e non vissuti, emerge una sorta di telluricità, magma catartico di parole che s’inseguono ad incastro, che figliano altre parole, gemellano, si dividono, – e ci sono allitterazioni e ossimori a segnale- come particole di un tessuto molecolare, trasportate da una linfa energia che sembra cercare la luce, come dagli inferi di un mondo di sanguinettiana memoria. E le parole come radici salgono al fusto e alle foglie e ramificano in un grande albero (antropologico), forse post avanguardia di una geneaologia più umana (da quella di Caino che tuttavia resiste e) che ricorda all’uomo che è solo sangue e terra, cioè creatura mortale. E rintraccio una visione dell’oltre nel “qui ed ora”, nella casa da abitare di un’umanità nuova: “Oltre il senso del vivere/ che ancora non conosco/ oltre il senso del morire/ che nessuno condivide con nessuno/ oltre il senso dell’essere/ che si traduce con avere/ oltre i sensi che mi tradiscono/ dal giorno in cui forse sono nato/ cosa e dove è casa mia?/ E / posso andarci?” (p. 47). La poesia di Fernanda sembra martellare in un focus strenuamente generativo, a tratti fluente, esplodente in un crescendo, in una centrifuga di significazioni, di pensieri/azioni/emozioni sedimentate nel tempo/spazio di molte esistenze, ancora in cammino: “Incrinati rossi inferni permutanti./ Questo mio sangue. / Popolo della terra” ( p. 23). Nella sua scrittura si può rinvenire il precipitato di una sorta di coscienza adulta,  di monito, di cittadinanza di una solitudine fiera, di memoria ora agostiniana ora kantiana, con le sue notti stellate e i suoi deliri, con i suoi faticosi giorni, a riannodare fili spezzati, a curare ferite, a spiegare ali nuove, nel tempo/spazio di ore che si tramandano senza soluzione di continuità. La poesia ora si libra in ricordo contemplazione: “Perché noi/ noi eravamo ed eravamo belli/ la nudità era/ il nostro giardino” (p. 26) , ora si fa tangibile, plastica, pittura o scultura, zoom fotografico su una natura, dotata di rispondenza geometrica ma anche di incalcolabile mistero. “Anche oggi dunque/ prima che la luce si facesse larga dentro/ questo bosco di persone/ sei venuto a smuovere il cielo/ nelle nostre ali imprimendo un movimento/ sconosciuto a noi che dello spazio/ abbiamo l’ampiezza di un nido stretto/ attorno al nodo della vita della morte” (p. 52). Sembra che sia in atto la metamorfosi di una continua creazione, fatta di sponde e abbrivi, forse di eterni ritorni (?) di configurazioni interdipendenti, di vite imperfette, versate, prometeicamente,  in un incessante agonismo: “ un memorario/ la vita e l’orizzonte che si chiude dentro/ l’odore di ogni istante./ Si avvicina si fa/ corpo il tuo/ e di te/ in te brucia intero divorando l’universo” (p. 29); altrove assume forme che sembrano scolpite plasticamente in corpi come nel Combattimento di De Chirico: “in una sfida che non sai consumare/ tu uomo speciale speciale/ dovresti smettere di parlare”(p. 84). Mi pare sia qui in gioco l’animale metafisico, il corpo anima, ma anche l’animale sociale, in un viaggio navigazione senza soluzione di continuità, “senza altra necessità se non la morte” (p. 77). Una visione in cui qualità e quantità di vita combaciano perfettamente, si distillano in modo a volte oscuramente cruento, nel dramma di ogni esistenza, estetico ed etico, quasi liturgia sacro profana “in quei mappali di attesa o di desiderio senza catasto”. E ci sono scorci di liberazione e di salvezza totalizzanti, che a me hanno richiamato gli accenti di certe profezie  bibliche: ”c’erano uomini sulla terra/ vivi e morti camminavano insieme/in un granaio di tempo/ in un passo sospeso e  immerso/…………….nel cosmo”- novella valle di Giosafat, seppure laicissima, o riscrittura di una storia incompleta.

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alice lin

alice lin-faramita

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E nella tessitura poietica si avverte che è stata ingaggiata una lotta, nell’adesione al corpo (reale) della vita e alla sua rispondenza alla corsa (della stessa) verso la morte, destino ineluttabile, ineludibile – sembra che l’autrice dica tempus fugit sicut umbra (il tempo fugge come l’ombra) – , senza che ciò possa suonare come avvertimento macabro ma come monito a vivere senza mezze misure: “Il sangue senza sosta lavora dentro/ scrive annota recide/ ci precipita nei suoi irraggiungibili crepacci fosfori e fosfati” (p. 68). E, tuttavia, l’esito della lotta (o forse il suo fine) sembra la ricapitolazione di ogni “cataclisma” in una“memoria vasta” in “un bosco dove tutto è al posto giusto ed è respiro”. Sicché l’ultima chiave d’accesso consegnata al lettore è l’invito a viverla la vita, tutta intera, poiché la strada da percorrere non ha nulla da aggiungere, nulla da togliere. In tal senso la poetica di Ferraresso mi ha richiamato alla memoria, il Qoelet, un testo antico, che afferma esservi un tempo per tutte le cose, per vivere e per morire, e che, nulla vi è di nuovo sotto il sole, alludendo all’insipienza fondamentale dell’uomo, alla sua fallacia. In tal senso colgo della raccolta un incedere o una connotazione meditativa, sapienziale, a tratti salmodiante, sebbene nulla conceda al già detto, per l’evidenza moderna (o post moderna) del suo tratto che pure affonda le sue radici e ragioni, se potessimo fare “l’autopsia di uno scritto” il suo substrato anche letterario, nell’eredità del passato, ma per scompaginarlo e rifiorire in una densità di parole, in un empito originale: “ G i à d a ieri/ e oggi continuo/ le strappo le spello una ad una le sillabe del corpo/ che le parole intere hanno difficoltà ad essere acciuffate./ Le strappo come si fa con l’erba o i fili” (p. 81). E’ una poesia la sua che potrebbe ben essere recitata a voce alta, con dei crescendo e diminuendo, a cori alterni, poiché è una parola vibrante, carica di pathos e di testimonianza di sé, invocazione di noi: “Chi l’ha detto? Il ricordo. Si ricordo. L’ho trovato questo/ passaggio. La soglia era un uomo, tanti uomini. (…)” e più in là “Aquilone/soffia vetri alle finestre e canzoni di sabbia. Maestro del colore/ risana il dolore, questa calva folle speranza fatta di collere/ improvvise (p. 16). Le parole sembrano inseguirsi in una specie di contrappunto, altre volte sono “murene parole medusa (p. 87), particolarmente pungenti, urticanti, altre volte meditative, assertive. Una poesia coraggiosa che canta la Vita, nuda e cruda, così come è, a cui l’uomo deve abbandonarsi, con onestà possibilmente, senza esercizi di onnipotenza, sembra auspicare decisamente l’autrice: “Qui l’unico esplosivo è l’uomo/ e il vero/ assassino dell’umanità è l’odio/ innescato contro ciò che solo/ è inerte/ un uovo che ha detto di chiamarsi/ uomo” (p. 85). Ed infatti la lingua poetica di Fernanda Ferraresso, nella raccolta de “Nel lusso e nell’incuria”, disegna una mappa colta e schietta di un vivere più umano, crittografia preziosa di possibilità  e necessità cui attingere, come in un movimento continuo, che registra e dischiude coordinate di un vivere personale e comunitario, che è già e non ancora, poiché destinato a raccogliere il passato e andare verso il futuro.

Cita la scrittrice (p. 37) un pittore e poeta giapponese, Kobayashi Issa: “sta come un pesce/ che ingoia l’oceano/ l’uomo nel tempo“ . Una scrittura che non può fare a meno di migrazione e di abitazione, in un movimento creativo nello spazio/tempo e nel mistero, che è militanza assidua alla casa del corpo da rinvenirsi, strictu sensu e latu sensu, nella genesi e nella biologia della stessa vita-scrittura. E c’è piacere e fatica dentro questa scrittura densa, destinata a una comunicazione sempre aperta ad essere completata da chi legge e ne accoglie la provocazione. Addentrarsi nei versi di Fernanda Ferraresso è un lusso nell’incuria di certi giorni – quelli che stiamo vivendo non sono certo tempi rassicuranti per nessuno – e regala bellezza e ferocia, buoni auspici di un futuro ancora possibile, da emendare, salutare con gioia: “Pietrificata/rosa di un versetto mandato a memoria/ dove il verbo insegue il cuore e in una vita sola/ la sfiorisce e rifiorisce ancora.” (p. 46).
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Maria Grazia Palazzo

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cover Nel lusso e nell'incuria

Fernanda Ferraresso, Nel lusso e nell’incuria– Terra d’Ulivi Editrice 2014

MIGRATORIE NON SONO LE VIE DEGLI UCCELLI- Recensione di Fabio Simonelli

 

da POESIA-N.241- Crocetti Editore-Fabio Simonelli

Migratorie non sono le vie degli uccelli

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è perché tutta la vita
me le hanno strappate
le radici
e rotto il vaso
disperso i semi e frantumato quel pezzetto di terra
che credevo fossero i miei piedi
l’appoggio
l’albero l’ombra e la sostanza
di ciò che ancora non sapevo di essere.
Vento
il vento è
in me ciò che sono
è questo mondo
il modo in cui respiro
una terra immersa
nel varco del cosmo.

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da Migratorie non sono le vie degli uccelli – Il Ponte del sale-Rovigo

SOLEtudini delle MOLTE SOLITUDINI

locandina.

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per strade lunghe e un lungo silenzio
faccio ritorno a casa
dove non sto dove non vivo e non ho più
cose con lo spazio dentro
né abiti nell’armadio del ricordo il viaggio
la passione tutto arriva e si aggruma
una corteccia folgorata la mia scorza
come una buccia la vita staccatasi dalla mia pianta
e persino le parole che mi scheggiano da dentro l’osso
altro non sono che il mio vuoto corpo
espostosi al vento

Da Altri luoghi-inedito– f.f.

Adriana Ferrarini: su “VOCI OLTRE E ALTRE COSE STORTE”

toshiko horiuchi macadam- interactive crocheted playgrounds

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Fernanda come un’ospite gentile ci invita a seguirla e ad addentrarci con lei nei labirinti della parola, alla ricerca del filo che connette “le albe di cenere” alle notti, in cerca di “un luogo/ uno dove vivere entrambi”, per raggiungere ciò che sta dietro e dentro il luogo, dove le parole stanno, non corrono più, non tramano più, là dove forse abita la parola “lucida nitida/senza nostalgia”. Il luogo dove niente “è estraneo esterno e tu poesia/sei un animale giocoso”.
Come un’incantatrice dolcissima, ci invita a seguirla in questo delicato labirinto di segni “volevo raggiungerti fare tana per te/dentro la bocca tesserti un’odissea di incanti” e noi avvinti dal sinuoso avvitarsi dei versi la seguiamo nel suo dolce ostinato scavare dentro e dietro le parole, nel loro duro carapace, sotto la loro pelle per scoprire il segreto del loro ferirci e mentirci e illuderci.
Le sue sono parole-cose, parole-corpi, con cui giocare, ferirsi e ferire, sono parole che si cavano di bocca “scrivere una parola/cavarsela dalla bocca”, essenza viva da toccare e rompere e interrogare, ma anche parole lontane che galleggiano, parole bolle sapone gocce come nella nenia balbettata e sorpresa, “capita in casa”, al centro della raccolta, in cui il dettato poetico sembra avvicinarsi ai confini dell’afasia.
Le parole si combinano in sintagmi inaspettati sorprendenti costringendoci ad andare oltre le vie dell’ovvio, fuori dalle buie case, là dove i cieli parlano un silenzio bruciante e dove “ancora riposa il mistero” (vedi in “questo corpo portatile”).
Fernanda/Arianna si spinge nel labirinto di cose-parole per indagare le parentele, la comunione del tutto, alla ricerca di un senso dentro e attraverso e nonostante e oltre le parole, perché “è un esilio ogni lingua”, come afferma splendidamente in “ho un temporale in bocca”. Infatti “io non credo che basteranno tutte le parole e le loro nuvole/per aprire anche solo di un millesimo un milligrammo di silenzio”.
La parola come il nostro corpo è segno di noi, ma il nostro noi va oltre i confini angusti del corpo e tuttavia è il corpo che dà vita e sangue alle parole. Il corpo è la casa, la parola. Il mio corpo di voce “un corpo d’acqua, “il corpo ha vie che non hanno fine”, “ questo corpo portatile/che sta tutto in un seme e poi si accasa in un uovo”, “questo corpo in cui mi trovo adesso” che ha il potere di “aprire il solco della vita”.
La poesia di Fernanda canta e percorre la vicissitudine del nascere, dei solchi e dei semi, del venire al mondo e del ritornare nel grembo, nel solco di una scrittura fluida e avvolgente che non conosce la virgola e nessun altro segno di interpunzione, un’affabulazione in-finita che si protende prima dell’inizio e si prolunga dopo la fine perché non c’è fine in questo ciclo gorgo magico di nascita morte.
Con lo stesso acceso furore di una mistica, attraverso un lavoro certosino di pazienza e costanza di ascolto sembra prepararsi alla rivelazione che arriva insospettata, inaspettata sempre, “qualcosa ancora che non so essere e/ con forza mi prendi mi sorprendi/vieni per invadermi/ e rapirmi/quell’unico filo io/ frattura di terra dove il cielo si ferisce “, in lotta – come Giacobbe con l’angelo – con ”la parte molle/ l’impalpabile ombra senza sostanza …./ l’altra in me bacino di incostanza”, e essere poeta è allora ingaggiare una guerra da combattere con i mezzi più inconsueti: rabbia dolcezza ferite e violenza e alitare d’ali e di vento e piogge e arancioni rossissimi e peli api pali parole, infrangendo i limiti della parola e della poesia e di ogni regola, sconfinando aldilà dell’indice, precedendo l’incipit, accalcando versi a destra e sinistra in corsivo e stampatello.
E’ una poesia elementare coltissima, sapienziale ed ermeneutica che squaderna squarta rilegge e ricompone ogni parola, inverte il senso dei versi, sempre nell’intento di attraversare la lingua e i corpi nella loro stratificazione geologica, di evitarne la storia per indagarne la geografia, cioè la verità.
Si giunge così alla fine di “VOCI OLTRE E ALTRE COSE STORTE” sbalestrati, come da un viaggio per mare in cui si è persa ogni bussola, accecati come per una troppo intensa esposizione alla luce, ma, uguale in questo all’anguilla di Montale che giunta alla foce di nuovo risale la corrente, la poesia di Fernanda ci riprende per mano, chiedendoci di seguirla ancora. E allora, riconfortati, riprendiamo da capo la lettura lasciandoci incantare dalle misteriose geografie delle parole.

Adriana Ferrarini

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questo corpo portatile
che sta tutto in un seme e poi si accasa in un uovo
portabile al mattino
senza avere altra prova che un grido
poi il latte la cecità nello sguardo
lungo tutto l’arco montabile del viaggio
smontabile andatura a passo di paguro
contabile e cantabile cantore
contatore d’ore a ore e ore di sonno e filo di fiato
e cibo in un giorno avariato di io e tu e riciclaggio
dei pezzi per mutilazione dei corpi
degli altri nessuna memoria anche se è nel sangue
di tutti tutta la storia
.
così che il corpo ha vie che non hanno fine
sono fughe in prospettive da punti d’infinito chiuso
tra guaine d’ossa e spine
verso altri impropri luoghi della stessa misura di un punto
meno di una testa di spillo
un flusso notturno nella vela della luna
nella regione occipitale nella luce prima
di ogni sguardo che si vede
.
duecentonovantanovemila settecentonovantadue
virgola quattrocentocinquantotto
.
chilometri al secondo senza perderne un grammo o un millesimo
con velocità maggiore di un razzo
e non decifra ragioni di questa magnifica potenza
che appare e scompare come l’acqua in un pozzo
una goccia in un oceano
una stella in uno sbadiglio
del mattino questo corpo ausiliario
che conosce l’arte del silenzio
e porta inscritto l’inizio del mondo dove ancora
riposa il mistero
bellezza che verrà
è già in te come un’era
un regno di buio che batte
monotono vivace
scolpisce l’organo che suona
senza esplodere i suoi cori
di voci tutti i silenzi le miniere dei tuoi ori

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toshiko horiuchi macadam- interactive crocheted playgrounds

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sulla mia attesa il tuo corpo è
una pianura il tuo parlare legno
pioggia le sillabe nel verbario delle linfe
il vento ogni sua voce tenda
nei chiari territori acuti e ripidi i giorni
ombre lunghissime avvolgenti altre forme
mai si è interrotta la notte

 

volevo fare piano
non volevo stringerti nel pugno
non salire volevo arrivarti al limite del corpo
fermarmi sull’angolo dell’ombra
volevo in quel piano del gomito quando dormendo
ti pieghi il cuore tranquillo svelarti
mentre il dolore riposa la sua fionda
piano senza scompiglio volevo sfiorarti
il ciglio dell’occhio mentre non guardi
mentre senza cautela attraversi il tuo sogno
tranquillo volevo raggiungerti fare tana per te
dentro la bocca tesserti un’odissea di incanti
un’orchestrata filarmonìa di canti
volevo starti accanto senza pesarti senza mai
pensarti

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cover ferni

 

Fernanda Ferraresso, voci oltre e altre cose storte- Terra d’ulivi Editore 2015

Le prime eco di ritorno da…voci oltre e altre cose storte- Note di lettura di Giulio Gasperini

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AOSTA – Immergersi nella poesia di Fernanda Ferraresso è un’occasione imperdibile. Per quella successione di suoni, richiami, echi che le parole scelte riescono a produrre, trasportandoti in un ambiente che si scontorna senza confini certi e sicuri. Voci oltre e altre cose storte, edito nel 2015 daTerra d’ulivi edizioni nella collana rime&rami, è una raccolta corposa e complessa di liriche, che accompagna il lettore in un viaggio multiforme e vario, dalle tante declinazioni e diramazioni.
Come il titolo stesso suggerisce, l’attenzione è subito catturata dal gioco di significati e significanti che si squaderna nelle liriche. Questo gioco ritmico e fonico dà forma a una sostanza molteplice, che comprende principalmente tematiche sociali (“e in molti posti / dove abbattono gli alberi per lasciarci più poveri”) varie. La parola viene presentata “senza una veste / ovvero / nudismo della parola”: “costruire parole senza accorgersi / che dentro e intorno esplodono / non sono muri o case le parole”. Parola che spesso è anche difficile, faticosa da ritrovare, disagevole nella ricerca e nella rappresentazione di una fisica tutta creata e teorizzata in poesia: “dentro i cinque sensi rivòltati / contro la mia testarda intolleranza di perderti / frantuma i miei cieli i miei gesti corruttibili / inventati un silenzio che mi accerchi e dilaghi / dentro e oltre di me cancella la gravità che ci costringe / disegna distanze che si nutrano d’infinito”.
La poesia è un dialogo, con un immaginario “tu” che in ogni occorrenza assume un valore diverso, profondo, una ricerca costante, un volto sempre nuovo e diverso: “lascia che prendano spazio / tutto quello che è in te così che poi / sulla linea principale della mano / quella che corre da nord a sud il nostro mistero comune / ci sia un luogo / uno dove vivere entrambi”. Il desiderio sottaciuto è quello di riuscire a costruire stimolanti altrove, luoghi lontani dall’attualità dove si riesca a far nascere e crescere qualche seme buono: “e una corrente ci porta lontano lontano lontano / dove abitiamo tutti e tutti ci riconosciamo solo toccandoci / solo dandoci una mano”. Ma il “tu”, spesso, diventa anche “altro-io” con cui relazionarsi e confrontarsi, colmando mancanze e ridonando significati profondi: “mi manco sempre un poco / mi manca sempre un poco di quell’altra me”.
C’è anche una continua ricerca nel sé stesso più intimo e profondo; una ricerca che alla poesia e alla sua parola deve molto perché arma indispensabile per tracciare una rotta sicura, anche nella condizione della più assoluta solitudine: “così a lungo un deserto che ho misurato in me / in cui sono andata sempre / sola e solo per andare avanti”.
La narrazione di questa lunga avventura poetica parte da un’origine, potente e feroce, che è quella geografica dell’Africa: “annuso ancora l’aria e / calda violenta / mi riporta l’africa / da cui nasco”. Da lì, un cammino, lungo e faticoso (“otto grani di miglio / otto grani per segnare migliaia di impronte / lasciate sulle strade che ho percorso e / s’intrecciano si biforcano si tagliano e / dentro ci sono / case animali ci sono persone suoni”), che fa rendere l’uomo cosciente di sé e delle sue potenzialità infinite, oltre che delle sue esperienze intense e imprescindibili: “quello che ognuno porta in sé raccolto da storie perdute / anche se non valuta la propria vita in semi da un altrove”.

Giulio Gasperini

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zsaitsits lapis

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Da voci oltre e altre cose storte, Fernanda Ferraresso

sezione- poesie senza una veste
ovvero
nudismo della parola

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otto grani di miglio
otto grani per segnare migliaia di impronte
lasciate sulle strade che ho percorso e
s’intrecciano si biforcano si tagliano e
dentro ci sono
case animali ci sono persone suoni
ricchezza e miseria perché hanno voci
sia la fame che l’ingordigia e ci trovi anche scuole
negozi ospedali scorrono come fiumi in piena
mostrando le loro piaghe e le loro storie
della storia che viene scritta dietro le porte di tutte le case
e viene mangiata o guardata da dietro le sbarre di una galera
ci trovi ratti e fotografie a colori
dove a ben guardare affiorano soli
nel bianco e nel nero
e file di neri che vengono da lontano
passando il confine della loro paura e
donne con un bambino in braccio
e un altro nella pancia con lo stesso mare in mare
il mare che scarica ogni giorno e ogni notte
a ogni onda ricarica il reflusso del suo stomaco
i suoi oggetti da altri mondi fino a questa terra piana
che rotola bocconi

*

Se la parola non mi costasse non sarebbe autentica,
se non dolesse non sarebbe viva,
se non bruciasse non avrebbe lume
R.M.Rilke

costruire parole senza accorgersi
che dentro e intorno esplodono
non sono muri o case le parole
e serve acqua a fiumi per irrigarle e oceani di ascolto
per rovesciarne tutte le erbe nel campo
della vita serve aprire il solco e stenderci la mano
per deporre in chiaro il seme che è dentro
e in sé ha già la luce
per questo trova la via per germogliare
la sua piccola morte una scrittura profonda
il testamento per cui ciascuno ha un lascito di futuro
a cuore aperto resta
misterioso il cratere che freme
in ogni parola
quando dalle sponde o del centro raggiunge luoghi lontani
in ciascuno di noi remoti
si alza si comprime resta nell’aria
di un respiro il lieve movimento di una foglia
staccatasi dal ramo per quel seme
un brivido del tempo
in una stagione filata da una primavera all’altra
secondo codici di un alto linguaggio
docile sul fondo e nel ventre
nella stessa sostanza trovano insieme un unico fiato
un respiro che mormora
i discorsi fidati della pioggia
il tramonto che infiamma lo spazio in un tempo che ci affila
costruire parole è come rovesciare i legni dell’arca
e trovare che sono le radici che mancano
il senso del viaggio la profondità di una vita intera

*

cover ferni

altre due…voglio proprio esagerare

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da voci oltre e altre cose storte- Terra d’ulivi editore 2015

il compiuto

ovvero
siamo noi la casa delle nuvole
luoghi della terra aerei

acquameraviglia

arriva solo il vento
lassù gira la faccia delle foglie il giorno
col suo fiato fresco la notte
dentro una giacchetta leggera di lucciole
semina luci e qualche grillo che ancora non sa
come far parte dell’orchestra dell’estate che viene
con la sua veste trasparente di verdi e assoli di usignoli

si sente il mondo svanire
laggiù dentro il passo dell’acqua
come una tenerezza tra le rocce il sasso della dimenticanza

c’è qualcosa di segreto
nascosto buio un perdono profondo
un mistero lento che vuole restare sul fondo ancora da scoprire
e inerte dentro una casa praticata
musica in commozione che sgorga
facendoci carne che ascolta che freme che salta

e c’è qualcosa che annoda il cuore
con una fune d’orzo
e brilla i campi in esplosioni di rami da silenziose memorie
un corpo
di voce come un filo di fumo che porta
la mia in quella terra
come una nave chiusa
nel vetro di una bottiglia
finché la neve si scioglie e naviga

acqua sull’acqua
nell’acqua grande del fiume
oceano di meraviglia

*

favole a tavola
la tua voce venuta da lontano
dalla grecia o dall’isola dei feaci
i beati mangiatori di loto o ancora
dalle vie della mesopotamia dall’india
dall’africa prima di sapere che ancora antichissime
più di tutti i popoli della terra
erano le nostre origini

comuni si perdono gli uomini
come grani di sabbia nei primi lumi
di una civiltà che ancora sta valicando i millenni
e da secoli si tende su più cammini
in labirinti disegnati nel corpo delle rocce
negli arenili del tempo
in echi in cui le tante bestie e le loro metamorfosi
ci hanno donato
i corpi e i volti per dire di noi umane
volpi astute e scimmie sciocche

ululati del lupo ai bordi delle siepi e nei boschi
finché la luna incede
tra piante vanesie e altri esseri che non vedono e non ascoltano
pastori erranti e popoli interi
migranti della terra tutti umili
personaggi trascritti nelle scene
come protagonisti e teatranti mentre il fondale
scorre fermo di ferro dentro il medesimo conflitto
nelle brutalità della forza che voleva scavalcare un equo destino
per ogni individuo per ogni essere
caduco caduto in questo imbroglio di atomi
arche e archeologie senza timone che verità nascondono
nell’apparenza dell’ ignoranza

ogni luogo ha i suoi miti
e ogni storia luoghi ma una soltanto la geografia
e lì s’incrociano longitudine e latitudine dei mondi
fissamente accampati
nell’essere più piccolo e ingordo l’uomo
che l’universo nella creta pare abbia prodotto

fernanda ferraresso